Lucrezia Costa è una di quelle artiste con cui ti perderesti a parlare per ore. Recentemente l’ho incontrata e abbiamo parlato di stelle. Lucrezia era appena tornata dalla sua residenza artistica a La Stellata, una realtà immersa nel territorio versiliese, «un paradiso di vegetazione e biodiversità», come lo ha descritto lei. Qui è nato il suo progetto Considera / Desidera che si è generato dall’osservazione del cielo e dei suoi astri. Come spesso accade nella sua produzione artistica, Costa ricerca situazioni che lei definisce «scomode emotivamente», vedi il suo recente viaggio in Islanda. Tutte condizioni che le permettono di ascoltare e di percepire meglio quello che succede all’interno di noi, partendo da un esterno che dev’essere per lei necessariamente diverso dalla sua comfort zone. Tornando alle stelle, Lucrezia Costa prende in esame due verbi della lingua italiana ampiamente utilizzati – considerare e desiderare – derivanti dal latino e strettamente legati a quella pratica antica di osservazione astrale, per poi collegarli con una frase che, personalmente, letta e riletta risuona dentro di me come spiegazione concisa del vivere, Tutto quello che ancora non so. Lucrezia mi spiega che qui presente e futuro si piegano l’uno sull’altro. Ma, quello che mi ha ancor di più sorpreso di questa conversazione sono le sue opere generate da questa riflessione, appena presentate in una mostra personale di C41 Magazine a cura di Ilaria Sponda e in collaborazione con LABottega, nella sede di Marina di Pietrasanta.
CON-SIDERA
Dal lat. considerare (cum-sidera),
propr. «osservare gli astri per trarne gli auspici»
DE-SIDERA
Dal lat. desiderare (de-sidera), foggiato su considerare; propr. «sentir la mancanza di»
C’è sempre qualcosa dietro ciò che non possiamo vedere
Nella conversazione con Lucrezia Costa mi rendo conto di come tutto il corpus di opere da lei prodotto in residenza abbia un chiaro leitmotiv. Senz’altro le stelle sono il punto di partenza, o meglio, il rapporto tra uomo-astri, suggerito in primis dall’identità del luogo, evidente anche dal suo nome La Stellata. Essendo la parola una componente sempre presente nelle opere dell’artista, che spesso esprime con frasi concise concetti più ampi, è stato automatico per lei ragionare a livello concettuale sulla lingua italiana e su quali sono gli strascichi lasciati nel nostro linguaggio contemporaneo dal termine stella. Dunque tutto parte dai due verbi citati sopra, considerare e desiderare. «Ricercando sono venuta a conoscenza che considerare deriva dal latino cum-sidera ovvero andare con le stelle, riferendosi a quella pratica di osservazione astrale utile a considerare il proprio futuro,» – mi spiega Lucrezia – «mentre desiderare, da de-sidera, è da ricondurre all’assenza di stelle, punto di partenza per l’immaginazione che induce a spostare lo sguardo dal cielo per portarlo sulla propria interiorità, cercando di comprendere i propri desideri. Da un lato l’idea di un percorso prestabilito che dà sicurezza, dall’altro l’assenza di riferimenti che può far paura ma dona libertà». Così io e Lucrezia, ormai addentrate nel discorso, iniziamo a perderci tra le costellazioni da lei selezionate per alcune delle sue opere e io, da appassionata di astrologia, non posso far altro che ascoltarla ammaliata.
Tutto quello che ancora non so
Alcune le conoscevo già, come tutti immagino, la costellazione della Vergine e quella dei Pesci per esempio, altre le scopro con lei, come quella del Cigno, del Lupo e dell’Auriga. Sono dodici per l’esattezza le costellazioni che Lucrezia Costa sceglie, un po’ per significato ma ancor di più per la loro forma. È con queste infatti usate qui come lettere, che compone la frase Tutto quello che ancora non so, già presente nella sua produzione artistica. Queste sono poi incise singolarmente su delle lastre che compongono un primo lavoro, una sorta di guida scritta per i successivi, per indicare indirettamente allo spettatore la chiave di lettura dell’intero corpus. È così che capisco come in questa frase sia intrisa la necessità umana del voler conoscere il proprio futuro ma, allo stesso tempo, la consapevolezza e l’accettazione dolce-amara del non poterlo fare, rimanendo solo con l’atto dello sperare e del desiderare, o, nelle parole di Lucrezia, «di accettare il proprio destino senza conoscerlo».

Conoscere i propri desideri attraverso un atto apparentemente casuale
Passiamo quindi a un successivo livello, offerto da altri due lavori che chiamano il pubblico all’interazione. Dodici sfere sono posizionate nello spazio de LABottega con un allestimento a mio parere geniale. Un supporto circolare accoglie le opere permettendo ai visitatori di prenderle letteralmente in mano e consultare il proprio destino. Sei di esse incarnano il considerare citato prima. Una fessura nella sfera costudisce una lastra sopra la quale è incisa una delle dodici costellazioni scelte da Lucrezia, estraibile e leggibile. Le altre sei sono invece contenitori di qualcosa di invisibile all’occhio ma percepibile dall’udito. Se agitate infatti, esse producono un suono che suggerisce il tema del desiderio. Sulla stessa onda è il vaso, che per spiegarmelo in poche parole, Lucrezia compara a un oracolo. All’interno infatti sono poste delle monete in ceramica smaltata che presentano le stesse costellazioni che formano la frase di partenza. «L’idea è che lo spettatore possa consultare l’oracolo per conoscere il proprio destino, ovviamente in modo metaforico», a questo punto per me è quasi automatico pensare al gioco testa-croce perché, quando lanci la moneta, in realtà stai già sperando che esca una delle due. Un po’ il senso è quello in fondo, un invito a cercare la risposta dentro di sé con un ausilio esterno, quello delle stelle.


Quando la materia incarna il concetto
Il concetto dell’imprevedibilità, costante in tutti i lavori, è altresì presente nella materia, o meglio, nella tecnica scelta dall’artista per la produzione delle opere. Stiamo parlando della tecnica raku, un vero e proprio rituale in Giappone che si affida al caso. «La ceramica di per sé è un materiale imprevedibile» mi spiega Lucrezia, «richiede pazienza e per di più con il raku il risultato non lo conosci fino a che il pezzo non esce dalla cenere». Un progetto, quello di Lucrezia Costa, che considera e desidera presente e futuro, piegati su loro stessi, consapevoli e inconsapevoli l’uno dell’altro che, nelle parole di Riccardo Vailati (attento osservatore ravvicinato della pratica dell’artista), «genera atteggiamenti profondi nella relazione con il sensibile e con lo sconosciuto; evocando caratteri esistenziali dettati dalle tracce di spettri e ferite, innesca proiezioni nella significazione di materiali pulsanti.»




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