Mentre mezzo Mediterraneo sembra trasformarsi in una grande e irrealistica cartolina di lusso, in Albania migliaia di persone stanno scendendo in piazza per chiedere una cosa molto semplice: poter partecipare alle decisioni che riguardano il luogo in cui vivono.
Le immagini delle proteste degli ultimi giorni hanno già fatto il giro dei media internazionali: fenicotteri gonfiabili, cartelli con la scritta Albania is not for sale, slogan contro Jared Kushner e Ivanka Trump, richieste di dimissioni rivolte al premier Edi Rama. Da una parte c’è il maxiprogetto turistico sostenuto da una società legata al genero di Donald Trump, destinato a sorgere tra l’isola di Sazan e la laguna di Narta. Dall’altra, cittadini, attivisti, studenti e famiglie accusano il governo di aver aggirato il confronto pubblico e sacrificato aree protette in nome degli investimenti stranieri.
La vicenda albanese racconta qualcosa di più generale sul modo in cui, oggi, si immagina il cambiamento. Sempre più spesso lo sviluppo viene presentato come un processo tecnico: urgente, inevitabile, da affidare a procedure eccezionali e a linguaggi specialistici che riducono il dissenso a un intralcio. Le decisioni arrivano già confezionate, accompagnate dalla promessa della crescita e dalla rassicurazione che non esistano alternative concrete. La domanda posta dalle piazze albanesi è elementare e radicale insieme: chi ha il diritto di decidere sul futuro di un territorio?
Il contesto ambientale rende questa domanda ancora più urgente. Sulle spiagge intorno al delta del Vjosa, l’ultimo fiume selvaggio d’Europa, i bulldozer hanno iniziato a sradicare alberi e installare recinzioni. L’area di Zvërnec, nei pressi di Valona, ospita centinaia di specie di uccelli, molte delle quali minacciate di estinzione. Per gli ambientalisti il progetto rappresenta un possibile punto di non ritorno per un ecosistema mediterraneo di straordinaria fragilità.
Eppure la forza di questa mobilitazione non dipende soltanto dall’urgenza ecologica. Colpisce il modo in cui la protesta è riuscita a costruire immediatamente un linguaggio comune, capace di tenere insieme registri diversi senza ridurli a slogan intercambiabili. La tutela dell’ambiente si intreccia con il tema della rappresentanza democratica; la difesa del paesaggio con la memoria storica; la critica ai processi decisionali con una riflessione sul significato stesso di appartenenza. Per comprenderne la portata bisogna uscire, almeno per un momento, dal ritmo della cronaca.
L’Albania è uno dei pochi Paesi europei in cui la parola “popolo” continua a possedere una densità insieme politica ed emotiva. La Rilindja Kombëtare, il Risorgimento albanese dell’Ottocento, nacque anzitutto come progetto culturale. Prima ancora dello Stato arrivarono le poesie, i canti popolari, l’alfabeto condiviso. Poeti come Naim Frashëri immaginarono una comunità dispersa ma tenuta insieme dalla lingua, dalla terra e da una forma di responsabilità reciproca. In Bagëti e Bujqësi (“Pastori e contadini”), il paesaggio coincide con l’identità: montagne, fiumi e campagne diventano il modo in cui un popolo impara a riconoscersi e a raccontarsi.
È difficile non pensare a questa tradizione mentre oggi si discute del destino di una laguna.
Esiste infatti anche un paesaggio interiore, costruito attraverso secoli di attraversamenti e fratture, che continua a modellare il rapporto degli albanesi con il territorio. Occupazioni straniere, contaminazioni linguistiche, repressione dei culti religiosi, confini mobili, partenze. Gli arbëreshë hanno custodito per secoli, nel Sud Italia, una lingua e rituali nati oltre l’Adriatico. Secoli dopo, il lungo isolamento imposto dal regime di Enver Hoxha ha trasformato la terra in uno degli ultimi spazi sottratti al controllo totale. Quando negli anni Novanta migliaia di albanesi salgono sulle navi dirette verso l’Italia, nasce un’altra forma di appartenenza: quella della distanza. La nostalgia smette di essere un sentimento privato e diventa un tratto culturale condiviso e distintivo. Chi parte continua a ricostruire il proprio Paese nell’immaginazione; chi resta convive con la presenza costante dell’altrove.
