Un vero e proprio dialogo con lo scenario urbano, quello intrapreso da C.P. Company con la collezione Fall/Winter 020.
NEXT LANDSCAPE, il concetto attorno al quale l’azienda fondata da Massimo Osti e con a capo il figlio Lorenzo ha sviluppato la FW020, si riferisce a un’idea generale sviluppata dal designer Paul Harvey e vuole rappresentare un’immagine di speranza per un futuro ambiente urbano, in cui alla natura viene dato lo spazio per ricrescere in modo vitale e spontaneo tra le forme architettoniche che caratterizzano le nostre città.
Partendo direttamente dalle immagini della città di Chernobyl, abbandonata dopo il disastro nucleare del 1986 e ormai invasa dalla vegetezione, C.P. Company ha creato una collezione che si inserisce perfettamente in questo ipotetico nuovo paesaggio urbano in cui la natura si riprende i propri spazi.
A distanza di 20 anni dalla prima uscita, C.P. ripropone l’iconico giubbotto Urban Protection Metropolis originariamente pensato da Moreno Ferrari quando nel 1998 fu incaricato dall’azienda di sviluppare un nuovo concept ispirato al nuovo millennio ormai alle porte. L’idea di Ferrari plasmò il panorama dell’abbigliamento maschile in un modo più che mai attuale.
Crescita continua, gentrificazione costante, cambiamento ininterrotto. Un processo collettivo gigantesco, sempre in divenire. Una città in continua evoluzione cambia radicalmente la visione umana, l’udito, l’odore, il gusto e il tatto.
Le persone hanno bisogno di protezione, protezione non significa separazione bensì connessione.
Gli esseri umani hanno bisogno di una Urban Protection.
Urban Protection rappresenta una nuova forma di dialogo suggestivo tra l’equipment e il nuovo scenario urbano, un dialogo che nasce prima tra l’abbigliamento e chi lo indossa. Un capo vive delle esperienze dell’individuo così come l’individuo si relaziona al mondo attraverso le funzionalità del capo. Un duplice, fondamentale rapporto tra interno ed esterno, capi concepiti come strutture: il design esterno rimanda al rigore architettonico brutalista mentre l’interno trasmette il calore tipico dell’umanità.
A creare un nuovo livello di connessione arriva lo shooting dedicato alla collezione scattato a Fregene in una location unica, la Casa Sperimentale, meglio conosciuta come Casa Albero.
Progettata e costruita negli anni ’60 da Giuseppe Perugini e da sua moglie Uga de Plaisant, entrambi architetti, utilizzando esclusivamente cemento armato, vetro e acciaio, è un esempio di architettura brutalista che si inserisce nel contesto naturale allo stesso modo in cui la collezione FW020 di C.P. Company si cala nel nuovo concetto urbano.
Per approfondire questo aspetto e per capire al meglio la connessione che esiste tra moda e architettura, abbiamo fatto un po’ di domande a Bianca Felicori, architetto, ricercatrice, autrice e mente dietro il progetto Forgotten Architecture, che si è occupata del location scouting.
Com’è iniziato il tuo coinvolgimento nel progetto con C.P. Company?
Sono molto affezionata a C.P. Company, mio padre era amico di Massimo Osti e questo brand è sempre stato per Bologna — la città dove sono nata — motivo di orgoglio cittadino. Avevo molto apprezzato la campagna 2019 scattata davanti alla Casa del Portuale di Aldo Loris Rossi, uno degli architetti della stagione organica italiana che preferisco. Quest’estate sono stata contattata da Giovanni Benvenuto, Content Coordinator di C.P. Company, e mi ha raccontato che il brand aveva manifestato un certo interesse per scattare la campagna invernale nella Casa Albero di Fregene, disegnata da Giuseppe Perugini nel 1968. Conosco molto bene questa casa perché è uno dei simboli del mio progetto di ricerca Forgotten Architecture, una piattaforma dove scoprire architetture moderne, nazionali e internazionali, poco conosciute e dimenticate. Ero molto entusiasta ed ho subito contattato il figlio di Perugini, Raynaldo, ora professore ordinario all’Università Roma Tre che si è reso disponibile e da lì è nata questa meravigliosa collaborazione.
