Accade spesso che mura antiche, come chiese, castelli o sotterranei, ospitino mostre d’arte contemporanea, favorendo in questo modo un dialogo artistico atipico e diverso da quello che si crea all’interno dei classici white cube. Nella provincia di Bergamo, precisamente a Pagazzano, si trova un gioiello nascosto: il Castello Visconteo, oggi luogo ospite della mostra collettiva “Petricore”, visitabile fino al 1 maggio 2023. Tra le mura medievali del castello, che a tratti ricorda quello Sforzesco di Milano, si articola l’esposizione di diciotto giovani artisti e curata da Riccardo Vailati, Giulia Mariachiara Galiano e Lorenzo Valota.
Il suggestivo edificio permette di accentuare l’esperienza magica che lo spettatore vive nello scoprire le opere d’arte contemporanea situate al suo interno. Gli artisti coinvolti realizzano infatti opere in forte connessione con il luogo ospitante, permettendo la creazione di un dialogo tra il contemporaneo e l’antico. Il file rouge che unisce tutte le opere si insidia nel titolo della mostra stessa – Petricore – un termine poco diffuso che indica l’odore scaturito dal contatto della pioggia con altri materiali, come i sassi o l’asfalto. Il percorso espositivo celebra il legame intimo e sensoriale che si stabilisce fra i luoghi e l’essere umano che li vive e vi si trasforma all’interno.




Ancor prima di varcare il grande portone d’ingresso, ci si trova di fronte all’installazione del Collettivo Chora (formato da Stefano Ferrari, Giorgio Mattia, Carla Nigro e Matei Vladimir Colteanu), che sfrutta il fossato e le pareti esterne per installare l’opera site-specific “The advent of (re)mixing power dynamics”. L’opera conserva una natura celebrativa nei confronti del lavoro delle famiglie contadine del territorio, che nei secoli passati lavorarono al mantenimento della struttura in condizioni di sfruttamento. La scelta del fossato avviene per motivi prettamente semantici: per definizione è un area di separazione, che scosta il mondo esterno dalla fortezza, creando una barriera fisica e psicologica.
Addentrandosi nella prima stanza – la Sala del Torchio – si trovano le opere, scultoree, audio-visive e pittoriche di Ettore Morandi, Daniele Di Girolamo, Arianna Greci, Gabriele Longega, Gregorio Vignola, Anna Marzuttini e Matteo Messori. Quest’ultimo realizza l’opera site-specific “Nigredo” modellata su misura di una porzione di muratura. L’effetto è quello di un trono sul quale cade una pioggia “universale” in grado di decomporre la materia per ricondurla al suo stato primitivo.






Proseguendo all’interno della sala delle Scuderie, si trovano invece in dialogo le opere di Luca Campestri e Lorenzo Manunta che creano un ambiente onirico e a tratti spettrale, basate entrambe sul concetto di memoria. L’opera di Campestri si intitola infatti “Spettri” e proietta sulle pareti della stanza delle ombre che evocano una reminiscenza passata, davanti a queste immagini in loop si scaglia l’opera totem di Manunta dal titolo “Don’t swim in the dark lake”. Una trasposizione di un oggetto della memoria, non più etereo ed impalpabile ma ora pietrificato ed esposto come il fossile di una creatura passata.

Dislocate tra le diverse aree esterne del castello, sono invece le opere di Matteo Bianchini, Tommaso Fraschini e Vera Lanciato. Sulla scalinata che conduce all’ultima sala, quella del Granaio, si trova invece l’opera realizzata da Lorenzo D’Alba e Alice Fiou. Un intermezzo che gli artisti hanno ri-semantizzato apponendo al soffitto un arazzo, sul quale emerge l’immagine fotografica. L’arazzo invade lo spazio del fruitore, costringendolo a deviare il percorso per evitarne l’incombenza.
Giunti all’ultima sala, ci si immerge in un ambiente dal profumo di lavanda, parte dell’opera di Nera Branca dal titolo “Espansione del Dominio”. L’opera è installata al centro della stanza e immerge lo spettatore in una dimensione parallela fatta di pelli di cervo usurate, terra e muschi, lavanda, rami/radici e ossa, tutti elementi proveniente dalle montagne Valdostane eccetto le pelli di cervo, recuperate direttamente dall’artista stesso.







Credits fotografici: Erik Falchetti
