Nelle fotografie di Shanti Simonetti la realtà è sempre riconoscibile, ma qualcosa non torna. Una figura seduta sull’asfalto avvolta in strati di tessuto lacero. Una persona in abito bianco e trucco da clown ferma. Un uomo davanti a una tappezzeria barocca, lo sguardo altrove. Immagini che non forniscono risposte, ma aprono domande, e le lasciano aperte.

Il progetto si chiama Il Realismo Magico e il titolo funziona come una chiave interpretativa precisa: non il soprannaturale, non il perturbante nel senso classico del termine, ma qualcosa di più sottile. Dettagli insoliti che alterano la percezione di scene altrimenti ordinarie, creando uno spazio narrativo sospeso tra ciò che si vede e ciò che si intuisce. Il silenzio, dice Simonetti, è il vero protagonista. E nelle fotografie si sente.

La scelta del bianco e nero per alcune immagini e del colore desaturato per altre non è casuale: costruisce una coerenza atmosferica che tiene insieme scene molto diverse, mantenendo sempre quella qualità di tempo fermo, di momento che non si risolve. Non c’è racconto lineare, non c’è prima e dopo. Solo la sensazione persistente di essere arrivati nel momento sbagliato.


