Art Kevin Niggeler non ci dice tutto
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Kevin Niggeler non ci dice tutto

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Anna Frattini

Davanti alle tele di Kevin Niggeler si ha la sensazione di essere arrivati tardi, o troppo presto. Qualcosa è appena successo, o sta per succedere, ma la scena non lo dice. Una mano, un teschio, una scarpa col tacco: dettagli precisi, cromaticamente densi, che costruiscono un’atmosfera più che una narrazione.

Nato da padre svizzero-tedesco e madre messicana, Niggeler vive e lavora a Milano da oltre dodici anni, con parentesi in Sud America, soprattutto in Messico, dove ha realizzato una residenza a Oaxaca e progetti murali a Città del Messico. Un percorso che fa emergere un’identità culturale composita e che mostra come ci trasformiamo in rapporto al contesto in cui ci troviamo. La sua pratica artistica ha attraversato l’illustrazione e i murali prima di aprirsi a un lato più intimo e riflessivo con la pittura a olio.

Silenzio in attesa

Morte, memoria, dualità: sulla carta sono temi immortali nella storia dell’arte che sulle tele di Niggeler, invece, si traducono in immagini che vanno oltre la loro stessa genericità. Merito di una costruzione cromatica precisa — tavolozze dense, materiche, in cui i soggetti si muovono misteriosamente sulla superficie — e di composizioni che non mostrano mai davvero tutto, che tengono sempre qualcosa fuori campo. Il tempo nelle sue opere è deliberatamente sospeso, appartenente a una dimensione straniante.

Qui Sto

Memento Vivere è forse l’opera che sintetizza meglio questa tensione. Il titolo rovescia l’antico memento mori e la tela lo traduce in una scena densa, quasi claustrofobica nella sua prossimità. Una mano tiene mollemente una margherita su un tessuto azzurro; sullo sfondo, un teschio guarda con quella che sembra una strana serenità. Il contrasto tra la delicatezza del fiore e la presenza del cranio è gestito con una misura quasi flemmatica, come se la coesistenza tra vita e morte fosse qualcosa che non si può non dare per scontato. La sua pittura è densa, materica, con una tavolozza che mescola ocra, verde scuro, turchese e viola: una sicurezza cromatica che rimanda alla tradizione nordeuropea, a Klimt che Niggeler cita tra i suoi riferimenti, ma anche all’intensità della cultura messicana del Día de los Muertos, dove la morte non è tabù ma presenza domestica.

Memento Vivere

Ofelia al mattino porta il riferimento letterario già nel titolo: l’Ofelia shakespeariana, figura archetipica della bellezza che si consuma nel dolore. Il ribaltamento messo in atto da Niggeler tratta il tema in modo tutt’altro che elegiaco. Il dettaglio della scarpa col tacco, gialla e rossa, lacca e colore pieno, ha qualcosa di vagamente pop nella sua precisione. La sua Ofelia non galleggia: cammina, o ha comunque camminato. Lo sfondo sgranato, tra il grigio e il rosa, dà alla figura una qualità cinematografica, sospesa tra il reale e il ricordo: uno di quei dettagli stranianti che continuano a interrogare proprio perché non si lasciano risolvere facilmente.

Ofelia al mattino

In Ancora qui, il titolo diventa un’affermazione vagamente testarda. La silhouette scura su un fondo azzurro frantumato è una presenza che non permette di farsi definire: non ne vediamo il volto, non ne conosciamo l’espressione. Eppure è lì, irremovibile, a dichiarare permanenza. Insomma, Kevin Niggeler riesce a mostrare aspetti della vita che non sempre vorremmo vedere, o che semplicemente non riusciamo a evitare.

Ancora qui

Quello di Niggeler è un percorso ancora in costruzione: tre anni di mostre alle spalle, tra la Fabbrica del Vapore di Milano di cui avevamo già parlato qui e altre realtà come la Galleria Bagnai a Firenze, ma con una coerenza di visione già riconoscibile, perché sincera – senza mezzi termini.

Artpainting
Scritto da Anna Frattini

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