visvim, storia e filosofia del brand fondato da Hiroki Nakamura

visvim, storia e filosofia del brand fondato da Hiroki Nakamura

Andrea Tuzio · 1 mese fa · Style

La capacità di unire vecchio e nuovo e la solidità del workwear americano con le tradizioni dell’artigianato giapponese accompagnato da un gusto della ricerca unico, quasi paradossale, e legato a doppio filo all’ispirazione.  Il brand giapponese visvim è tutte queste cose e molto di più.
“Quando ho iniziato a collezionare vestiti/oggetti mi sono accorto che alcuni avevano più forza rispetto ad altri e non ne capivo il motivo. Mi trasmettevano qualcosa in più e la volontà di capire cosa fosse questa è stata la spinta primigenia, l’incipit della ricerca in tutte le sue forme” ha dichiarato Hiroki Nakamura, fondatore del brand.

visvim

Con queste parole Nakamura racconta l’inizio di tutto e noi le prendiamo in prestito per iniziare a raccontare la storia e la filosofia dietro a visvim, punto di riferimento assoluto per gli appassionati e addetti ai lavori di tutto il mondo. 

La storia visvim è legata intrinsecamente a quella del suo fondatore Hiroki Nakamura: nato a Kofu, in Giappone e cresciuto a Tokyo negli anni ’80 dove ha trascorso la maggior parte della sua adolescenza. La moda giapponese del dopoguerra, soprattutto quella di Tokyo e del suo quartiere più cool Shibuya, era influenzata in modo molto forte dall’abbigliamento casual americano – come abbiamo avuto modo di raccontare qui – e il giovane Nakamura ne subì inevitabilmente il fascino. 

I suoi genitori lo spinsero ad uscire dai confini del Sol Levante e Hiroki iniziò un lungo peregrinare che lo portò negli Stati Uniti, ma non nelle grandi città come New York, Los Angeles, San Francisco, bensì in Alaska esplorando l’America rurale dormendo in tenda e facendo snowboard.

Nakamura viaggiò per molto tempo, addentrandosi nel nord dell’Alaska, fermandosi e conoscendo le comunità indigene e comprendendo il loro stile di vita, le loro abitudini, studiando il loro abbigliamento e rimanendone folgorato – svilupperà una passione smodata per i mocassini degli autoctoni tanto da riproporli in chiave contemporanea nelle sue collezioni.

Con un bagaglio di esperienze così peculiare, tornò in Giappone dove iniziò a lavorare per la divisione giapponese di Burton Snowboards. Lavorò per Burton per 8 anni, durante i quali l’ossessione per la ricerca e per il collezionismo di abbigliamento (workwear su tutto) e calzature vintage americane raggiunse picchi di rilievo, grazie anche ai continui viaggi negli States.

Dopo la sua esperienza in Burton, nel 2000 iniziò il suo personale percorso nella produzione di abbigliamento e scarpe chiamandolo visvim. Il nome venne fuori per puro caso, Nakamura stava cercando ispirazione sfogliando un dizionario latino e si imbatté nel vocabolo vis/viri, che in latino vuol dire forza.

visvim

Per descrivere la filosofia di visvim Nakamura parla dei Kata – nelle arti marziali giapponesi, una serie di movimenti codificati che rappresentano varie tecniche di combattimento in modo da evidenziarne i principi fondanti e le opportunità di esecuzione ottimali (spazio, tempo e velocità), ma anche in tutte quelle forme d’arte che abbiano come fine il Dō (道, la “via”).
Hiroki ha declinato la filosofia dei Kata al processo di ricerca e produzione dei suoi capi: “quando ho iniziato a fare denim ho iniziato dal filato, quindi da vecchi tessuti per poi costruire il prodotto finale come se fosse un edificio, partendo dall’elemento base per arrivare alla fine. Questo comporta tante questioni, in primis la ricerca per il gusto della ricerca, il paradosso del cercare e del non trovare perché se trovi, si esaurisce l’ispirazione, non c’è più niente da cercare”.
L’approccio metodologico della cultura giapponese e di quella orientale in genere è sintetizzata proprio dai Kata.

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Partendo da un pezzo di tessuto di 400 anni fa e volendone capire la forza intrinseca, il fascino di quel tessuto, il motivo per il quale piace di più rispetto a un altro. Quel determinato fascino non potrà mai essere riprodotto ma proprio questo “fallimento cosciente” fa scaturire la voglia e la ricerca per dare al prodotto finale realizzato da visvim una forza tutta sua, che ovviamente non sarà mai quella dell’oggetto/tessuto originale, bensì una sua declinazione che avrà un suo nuovo fascino proprio perché sono state messe in campo la ricerca e la volontà di riprodurlo seguendo pedissequamente i passaggi dell’epoca. 
Sí, perché i procedimenti di produzione di visvim sono ancora quelli della tradizione giapponese, unica nel suo genere.

