La prematura scomparsa di Oliver “Power” Grant ci ricorda che il mito del Wu-Tang Clan non è stato solo musica, ma un vero capolavoro di architettura culturale. Grant è stato uno dei principali artefici di quell’impero, l’uomo che ha capito prima di altri che un collettivo musicale poteva diventare un punto di riferimento non solo nella musica, ma anche nello streetwear.
We are saddened to announce the passing of Oliver “Power” Grant, visionary entrepreneur and co-founder of the legendary Wu-Tang Clan.
A driving force behind one of hip-hop’s most influential movements, Power helped build a global legacy rooted in independence, ownership, and… pic.twitter.com/TC2vt4MMfx
— Okayplayer (@okayplayer) February 24, 2026
All’interno dell’universo Wu-Tang, Grant ricopre un ruolo strategico, affermandosi come un autentico visionario imprenditoriale. Il passaggio decisivo arriva nel 1995, quando supervisiona il lancio di Wu Wear. Non semplice merchandising, ma una linea d’abbigliamento strutturata come brand autonomo: un’estensione coerente e immediatamente riconoscibile dell’estetica del Wu-Tang Clan.
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Wu Wear non inseguiva la moda ma la anticipava. Felpe oversize, varsity jacket, cappellini e t-shirt diventano veri e propri simboli di appartenenza. E a fare da protagonista è il logo “W”. Grant comprende che l’identità Wu-Tang non va spiegata ma indossata. E soprattutto capisce che il controllo dell’immaginario passa anche dalla distribuzione, e dagli scaffali dei grandi magazzini.

In un periodo in cui lo streetwear non è ancora centrale nell’universo del lusso e l’hip hop viene trattato come una sottocultura temporanea, Wu Wear entra nel mainstream senza compromessi. Nessuna ripulitura strategica, nessun adattamento visivo: Shaolin, Staten Island, il kung-fu e la cultura Five Percent diventano linguaggio commerciale, capitale culturale trasformato in business.
Il contributo di Grant va oltre il fatturato, dimostrando che un collettivo musicale del calibro del Wu-Tang può costruire valore senza cedere il controllo creativo. Dimostra che la cultura può generare capitale restando fedele a sé stessa. Oggi molte delle dinamiche tra musica e moda, dalle capsule collection agli artisti-imprenditori, seguono un percorso che Wu Wear aveva già tracciato.

Sull’epilogo del brand circolano diverse speculazioni. Secondo alcuni, Method Man non supportava pienamente la visione del progetto e il lancio del suo marchio Johnny Blaze ne sarebbe stato un segnale. Con l’arrivo degli anni Duemila lo streetwear cambia forma: brand come Rocawear di Jay-Z o Sean John di Diddy diventano competitor strutturati, seguendo traiettorie simili. La distribuzione richiede investimenti sempre più complessi e la presenza nei department store inizia a diventare problematica.
Nel 2008 emerge anche il problema della contraffazione e Power decide di rinominare il brand Wu-Tang nel tentativo di rilanciarlo. Un’operazione che non riesce a invertire la rotta e che conduce a una dissoluzione silenziosa. Eppure Wu Wear rimane una matrice fondamentale per realtà come Billionaire Boys Club, OVO, Yeezy e per l’intero modello del celebrity brand contemporaneo.

La morte di Oliver “Power” Grant non rappresenta solo la perdita di uno dei fondatori del Wu-Tang Clan, ma quella di un ingegnere culturale. Con lui il rap inizia a strutturarsi come industria verticale. Wu Wear entra nei department store americani, apre quattro negozi monomarca negli Stati Uniti e, nel momento di massimo picco, raggiunge un fatturato di 25 milioni di dollari annui. Numeri che oggi sembrano normali, ma che a metà anni ’90 erano un’anomalia. Grant dimostra che i rapper non possono controllare soltanto la propria musica, ma l’intero immaginario che la circonda, aprendo la strada a nuove possibilità di espansione commerciale e culturale.
