Photography Anna Condo: tra fotografia, arte visuale e AI
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Anna Condo: tra fotografia, arte visuale e AI

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Laura Tota

Cosa resta della fotografia quando l’immagine non nasce più da uno scatto, ma da un processo che intreccia memoria, pittura, cinema, cultura visiva e intelligenza artificiale? È da questa domanda che nasce la ricerca di Anna Condo, artista di origini armene che nel progetto À la carte, trasforma il cibo in un dispositivo visivo e psicologico: superfici lucide, texture perfette, colori saturi e composizioni seducenti costruiscono immagini capaci di attivare desiderio e appetito, pur restando irrimediabilmente artificiali.

Con citazioni che vanno da Jean Siméon Chardin a Édouard Manet, da Luchino Visconti o Buster Keaton, Anna Condo porta in scena la tensione tra quotidiano e caos, uno degli elementi centrali della propria pratica.

In questa conversazione abbiamo parlato con lei di desiderio, imperfezione, memoria alimentare, AI e del ruolo della fotografia in un’epoca in cui le immagini possono ormai simulare qualsiasi cosa.

Nel tuo lavoro, il processo sembra meno legato allo “scatto” e più a una costruzione progressiva dell’immagine, che coinvolge fotografia, pratiche digitali e AI. Da quale intuizione iniziale nasce una serie come À la cartee come si sviluppa concretamente? In che modo si intrecciano ricerca, costruzione digitale e generazione? E, in un sistema potenzialmente infinito come quello dell’AI, come decidi quando un’immagine è davvero finita?

“À la carte” è nato dalla natura morta, soprattutto da Chardin, dai vecchi libri di cucina e anche dai ricordi d’infanzia legati al cibo francese e armeno che preparavamo a casa, dai rituali quotidiani.

Creo molte immagini a partire da un soggetto principale tramite prompt testuali. Da lì inizia la stratificazione. Faccio collage digitali e spesso dipingo usando Photoshop. Mi piace combinare più generatori AI contemporaneamente, cosicché l’estetica sia guidata da me piuttosto che dalla macchina. Proprio come nella pittura o nel cinema, il processo potrebbe andare avanti per sempre, ma è l’immagine stessa a dirmi quando fermarmi.

In À la cartele immagini funzionano perché simulano con estrema precisione i “codici del desiderio” – lucidità, texture, colore, composizione – al punto che il cervello le legge come “cibo” e attiva una risposta quasi fisica: fame, appetito, attrazione. Allo stesso tempo, però, questo desiderio resta inevitabilmente insoddisfatto: non si tratta di cibo reale, ma di una costruzione che esiste solo sul piano visivo. Come lavori su questa tensione tra attrazione e frustrazione, tra desiderio e impossibilità del consumo?

La buona arte dovrebbe sempre essere deliziosa. Goya, Rothko, O’Keeffe: ognuno di loro è delizioso a suo modo. Non tanto per il soggetto, quanto per la fame che riescono a ricreare.

Hai spesso detto che “tutta l’arte è artificiale”. In À la carte questa idea sembra diventare quasi letterale: il cibo non è più reale, ma nemmeno completamente finto. In questo senso, l’uso dell’AI introduce un ulteriore livello di costruzione. Nel tuo caso, però, la perfezione non sembra essere il fine ultimo, quasi mettendo in discussione l’uso stesso dell’AI. Quando lavori a queste immagini, punti a un risultato il più possibile controllato e preciso, oppure ti interessa lasciare spazio a qualcosa di inatteso, anche se meno “perfetto”?

Uno dei miei più grandi maestri è stato Buster Keaton. Il matrimonio tra il quotidiano e il caos. Mostrare lo straordinario dentro una situazione ordinaria. All’inizio ci si identifica, poi si inizia a mettere in discussione ciò che si vede. Ma gli elementi universali devono esserci. Visivamente ed emotivamente. Colore, movimento, composizione, sensi. Quando si allineano, l’immagine respira. Oggi l’AI è troppo pulita. Reinventare l’imperfezione è parte del lavoro. È questa la scelta umana che porto avanti quando creo.

À la carte richiama la tradizione della natura morta, eppure sembra esistere fuori da quella linea temporale e concettuale. Nella natura morta il tempo è sempre implicito, nelle tue immagini, invece, il tempo sembra appiattirsi, come se tutto esistesse in un presente continuo, senza durata né decadimento. Allo stesso tempo, il modo in cui costruisci queste immagini appare più vicino a una pratica pittorica che a una fotografica, tradizionalmente legata all’atto dello scatto e a un rapporto con il reale. In questo senso, dove collochi il tuo lavoro: dentro la storia della fotografia o in un territorio più ibrido che dialoga anche con la pittura? È ancora importante per te mantenere anche un legame minimo con qualcosa di reale oppure senti che questo legame sia stato superato?

Tutti abbiamo bisogno del cibo e tutti conosciamo il cibo. Portiamo con noi memorie legate al gusto, alla vista, all’odore. Natura morta, vanitas, ricettari: tutto alimenta il mio lavoro. Anche il cinema. Le tavole di Visconti, il cinema francese e italiano con le sue cene, i film di Chabrol, La grande abbuffata, Il pranzo di Babette. Amo anche il libro di cucina di Alma Reville. Ancora Chardin, ma anche Manet, Monet, Cézanne. Il cibo è vita. Il cibo è memoria, amore, desiderio.

Con “À la carte” voglio sospendere il tempo, così che tutto esista in un presente infinito. Come oggetti di scena, spesso intatti, ma non sempre. Non penso a me stessa come dentro o fuori rispetto alla fotografia. L’arte digitale mi permette di unire pittura e fotografia senza dover scegliere. Reale e irreale allo stesso tempo. La sorgente conta ancora. Un ricordo, un piatto, una natura morta. Tutto questo costituisce un punto di partenza, non un’ancora.

Se oggi le immagini possono simulare qualsiasi cosa, quale ruolo resta alla fotografia – o a ciò che continuiamo a chiamare fotografia?

La fotografia resterà. Oltre a registrare il reale, poteva già simulare qualsiasi cosa. La grande fotografia è arte, poesia, o entrambe. Ciò in cui crediamo, e il perché, è la vera questione su cui vale la pena riflettere. Il ruolo della fotografia non sta scomparendo, sta diventando instabile. La cultura è mai stata davvero stabile? È questa instabilità che mi interessa. È questo movimento che mi ispira. Dubbio, attrito, decostruzione, rinascita: sono questi i primi strumenti.

Viviamo in una simulazione?
L’arte è il terreno di gioco della coscienza.
Forse la fotografia non riguarda la realtà.
Forse riguarda il modo in cui possiamo inventarla.

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Scritto da Laura Tota

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