Art Off Screen – Agnès Varda: l’artista che ha fatto collassare i confini del cinema
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Off Screen – Agnès Varda: l’artista che ha fatto collassare i confini del cinema

Off Screen è la rubrica che guarda oltre lo schermo. Racconta i registi che non si limitano al cinema, ma portano la loro visione tra fotografia, installazioni e linguaggi visivi ibridi. Perché alcuni film continuano anche quando la pellicola finisce.
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Leila Stabile
Agnès Varda | Collater.al

C’è una fotografia che racconta tutto di Agnès Varda. È del 2003, alla Biennale di Venezia. Una donna di 75 anni si aggira tra le sale vestita da patata. Non una patata qualsiasi: una “patata sonora”, con altoparlanti incorporati che recitano nomi di varietà di tuberi mentre lei cammina tra installazioni fatte di 700 chili di vere patate germogliate. I visitatori ridono, si commuovono, non capiscono se sia arte o follia. È entrambe le cose. È Agnès Varda.

Regista, fotografa, artista visiva, performer. La prima donna della Nouvelle Vague, quella che ha anticipato Godard e Truffaut di cinque anni con La Pointe Courte (1954), nonché la prima regista donna ad essere premiata con un oscar alla carriera. Varda ha passato settant’anni a far collassare i confini tra cinema, fotografia, scultura e vita quotidiana, trasformando ogni medium in estensione dell’altro. E ora, a sei anni dalla sua morte (29 marzo 2019), Roma le rende omaggio con una retrospettiva che arriva al momento perfetto.


La mostra a Villa Medici: Qui e là, tra Parigi e Roma

Dal 25 febbraio al 25 maggio 2026, l’Accademia di Francia a Roma – Villa Medici ospita la prima grande retrospettiva fotografica di Agnès Varda in Italia, in occasione del settantesimo anniversario del gemellaggio tra Parigi e Roma. Il titolo, Qui e là, tra Parigi e Roma, cattura perfettamente lo spirito nomade dell’artista, sempre in movimento tra luoghi, linguaggi e forme d’arte.

La mostra a Villa Medici presenta circa 130 stampe originali, estratti di film, pubblicazioni, documenti, manifesti, fotografie di scena e oggetti personali dell’artista, provenienti dagli archivi di Ciné-Tamaris (la società di produzione da lei fondata, oggi diretta dai figli Rosalie Varda e Mathieu Demy) e dal fondo fotografico depositato presso l’Institut pour la photographie des Hauts-de-France. L’esposizione mette in dialogo il lavoro della fotografa con quello della cineasta, mostrando come per Varda questi due linguaggi non fossero mai stati separati.

Parallelamente, la Cineteca di Bologna dedicherà alla regista la mostra Viva Varda (6 marzo 2026 – 7 febbraio 2027), realizzata in collaborazione con la Cinémathèque française, che ripercorrerà l’intera opera della prima cineasta ad aver ricevuto l’Oscar onorario per la carriera (2017).


Fotografa prima di essere regista (e regista perché fotografa)

Nata Arlette Varda, nel 1928 a Ixelles (Belgio), inizia come fotografa teatrale al Théâtre National Populaire di Parigi all’inizio degli anni Cinquanta. Documenta spettacoli di Jean Vilar, immortala attori sul palco e dietro le quinte, impara a catturare il movimento, la luce drammatica, l’espressione degli interpreti. È una formazione che plasmerà per sempre il suo cinema. A 18 anni decise di cambiare legalmente il suo nome da Arlette ad Agnès.

Nel 1955 gira La Pointe Courte, primo lungometraggio, montato da Alain Resnais. Il film anticipa la Nouvelle Vague di cinque anni, ma la critica lo ignora. Troppo sperimentale, troppo libero, troppo diverso da qualsiasi cosa vista prima. Varda non aveva studiato cinema, non conosceva le regole – proprio per questo le ha inventate da capo, con l’occhio di una fotografa che pensa per inquadrature fisse, composizioni pittoriche, frame perfetti.

