Missy Elliott, la dea del rap

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15 novembre 2018

Ci sono artisti di cui non si smetterà mai di parlare, che entrano nella storia per non uscirne più. Una di questi è senza dubbio Missy Elliott.

Lo scorso fine settimana, con un paio di video postati sui social, la dea del rap ha annunciato di essere in studio con il suo produttore di sempre, Timbaland, e che presto tornerà con della nuova musica.

Trascorso il weekend, un’altra fantastica notizia: Missy Elliott è la prima rapper donna nella storia ad essere candidata al Songwriters Hall of Fame, progetto della National Academy of Popular Music (NAPM) che realizzerà a New York un museo dedicato ai più importanti artisti musicali statunitensi.

Il riconoscimento ha un certo peso (anche se per ora è solo una nomination) e dà la misura di quanto Missy Elliott sia stata un tassello importante nella storia del rap. Non solo, il fatto di essere la prima rapper donna ad aver ottenuto tale candidatura ha valore aggiunto per un’artista che ha sempre lottato contro i tabù di genere e a favore di una piena espressione della sessualità femminile.

Lei, Misdemeanor, la donna che sin dall’inizio della sua carriera ha preso tutti i cliché della musica e della moda e li ha sovvertiti, sputando rime a raffica avvolta in un’enorme busta di plastica nera.

Quando è uscito il suo primo singolo, The Rain (Supa Dupa Fly), era il 1997 e c’erano già le Spice Girls che cantavano Wannabe in succinti abitini in latex. Mentre Missy ha esordito con tutta la sua rigogliosa fisicità standosene comoda in una tuta gonfiabile in vernice nera e dietro degli enormi occhialoni.

Quello è stato il suo biglietto da visita che ha preparato la strada all’album di debutto Supa Dupa Fly assieme a Busta Rhymes, Lil Kim, Aaliyah, Timbaland e Da Brat. Un disco avantissimo per quegli anni, già nelle intenzioni della stessa Elliott che in un’intervista a The New Yorker dichiarava “We give our music a futuristic feel. I don’t make music or videos for 1997—I do it for the year 2000”.

Era l’anno degli omicidi di Tupac e Notorious B.I.G. e Missy Elliott non parlava di violenza, droga e tragedie ma invitava piuttosto al divertimento puro e al piacere. Erano anche gli anni in cui l’industria musicale era praticamente comandata dagli uomini e Missy Elliott invece era già a capo della sua GoldMind Inc con cui pubblicò il suo primo album.
Insomma, Missy disegnava la sua strada, in rottura con quanto la musica proponeva in quel momento e, insieme a Timbaland, costruiva un nuovo modo di fare songwriting per l’hip hop, evitando l’abuso di sample e infilando breakbeat come fossero un paio di sneakers.
Nei suoi testi parlava di bisogno di sesso più che d’amore e tutto questo, unito a un’immagine iconica ma fuori dai canoni del tempo, creava un cocktail esplosivo che dava una forte scossa a tutte quelle donne nere che volevano a tutti i costi sembrare bianche.

Era chiaro a tutti che la Elliott avrebbe spaccato di brutto tanto che a un certo punto Whitney Houston, Janet Jackson e la stessa Mel B la vollero a produrre e remixare loro lavori.

Nell’album che seguì Supa Dupa Fly, Da Real World, Missy portò nomi come Beyoncé, Eminem e Big Boi degli Outkast e sfornò pezzi come All N My Grill e Hot Boyz. Che non so a voi, ma a me riportano davanti agli occhi l’adolescenza.

Siamo all’inizio del nuovo millennio e Missy Elliott pubblica ancora un altro album: Miss E… So Addictive che inizia con un’umile premessa “some shit that you never heard before” e con il funk di Dog In Heat.
C’è il soul, ci sono le strofe-terminator e sintetizzatori che spingono come macchine da guerra e c’è il delizioso R&B di Missy che ormai si muove per le stanze del suo vastissimo regno senza rivali di sorta: un’altra come lei non c’è (e probabilmente non ci sarà mai).

Il quarto album Under Construction conferma la sua assoluta originalità nel panorama dei primi duemila: con quei costumi futuristici, il marchio di fabbrica di Timbaland e delle sue frenetiche produzioni, gli aperti richiami all’old-school fanno di Missy non solo un fenomeno pop, ma anche un’artista da non sottovalutare per gli amanti del rap.
Di quel disco mi basterà citare Work It per farvi capire di cosa sto parlando.

Video dell’anno, singolo dell’anno.

Gli anni passano e Missy è inarrestabile: partecipa a vari film, crea in collaborazione con il marchio Adidas Respect M.E. una linea d’abbigliamento ispirata al mondo hip-hop e pubblica altri quattro album compreso un Greatest Hits (This Is Not A Test, The Cookbook e, l’ultimo del 2011, Block Party).

Poi d’un botto si è passati dai dischi di platino al silenzio.

Certo è che lei non ha mai smesso di suonare nelle nostre auto, alle nostre feste, nelle nostre camerette. E poi c’è tutta una nuova generazione di fan di Missy, una nuova generazione donne che negli ultimi anni si sono fatte avanti prepotentemente nella scena R&B e Hip Hop e che guardano Missy come a un nume tutelare (una su tutte, SZA che sogna di poter collaborare con lei).

Ora che del suo ritorno abbiamo conferma non ci basta più neppure quell’assaggio datoci a inizio anno nel feat. con Busta Rhymes e Kelly Rowland per Get It.
Abbiamo bisogno di un album, abbiamo bisogno che Missy ritorni a infrangere regole e che chiami a raccolta le varie Solange, Beyoncé, SZA, Cardi B, Kehlani, Jorja Smith, Syd per un nuovo fottuto progetto rosa e R&B.

Is it worth it?
Yes, Missy. Ne vale assolutamente la pena.

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