“La speranza è che qualcuno tra 400 anni prenderà un mio tessuto e proverà a capire sia stato realizzato quel determinato prodotto perché ne sarà attratto così come lo fui io, e proverà a capire, attraverso altra ricerca, come poterlo realizzare, ecco il Kata, il ciclo che si ripete”.

Obbedienza, ribellione, ricostruzione: obbedienza alle fasi di produzione della tradizione, ribellione nel volere reinterpretare qualcosa che esiste già e ricostruirle adattandole alla contemporaneità.

visvim produce item che erano propri dei minatori, degli operai, dei militari, di chi viveva nelle tribù indigene dell’Alaska, ma che oggi rappresentano un tipo di prodotto elitario sia per reperibilità che per fascia di prezzo.
Come scriveva Leopardi, la nobiltà si appropria delle consuetudini, delle usanze di quelli che una volta venivano erroneamente considerati barbari e che invece hanno ancora moltissimo da insegnare alla nostra società, intrappolata dalla velocità con la quale siamo costretti a vivere, a lavorare, a reagire, una società con scarsissima memoria.

visvim, storia e filosofia del brand fondato da Hiroki Nakamura
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The Ring House abbraccia il paesaggio di Creta

The Ring House abbraccia il paesaggio di Creta

Giulia Guido · 5 giorni fa · Design

Dopo aver trascorso l’inverno a sognare luoghi come The Mushroom, la casa a forma di fungo, o Niliaitta, la cabina nascosta nei boschi finlandesi, ora che le giornate si sono fatte più lunghe e il caldo comincia a farsi sentire avevamo bisogno di viaggiare almeno con l’immaginazione. Per questo motivo oggi parliamo di The Ring House, la casa progettata dallo studio DECA Architecture nel sud di Creta. 

Vicino al villaggio Agia Galini, in un sito circondato dal paesaggio aspro offerto dall’isola, gli architetti hanno lavorato per dar vita a un’abitazione che avesse il minor impatto possibile sull’ambiente e che riuscisse anche a sistemare il terreno, sfregiato precedentemente da scavi e lavori. Proprio per questo motivo il primo step è stato quello di ripristinare la flora autoctona seminando specie di piante tipiche mesi prima dell’inizio del lavori. 

The Ring House si compone di due lunghe parti che seguono il profilo della collina su cui sorge la casa e che si uniscono creando una pianta a U che si affaccia quasi a 360° sul mare. 

La zona in cui si uniscono le due parti è quella che ospita tutti gli ambienti interni ed è fornita di un tetto su cui sono stati installati dei pannelli solari, mentre il resto della struttura è formato da ambienti aperti, ombreggiati da una tettoia che permettono di vivere a contatto con la natura e godersi il paesaggio. 

Se per l’esterno è stata scelta una classica muratura in pietra che fa sì che la casa si mimetizzi con i colori del terreno, gli interni presentano un design più pulito e minimale con pareti bianche e ampie finestre che permettono di sfruttare la luce naturale. 

Su uno dei lati troviamo una infinity pool, mentre all’interno della struttura è stato costruito un cortile con piante di agrumi e arbusti aromatici. 

The Ring House è l’esempio di come l’architettura possa fondersi con il paesaggio senza rovinare l’ambiente. 

The Ring House
The Ring House
The Ring House
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The Ring House
The Ring House abbraccia il paesaggio di Creta
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The Ring House abbraccia il paesaggio di Creta
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Le Château Ambulant, la casa interamente costruita in legno

Le Château Ambulant, la casa interamente costruita in legno

Giulia Guido · 6 giorni fa · Design

Nella fitta foresta della regione della Loira in Francia, esattamente nei pressi di Montlouis-sur-Loire, un paesino tra Amboise e Tours, potreste incontrare a un certo punto una strana struttura lignea. Si tratta di Le Château Ambulant, un progetto nato nel 2017 in occasione del Festival de la Forêt et du Bois e firmato dagli studi di architettura e design Local e Suphasidh

La sfida che hanno dovuto affrontare gli architetti per questo progetto era quella di realizzare una casa interamente costruita in legno, e ci sono pienamente riusciti. 

Per Le Château Ambulant è stato utilizzato legno locale, alcuni elementi sono stati preparati in una segheria a qualche chilometro dal sito scelto, mentre altri sono stati preparati direttamente in loco. Una volta pronti tutti i pezzi, la casa è stata costruita interamente sul luogo. 

All’interno la casa misura circa 42 metri quadrati suddivisi su due piani. Un aspetto molto importante era quello di mantenere un legame con la natura circostante, per questo motivo al posto di normali finestre è stato scelto di creare delle specie di fessure lungo tutte le pareti esterne. In questo modo si ha sia l’illusione di essere all’aria aperta anche rimanendo all’interno sia la possibilità di sfruttare al massimo la luce naturale. 