“Nata fotografa”, si definiva. E lo sguardo fotografico attraversa tutta la sua filmografia: Cléo dalle 5 alle 7 (1962), ritratto in tempo quasi reale di una donna che attende il responso di una biopsia; Le Bonheur (1965), dove i colori saturi ricordano la pittura impressionista; Senza tetto né legge (1985, Leone d’Oro a Venezia), costruito come una successione di tredici carrelli equidistanti, struttura matematica che diventa narrazione; Daguerréotypes (1975), documentario sui negozianti della sua rue Daguerre, girato interamente a pochi metri da casa sua.

Ma è con Les Glaneurs et la Glaneuse (2000) che Varda compie una rivoluzione. A 72 anni scopre la videocamera digitale – leggera, maneggevole, intima – e la usa come estensione della mano, come aveva fatto con la macchina fotografica cinquant’anni prima. Il film documenta donne e uomini che raccolgono patate abbandonate nei campi, frutta scartata dai mercati, oggetti gettati via. Varda filma, ma anche glana: raccoglie immagini come altri raccolgono cibo. E durante le riprese si innamora delle patate a forma di cuore, le porta a casa, le lascia germogliare, le fotografa mentre invecchiano.


Le installazioni: quando il cinema diventa scultura


A 75 anni, quando la maggior parte dei registi è in pensione, Varda inizia una seconda carriera. Anzi, una terza: artista visiva. Nel 2003, alla Biennale di Venezia, presenta Patatutopia, installazione nata come estensione diretta di Les Glaneurs et la Glaneuse. Tre schermi giganti mostrano patate germogliate in video loop ipnotici, mentre 700 chili di vere patate sono sparse sul pavimento. Il pubblico cammina tra tuberi reali e virtuali, tra cinema e materia organica. Varda si veste da “patata sonora” e diventa parte dell’opera.

Ma le installazioni più straordinarie sono le Cabanes de cinéma (capanne di cinema), costruite letteralmente con i suoi film. Nel 2006 realizza La Cabane de l’échec, edificata con le pellicole 35mm abbandonate di Les Créatures (1965), film che fu un fallimento commerciale. Le pareti e il tetto sono fatti di bande di pellicola verticali, tenute insieme da una struttura di acciaio e plexiglas. Il pubblico può entrare, camminare tra le immagini, vedere il film attraverso la luce che filtra dalle pellicole. È un tempio cinematografico abitato fisicamente.

Nel 2018 arriva La Serre du Bonheur (La serra della felicità), cabana costruita con l’intera pellicola 35mm di Le Bonheur (1965), planches di legno e girasoli finti (ma eterni, come il cinema). All’interno, un agrandissement di 27 fotogrammi del film e un’arco composto dalle scatole di latta che Varda e Jacques Demy usavano per trasportare le bobine dei loro film. “In vera glaneuse, ho recuperato le copie abbandonate di questo film e abbiamo srotolato le bobine”, spiega. “Per me la nostalgia del cinema in 35mm si è trasformata in desiderio di riciclaggio.”

Le cabanes sono architetture emotive, spazi di memoria dove il cinema smette di essere proiezione e diventa materia tangibile. Non sono preparazione al film né documentazione del film: sono il film stesso che muta forma, che si trasforma in scultura abitabile.


Visages, Villages: quando il cinema esce dai musei e va nei villaggi

Nel 2017, a 89 anni, Agnès Varda compie il suo ultimo grande viaggio. Insieme all’artista JR – fotografo di strada trentaquattrenne che incolla ritratti giganti su muri, fienili e treni – attraversa la Francia rurale in un furgone trasformato in studio fotografico mobile. Il documentario che ne nasce, Visages, Villages (Faces Places), è un road movie, un’opera d’arte collaborativa, una meditazione sull’amicizia tra generazioni e un manifesto politico.

JR e Varda fotografano operai, minatori, contadini, cameriere – persone anonime della “Francia profonda” – e trasformano i loro volti in murales monumentali incollati sui muri delle loro case, sui capannoni dove lavorano, sulle rovine di villaggi minerari abbandonati. Ogni ritratto è un gesto di dignità, un modo per dire: “Tu esisti. Tu sei importante.” Il film vince il premio L’Œil d’Or a Cannes 2017 e riceve la candidatura all’Oscar come miglior documentario. Con quella nomination, Varda diventa la persona più anziana mai candidata a un Oscar competitivo.

