Se in passato Eliza Douglas ha preso in giro l’elitismo del mondo dell’arte trasformando gli spazi delle gallerie in finte istituzioni pubbliche, oggi da Contemporary Fine Arts presenta la sua prima personale dal titolo GIFT, aggiungendo un ulteriore velo di critica al sistema dell’arte. Le opere che presenta qui a Berlino sono tutte tele ad olio che raffigurano immagini iperrealiste distorte poi impacchettate con un fiocco, ricordando senza equivoci un pacco regalo. Gli strati concettuali sono molti, dall’uso dell’AI che per l’artista rappresenta un progresso tecnologico, fino al fiocco, che può essere visto o meno come un simbolo ma che, in ogni caso, oscura il contenuto, portando a galla una verità fondamentale sulla pittura: più che un’immagine, essa esiste principalmente come un oggetto sul muro. Ma spieghiamoci meglio.
Una sfida agli standard di perfezione
In GIFT, Douglas esplora una vasta gamma di temi, da quelli profondamente personali, come un ritratto del fratello, a visioni di paesaggi impossibili e primi piani inquietanti di ragazzi che ridono senza motivo apparente. Le immagini iperrealiste e distorte sfidano le nozioni convenzionali di bellezza, combinando tecniche tradizionali con un tocco moderno. Douglas utilizza l’intelligenza artificiale per esplorare la storia dell’arte e interrogare la sua rilevanza nella società contemporanea. Abbandonando l’estetica museale, immagina le sue opere in un contesto di grande magazzino, equiparando le gallerie commerciali ai grandi magazzini come dispensatori di lusso. Questa scelta non è una semplice critica al mercato dell’arte, ma una sfida agli standard di perfezione e ai ruoli che questi giocano nel mettere in evidenza le differenze sociali, di genere e di classe.

Quali sono le nuove icone?
Un punto centrale del lavoro di Eliza Douglas è il modo in cui i dipinti sono percepiti e consumati. L’artista non vede questo processo come un segno di pessimismo culturale, ma come parte dei meccanismi di reciprocità culturale, riconoscendo che «la cultura non esiste senza qualcuno che la crei». Alcuni critici potrebbero dire che tutto era meglio prima, che siamo lontani dalla “vera” arte e che le conversazioni significative sono diventate battute e meme. Ma così come la zuppa di pomodoro Campbell di Warhol rappresentava il consumismo degli anni ’60, oggi il gattino carino ma leggermente ripulsivo è l’icona dei nativi digitali. Warhol scioccava equiparando il cibo all’arte, e ora, in un’epoca di consumo sfrenato, Douglas ci sfida a riconsiderare queste dinamiche.




Images courtesy of Courtesy of Contemporary Fine Arts Gallery, Berlin. Photoes by Nick Ash
