Tra smart-working, ambienti di lavoro sempre più informali e un cambiamento dei trend, non abbiamo più l’esigenza di vestirci in un certo modo e il nostro stile è diventato sempre più comfy. E se esiste un capo d’abbigliamento che risponde a questa esigenza, ormai giornaliera, è senza dubbio la tracksuit.
Abbiamo quindi deciso di fare un piccolo viaggio nella storia, culturale e non, della tuta da ginnastica.

Non è semplice stabilire quando l’abbigliamento sportivo nel suo complesso, sia stato “inventato”, ma siamo abbastanza certi che tutto nacque agli inizi del ‘900 grazie principalmente a due aziende, Le Coq Sportif in Francia e Russell Athletic negli Stati Uniti.

Nel 1882, Émile Camuset iniziò a produrre calze a Romilly-sur-Seine, una cittadina di 14.000 abitanti nel dipartimento dell’Aube nella regione del Grand Est della Francia.
Dal 1920 in poi, sotto la spinta della figlia Mireille, l’azienda di famiglia aggiunse agli articoli che già facevano parte della produzione, anche l’abbigliamento sportivo e precisamente una tuta in maglia di jersey grigio che assorbiva il sudore (sweatpants). Le Coq Sportif arrivò a questa soluzione perché era diventato necessario per gli atleti, avere degli indumenti comodi e traspiranti, dato che la lana, usata fino a quel momento, non rispondeva alle richieste di comodità e freschezza che chi praticava sport cercava.
Dagli inizi degli anni ’30 divenne uno dei fornitori ufficiali delle federazioni francesi di calcio, basket, rugby e atletica leggera.

Più o meno nello steso periodo (1902), ad Alexander City in Alabama negli Stati Uniti, Bernie Russell fondò la Russell Manufacturing Co., che nel 1910 si impose come azienda affermata nella produzione di maglie intime da donna e biancheria per bambini. Nel 1920 la svolta, creò la prima maglia di cotone traspirante e assorbi-sudore che tuttora conosciamo come felpa (sweatshirt), mentre nel 1936, acquisì la Southern Manufacturing Company grazie alla quale ebbe accesso alla fornitura per le squadre di atletica leggera e cambiò il suo nome in Russell Southern. Più tardi, nel 1938, nacque la divisione “atletica” dell’azienda, la Russell Athletic, che iniziò la produzione di capi d’abbigliamento (sweatpants, felpe e giacche) per il basket, il baseball e il calcio.

Nel XIX secolo, il concetto di comfort nello sport prese piede a livello globale, eventi come le Olimpiadi ad esempio, così come i campionati del mondo di calcio, spinsero l’abbigliamento sportivo “moderno” su un palcoscenico internazionale, facendolo diventare uno standard dell’attività fisica, rispetto ai pantaloni e alle maglie attillate e di lana, che erano la normalità fino a pochi anni prima.

La tracksuit rimase relegata nelle palestre e nei campi di allenamento fino agli anni ’70, poi, grazie ad una nuova passione per il fitness, e alla cultura pop con film come Rocky, ad esempio, la strada della tuta da ginnastica venne spianata definitivamente ed esplose, nel vero senso della parola e a livello di popolarità, negli anni ’80 grazie alla cultura Hip-Hop.

I Run DMC, ad esempio, fecero della tracksuit adidas three stripes una vera e propria divisa, facendo schizzare alle stelle la sua popolarità donandole un alone di street credibility che la resero un’icona della urban culture e uno status symbol anche in altre sottoculture in tutto il mondo, come quella chav, casual e cyber.

L’enorme successo della musica rap nel corso dei due decenni successivi, e, di conseguenza, dei video musicali, diedero ancora più ampiezza alla diffusione della tuta anche nel tempo libero; in sostanza, la tracksuit divenne parte integrante e fondamentale del guardaroba di tutti.

Oggi, la tuta da ginnastica è nostra compagna fedele delle giornate passate in casa, spesso a non fare nulla, e proprio per questo concludiamo questo piccolo viaggio storico-culturale della tracksuit, con una frase estratta da un meme sull’argomento quanto mai attuale: “creata per l’esercizio fisico, utilizzata per l’esatto opposto”.