Ma Visages, Villages è anche un film sulla vista che se ne va. Varda sta perdendo la vista a causa della degenerazione maculare, e il documentario affronta apertamente la sua paura. JR, che non si toglie mai gli occhiali da sole, diventa uno specchio di Godard – l’amico che alla fine del film rifiuterà crudelmente di riceverla in Svizzera, facendola piangere. Per consolarla, JR si toglie gli occhiali e le mostra il viso, ma lei ormai vede solo una macchia sfocata. La scena è struggente: l’artista visiva che ha dedicato la vita a guardare, ora non riesce più a vedere.

“L’obiettivo è mettersi al servizio delle persone riprese, trasformandole in eroi silenziosi”, ha dichiarato Varda. “Per cambiare quello che non funziona nel mondo prima di tutto bisogna cambiare sguardo sul mondo.” Visages, Villages è arte pubblica, cinema partecipativo, fotografia sociale e documento umano. È tutto quello che Varda è sempre stata: un’artista che rifiuta le categorie.



L’ultima opera: Varda by Agnès

Nel 2019, pochi mesi prima di morire, Varda presenta il suo ultimo film: Varda by Agnès (o Varda par Agnès). È un autoritratto in forma di masterclass, girato durante lezioni pubbliche tenute in teatri e sale cinematografiche. Il progetto è dichiarato fin dall’inizio: “Fornire le chiavi della mia opera. Do le mie chiavi, i miei pensieri, niente di pretenzioso, solo le chiavi.“

Il film si divide in due parti, una per secolo. Il Ventesimo secolo copre dal primo lungometraggio La Pointe Courte (1954) all’ultimo Cento e una notte (1996), passando per i capolavori e i fallimenti. La seconda parte inizia nel Ventunesimo secolo, quando le piccole cineprese digitali cambiano il suo approccio al documentario, da Les Glaneurs et la Glaneuse (2000) a Visages, Villages (2017). Ma in questo periodo Varda ha creato soprattutto installazioni d’arte: Patatutopia, i Triptyques atypiques, le Cabanes de Cinéma.

Varda by Agnès è un testamento artistico lucido e generoso, dove la regista rivela i segreti della composizione, della struttura narrativa, del montaggio. Spiega la struttura binaria di Cléo dalle 5 alle 7, i tredici carrelli di Senza tetto né legge, la genesi di Daguerréotypes. Ma è anche un film sulla perdita: della vista, della memoria, delle persone amate. Sandrine Bonnaire, protagonista di Senza tetto né legge, compare a confrontare la sua immagine di oggi con quella della diciassettenne selvaggia del film. Jacques Demy è presente attraverso fotografie e ricordi.

Pochi mesi dopo l’uscita del film, il 29 marzo 2019, Agnès Varda muore a Parigi all’età di 90 anni. Ma il suo cinema, le sue installazioni, le sue fotografie continuano a vivere, esattamente come aveva progettato.


L’artista totale che ha abbattuto i muri

Varda ha passato settant’anni a decostruire le gerarchie tra i linguaggi artistici. Ha mostrato che una regista può essere anche fotografa, installatrice, performer, scrittrice. Che il cinema può uscire dalle sale e diventare architettura. Che le patate possono essere arte tanto quanto una pellicola di Fellini.

Era una visionaria anarchica che ha costruito una delle filmografie più coerenti e personali del cinema europeo, rimanendo sempre fedele a se stessa. Femminista senza dogmi, artista senza etichette, glaneuse instancabile di storie e immagini. “Io non faccio film su cose straordinarie”, diceva. “Faccio film su cose ordinarie filmate in modo straordinario.”

La mostra di Villa Medici arriva nel momento perfetto per riscoprire questa artista colossale. Perché Varda non va solo vista: va abitata, come le sue cabanes. Va raccolta, come le sue patate a forma di cuore. Va condivisa, come i ritratti giganti di Visages, Villages. Il cinema di Varda non finisce mai, perché non è mai stato solo cinema. È stato vita, trasformata in arte.

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Scritto da Leila Stabile

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