Quali sono stati gli input iniziali dai quali sei partita per lo scouting e come sei arrivata alla scelta della Casa Albero?
Loro avevano già in mente di farla qui, io ho gestito l’accordo con l’attuale proprietario della Casa, che è appunto Raynaldo Perugini. Quando gli ho scritto per comunicargli le nostre intenzioni, ha risposto subito anche lui con grande entusiasmo dicendo che conosceva benissimo C.P. Company e che aveva anche diversi capi di abbigliamento di questo brand. Perugini ci ha poi ricordato che anche Karl Lagerfeld, nei primi 200, aveva scattato qui una campagna per Fendi, di cui però non sono mai riuscita a trovare notizie. All’inizio io ero abbastanza preoccupata per via delle condizioni in cui riversava questa Casa fino a giugno 2020. Dal 1995, anno della morte di Giuseppe Perugini, la famiglia ha iniziato a diradare la frequenza e la durata dei soggiorni a Fregene, per poi limitarsi a visitare la casa soltanto per occuparsi del restauro del cemento armato, attaccato dagli agenti atmosferici. Negli ultimi vent’anni questo piccolo gioiello incastonato sul mare, purtroppo, è stato vittima di vandalismi che hanno gravemente danneggiato la struttura. Ma poi è successo qualcosa di magico.
La casa è un raro esempio, forse unico, di auto-progettazione familiare. Ci spieghi in che cosa consiste?
Questo è uno degli aspetti più interessanti. Giuseppe Perugini, verso la fine degli anni Sessanta, compra questo terreno nei pressi della Pineta di Fregene assieme alla moglie, Uga De Plaisant, per costruire la loro casa al mare. Una volta cresciuto e iscrittosi alla facoltà di Architettura, anche il figlio Raynaldo inizia a partecipare alla realizzazione della casa e vengono così soprannominati i “3P”.
La Casa Albero è il frutto dell’applicazione della creatività della famiglia, è un’architettura fantastica, invincolabile, libera da costrizioni e condizionamenti. È un eterno work in progress perché può essere modificata e si possono aggiungere moduli all’infinito. Si chiama “Casa Albero” perché è pensata come luogo dove esperire il senso della vita tramite il rapporto diretto con la natura circostante.
Attualmente questo complesso residenziale è formato da tre edifici di tipologia diversa: la Casa, la “palla” attrezzata come casa indipendente, e i “cubetti”, tre volumi funzionali cubici intervallati da semi-moduli contenenti i servizi, camera da letto, soggiorno e cucina in meno di 40 metri quadrati.
La casa versava in uno stato di semiabbandono soprattutto a causa di atti vandalici. Ci racconti com’è nato il processo di “ristrutturazione”?
Purtroppo a causa dello stato di degrado in cui versava si era sparsa la voce che questa casa fosse abbandonata e questo è il motivo per cui è stata poi vittima di atti vandalici. Nel 2019 avevo scritto un articolo a riguardo denunciando il problema, cosa che so che il professor Perugini ha molto apprezzato. Durante la seconda riunione virtuale con il brand e con l’architetto, è stato C.P. Company a proporsi come sponsor per i lavori di restauro dell’edificio, offerta calorosamente accolta da Perugini. C.P. ha poi finanziato, prima di scattare la campagna, la pulizia e la pittura delle superfici esterne e la verniciatura degli elementi metallici. Questo è quello che accade quando una casa di moda sviluppa una certa sensibilità per l’architettura.
Cosa rappresenta per te, e più in generale per l’architettura contemporanea, la Casa Albero?
Tutto? :) L’architettura e l’idea di pensare a metodi alternativi per parlare di architettura moderna e contemporanea sono il centro del mio lavoro. Ogni giorno mi batto per far si che ci sia sempre più confluenza tra le varie discipline, dalla moda all’architettura, dall’arte alla musica. Per me questa campagna è molto di più di un semplice progetto pubblicitario, è il risultato di un processo di integrazione per cui mi batto ogni giorno, cercando di far combaciare le mie conoscenze architettoniche con le esigenze degli altri mondi. Questa Casa è diventata il simbolo di una prima vittoria, e con lei anche il professore Perugini, con cui ho un rapporto basato su una stima reciproca. Per questo sono grata a C.P. e spero che molti brand seguano il suo esempio.