Lo scrittore Ismail Kadare ha raccontato più volte questa tensione tra radicamento e apertura, tra desiderio d’Europa e timore di dissolvere se stessi nel processo di trasformazione. Nei suoi romanzi la storia albanese assume spesso la forma di una lunga negoziazione: accogliere ciò che arriva dall’esterno senza rinunciare alla possibilità di attribuirgli un significato proprio. Un’identità viva non coincide né con il ripiegamento difensivo né con la disponibilità a diventare una superficie neutra sulla quale altri possano proiettare i propri interessi.
Anche per questo la protesta contro il resort ha assunto fin dall’inizio un carattere così trasversale. Nelle manifestazioni sfilano fenicotteri gonfiabili, divenuti il simbolo della laguna di Narta, ma anche bandiere palestinesi. Per alcuni osservatori questo elemento può apparire estraneo alla vicenda; in realtà rivela il modo in cui molti manifestanti interpretano ciò che sta accadendo. La presenza di Jared Kushner, figura centrale negli Accordi di Abramo e nelle strategie di normalizzazione promosse durante la presidenza Trump, viene letta come il segnale di reti di influenza che travalicano il piano locale. Tutto questo è emblematico del posizionamento storico degli albanesi: buona parte della società civile albanese percepisce ambiente, sovranità democratica e geopolitica come aspetti della stessa questione. Le connessioni internazionali del capitale, i rapporti di forza tra attori globali e il destino concreto dei territori appaiono inseparabili.
E non è nemmeno la prima volta che il Paese sperimenta forme di mobilitazione capaci di articolare domande così ampie. Tra il 2018 e il 2020 artisti e cittadini occuparono il Teatro Nazionale di Tirana per impedirne la demolizione. Anche allora la posta in gioco riguardava il diritto di una comunità di decidere che cosa conservare di sé, quali eredità trasmettere e quali trasformazioni accettare in nome del progresso.
Per anni abbiamo osservato l’Albania attraverso immagini prevedibili: il Paese da cui si parte, il Paese che rincorre l’Europa, il nuovo paradiso low cost del turismo mediterraneo. Le piazze di oggi restituiscono un’immagine diversa: quella di un popolo capace di elaborare un discorso politico complesso, nel quale la difesa dell’ambiente non è un lusso per pochi, la partecipazione democratica non è un tecnicismo istituzionale e la memoria collettiva non è una nostalgia sterile.
Edi Rama continua a difendere il progetto come un passaggio necessario per attrarre investimenti stranieri e accompagnare il percorso di adesione all’Unione europea. Ma la domanda che emerge dalle piazze di Tirana riguarda l’idea stessa di Europa. L’integrazione coincide con l’adozione di un modello di sviluppo già definito oppure con il rafforzamento della capacità democratica di discuterlo e negoziarlo?
Che cosa resta della democrazia quando il paesaggio viene considerato soprattutto un asset economico? Quando una costa è anzitutto una destinazione, un’isola un’opportunità immobiliare, una laguna una voce da riclassificare nelle procedure amministrative? Alcuni luoghi custodiscono qualcosa che sfugge al linguaggio del mercato: memoria, relazioni, continuità simboliche, possibilità di riconoscersi come parte di una storia comune. Proteggerli significa difendere anche il diritto di una comunità a prendere parte alle decisioni che ne plasmeranno il futuro. Significa preservare la facoltà, sempre fragile e sempre politica, di scegliere chi si vuole diventare.
