Il calderone primordiale di Anastasiya Tarasenko (Kiev, 1989) conserva le tracce di un’esperienza dolorosa e traumatica, vissuta in prima persona. Uno stato di incoscienza, causato da una gravidanza extrauterina, e la conseguente negoziazione con la morte hanno a lungo guidato l’artista nel restituire in pittura i frammenti e gli stati psichici esplorati nel ricordo di un viaggio oscuro e sospeso.
Le opere che ne derivano sono state raccolte nella personale Primordial Soup, ospitata tra aprile e maggio 2026 da Anna Zorina Gallery, a New York. Nella ricerca delle sensazioni provate nei giorni di una forzata sospensione, l’acqua e il flusso vitale dominano la scena, alimentando la costruzione di un paesaggio fluttuante e possibile. L’oceano profondo e le onde mosse dalla più totale anarchia motivano un allontanamento dal sé che si fa riflessione sulla condizione umana.


Nel corso della storia dell’arte, tanto il Rinascimento quanto la pittura di Sandro Botticelli hanno mostrato come la ripetizione di una o più figure possa diventare lo storytelling di una stagione nuova. L’illustre pittore fiorentino, con questa stessa pratica, ha consegnato ai posteri la sua versione grafica e illustrativa della Divina Commedia e, così, del viaggio ultraterreno di Dante e Virgilio. Nuotando nel flusso del più oscuro abisso, Anastasiya Tarasenko restituisce allo stesso modo gli immaginari onirici esplorati da una piccola figura, se stessa, ripetuta ossessivamente sulla superficie di quadri che brillano come preziosi pattern.


Dalla danza malinconica del cigno (Il lago dei cigni, 2026) fino a un richiamo in lode della luna (O fortuna, Velut Luna, 2025–26), Anastasiya intona il ritorno alla vita trasformando un evento traumatico nella spinta per rifiutare la resa e la capitolazione.
In un immaginario oscuro, a tratti infernale e soffocante, l’ocra della terra madre e l’azzurro delle acque cristalline accompagnano e soccorrono una vita appesa a un filo. Dal ventre gonfio di alcune delle figure femminili ripetute, fino al lamento visibile di un cigno circondato mentre depone le sue uova, il pennello dell’artista illustra le difficoltà e il sacrificio che accompagnano ogni gestante. Nel rito catartico di mettere in opera il dolore vissuto, Anastasiya restituisce a se stessa, prima ancora che allo spettatore, i passi di un percorso che sa di un altrove impossibile da catturare.


Articolo di Floriana Savino