Leggi anche: Ghost House, case nel deserto mosse dal vento

Scoprite qui sotto tutte le immagini de Le Château Ambulant.

Le Château Ambulant | Collater.al-011
Le Château Ambulant | Collater.al-011
Le Château Ambulant | Collater.al-011
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Le Château Ambulant | Collater.al-011
Le Château Ambulant | Collater.al-011
Le Château Ambulant, la casa interamente costruita in legno
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Le Château Ambulant, la casa interamente costruita in legno
Le Château Ambulant, la casa interamente costruita in legno
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La casa minimalista di Bak Gordon Arquitectos tra le colline portoghesi

La casa minimalista di Bak Gordon Arquitectos tra le colline portoghesi

Giulia Guido · 1 settimana fa · Design

Nella parte più meridionale del Portogallo, lasciandosi l’oceano alle spalle e dirigendosi verso l’entroterra ci si ritrova immersi in un paesaggio dove dolci colline si alternano alla pianura e il terreno è spesso arido. È proprio qui, nei pressi della città di Grândola, che lo studio Bak Gordon Arquitectos ha portato a termine il progetto di una casa privata minimale e che si fonde con l’ambiente circostante. 

Lo studio Bak Gordon Arquitectos (BGA) è stato fondato nel 2002 da Ricardo Bak Gordon, dopo oltre 10 anni di esperienza presso diversi studi e con svariati progetti già completati che hanno contribuito al lancio della sua carriera, come il progetto per la residenza dell’ambasciata portoghese a Brasilia del 1995.
Oggi il lavoro di BGA si concentra soprattutto su case residenziali, edifici educativi e pubblici e a caratterizzare ogni progetto è il legame con il contesto in cui vengono sviluppati. 

Per la casa sulle colline di Grândola la parola chiave è minimalismo. Sebbene lo stile architettonico tipico della regione dell’Alentejo risenta dell’influsso arabo, qui il design si allontana dalla tradizione e presenta invece linee e forme che rimandano al modernismo. 

Leggi anche: Ghost House, case nel deserto mosse dal vento

L’abitazione sorge su una grande cisterna per la conservazione dell’acqua, è rivestita con malta di calce e gli interni sono isolati dall’esterno grazie all’utilizzo di sughero. All’interno lo spazio è diviso in stanze private che gravitano attorno al piccolo patio centrale e in luoghi di transizione che limano il confine tra dentro e fuori.

Bak Gordon Arquitectos
Bak Gordon Arquitectos
Bak Gordon Arquitectos
Bak Gordon Arquitectos
Bak Gordon Arquitectos

PH: Francisco Nogueira

La casa minimalista di Bak Gordon Arquitectos tra le colline portoghesi
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La casa minimalista di Bak Gordon Arquitectos tra le colline portoghesi
La casa minimalista di Bak Gordon Arquitectos tra le colline portoghesi
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Ghost House, case nel deserto mosse dal vento

Ghost House, case nel deserto mosse dal vento

Giulia Guido · 1 settimana fa · Design

Come suggerito dal nome Ghost House, le due installazioni realizzate dal collettivo i/thee nel deserto della California sembrano gli spettri di due piccole abitazioni che hanno resistito al tempo e alle intemperie.
In parte questo è vero, ma il progetto nasconde molto di più. 

In occasione del Design Laboratory Space Saloon del 2018 è stato chiesto ai partecipanti di progettare e costruire installazioni che affrontassero il tema del legame tra architettura e fattori ambientali. I designer di i/thee – collettivo che realizza progetti che celebrano la coesistenza di ogni cosa, vivente o non vivente, con l’ambiente – hanno quindi realizzato una sorta di esperimento di manipolazione dei materiali. 

La progettazione delle Ghost House è cominciata dalla scelta del sito, ovvero il deserto della California, e solo successivamente si è passati alla fase di realizzazione vera e propria. Sono stati costruiti due telai di legno leggero, la cui forma ricordava vagamente quella di una piccola abitazione. Successivamente dei teli tagliati su misura sono stati imbevuti di una colla non tossica e sono stati usati per coprire le strutture lignee. A questo punto il resto del lavoro è stato fatto dalle condizioni atmosferiche, dal vento e dal passare del tempo.
Nel giro di qualche ora la colla si è seccata, immobilizzando i teli in posizioni date dal vento. 
Infine, per dare ancora di più una sensazione di casa, sono state tagliate delle aperture come se fossero finestre. 

“Il risultato finale è un’istantanea tridimensionale di un momento specifico nel tempo. È una struttura improbabile; una rappresentazione del passato esistente nel presente; né qui né là; il fantasma di una casa.”

La Ghost House non è solo una capanna che sembra mossa dal vento, è una capanna mossa dal vento, e lo sarà per sempre. 

Ghost House
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Ghost House, case nel deserto mosse dal vento
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