L’afantasia è una condizione neurologica che impedisce di visualizzare immagini mentali. Per Abel van Oirschot è anche il motivo per cui fa arte. Questo artista ha 24 anni, vive ad Amsterdam e lavora tra set design, fotografia e illustrazione, come dimostra Birch (2025), il suo primo progetto fotografico in grande scala. La sua pratica nasce da un’esigenza precisa: tradurre le emozioni in qualcosa di concreto, di visibile, dal momento che la mente non gliene offre una rappresentazione spontanea. La produzione diventa così un atto necessario, non decorativo.
Birch nasce in un piccolo garage e racconta identità queer, alienazione e fuga attraverso la metafora di un’astronave costruita a mano. Gli oggetti di design degli anni Sessanta, prestati da Tom’s Vintage Shop, non sono dettagli scenografici: per van Oirschot quegli anni rappresentano una ricerca di senso tra le stelle, un’epoca in cui guardare al cielo era ancora un atto politico. Il progetto è stato realizzato con il supporto di Amar te Fonds, ed è interamente privo di intelligenza artificiale.
Il suo percorso parte dall’illustrazione, poi si allarga verso una laurea magistrale in Communication Science, una scelta che riflette il suo interesse per l’intero ciclo di un progetto: dal pensiero concettuale alla produzione, dalla presentazione alla comunicazione. Un approccio che oggi estende anche al lavoro con i brand, aiutando aziende e pubblici a riconoscersi in mondi visivi che rispecchiano la loro identità. Il suo lavoro ha già raggiunto nomi come Billie Eilish, Viola Davis, Troye Sivan e Manu Rios. Non male per qualcuno che, tecnicamente, non riesce a vedere niente.



