L’inestimabile legacy di Dr. Martens e del boot 1460

L’inestimabile legacy di Dr. Martens e del boot 1460

Andrea Tuzio · 4 mesi fa · Style

Un’icona trasversale che ha attraversato 60 anni di storia mantenendo intatta la propria essenza, che con il passare del tempo si è arricchita, consolidata ed è entrata di diritto nell’immaginario collettivo. Dr. Martens è diventato un simbolo che è penetrato nel tessuto sociale partendo da un legame intrinseco con la working class britannica per poi divenire rappresentazione di espressività e di individualità grazie a musicisti, liberi pensatori e sub-culture in tutto il mondo che hanno indossato il brand valorizzandolo e rendendolo un unicum nel mondo del footwear.

Se però esiste un modello che più di altri rappresenta al meglio questo incredibile viaggio, è l’iconico boot 1460

Ma per raccontare la genesi di questo intramontabile must have dobbiamo tornare indietro nel tempo fino al 1901 e andare a Wollaston nel Northamptonshire, contea dell’Inghilterra centrale nella regione delle Midlands Orientali, dove Benjamin Griggs e Septimus Jones fondarono un’azienda che produceva stivali.
Il sodalizio tra i due andò avanti per circa un decennio e, una volta terminato, entrambi continuarono a fabbricare calzature a livello locale. 

Più precisamente Benjamin e il figlio Reginald diedero vita alla R. Griggs & Co. Ltd diventando a tutti gli effetti il cuore dell’industria calzaturiera inglese producendo stivali da lavoro molto robusti e che duravano nel tempo.

A questo punto della storia, siamo intorno al 1945, dobbiamo trasferirci momentaneamente in Germania, a Monaco, dove un soldato venticinquenne, il Dr. Klaus Maertens, mentre era in convalescenza per un piede rotto nel secondo dopoguerra, inventò una suola con un cuscinetto d’aria per i suoi stivali. Realizzò un prototipo di una scarpa munita del nuovo cuscinetto e la presentò a un suo vecchio amico dell’università, l’ingegnere meccanico Herbert Funck, che ne rimase entusiasta.

I due si misero in società utilizzando come materie prime le forniture militari ormai in disuso, e nel 1947 iniziarono la produzione che li portò in dieci anni a mettere in piedi un business importante basato per lo più sulla vendita di stivali per donne prevalentemente anziane. 

Torniamo adesso in Inghilterra e andiamo avanti fino al 1960. All’epoca l’azienda Griggs era gestita dalla terza generazione della famiglia: a capo c’era Bill e poi i fratelli Ray e Colin e il figlio Max. 
Il turning point della storia arrivò per puro caso, come spesso accade. 

Bill stava leggendo una rivista specializzata in scarpe e l’occhio gli cadde su una pubblicità che reclamizzava un’innovativa suola a cuscinetto d’aria, proprio quella del Dr. Klaus Maertens ed Herbert Funck. 

La Griggs acquisì una licenza esclusiva apportando in più una serie di cambiamenti essenziali che tuttora rappresentano l’iconografia inconfondibile del boot Dr. Martens 1460: le cuciture gialle, il bordo scanalato della suola in due tonalità, un pattern della suola unico e un passante sul tallone con il marchio ‘AirWair’, il tutto accompagnato dallo slogan “With Bouncing Soles”.

Il 1° aprile del 1960 è la data di nascita di quest’icona assoluta che resterà per sempre impressa grazie all’intuizione di chiamarla 1460.
Gli anni ’60 coincisero con una presa di coscienza collettiva che portò a una serie di cambiamenti sociali decisivi che avrebbero cambiato radicalmente il modo di pensare collettivo.

Il 1460 divenne velocemente un simbolo di ribellione e delle controculture che si andavano sviluppando in quel periodo, a partire ad esempio dagli skinheads che ne fecero un loro peculiare segno distintivo – da sottolineare che all’epoca la cultura skinhead nasceva e rimaneva un movimento sociale, multiculturale e non politico e che comprendeva i giovani della classe operaia britannica.  

La prima vera personalità di spicco ad indossarli pubblicamente fu il leader e chitarrista dei The Who, Pete Townshend, proprio come rappresentazione del suo orgoglio operaio e come espressione di ribellione. 
In questo modo il boot 1460, da semplice scarpa da lavoro, fece il salto definitivo nella contro-cultura globale diventandone un emblema. 

Gli anni ’70 definirono ancora di più l’immaginario e l’iconografia del boot grazie a tutte le sottoculture che nascevano numerose, come la prima ondata del glam, il punk e il two-tone che avevano tutti un comune denominatore: il 1460. Ogni nuova wave lo adottava come scarpa rappresentativa, segno distintivo di auto-espressione che partiva direttamente dal cuore della cultura giovanile britannica.
Vere e proprie icone della musica del tempo come i Sex Pistols e i The Clash fecero del boot una parte imprescindibile della loro estetica e di conseguenza di quella dell’intero punk rock.

Gli anni ’80 segnarono lo sbarco del 1460 negli Stati Uniti grazie alle band americane che andavano a suonare in Inghilterra e che ne percepivano e comprendevano il fascino e la legacy.  E nel 1984 iniziarono ad essere venduti anche sull’altra sponda dell’Atlantico.

Nel decennio successivo il grunge dominava la scena musicale americana: Eddie Vedder li indossava durante i concerti e Marc Jacobs li portava in passerella con il suo iconico show della Spring/Summer 1993.
Nel 2000 il marchio attraversò un periodo di calo ma grazie a una serie di collaborazioni con stilisti e brand di assoluto livello – come Raf Simons e Stüssy nel 2009, Pendleton, Supreme, Bape, Off-White, NEIGHBORHOOD per arrivare fino ai giorni nostri – Dr. Martens non ha mai perso la sua attrattiva e al contrario, resta costantemente al fianco dei rivoluzionari e dei ribelli contemporanei che ancora oggi lottano e si battono per cambiare ciò che nel mondo non funziona e che sostengono quei valori di cui oggi la società ha più necessità che mai vengano supportati. In questo modo continua ad affermare e attestare tuttora con ancora più forza il suo decisivo impatto estetico, culturale, sociale e la sua legacy assolutamente inestimabile.

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Foto d’archivio dalle scuole d’arte degli anni ’90

Foto d’archivio dalle scuole d’arte degli anni ’90

Tommaso Berra · 2 mesi fa · Photography

Prima dei social, prima della diffusione istantanea dei progetti e di un certo individualismo, i collettivi nati nelle accademie d’arte vivevano in un forte clima di condivisione, espresso nel profilo instagram e progetto di crowdsourcing @90sartschool.
Iniziato poco meno di un anno fa, il progetto è nato da una base di foto di archivio di Matt Atkatz, ex studente della Rhode Island School of Design. Da quel momento tanti ex alunni hanno iniziato a condividere foto delle loro serate underground nei luoghi simbolo della vibrante scena artistica di quegli anni.

Le notti ribelli di una gioventù bruciata che ha prodotto poi artisti di ogni genere, che hanno sviluppato il proprio stile in un clima di assoluta libertà e stranezza. @90sartschool è un viaggio nel tempo per diverse generazioni, una più adulta che ha vissuto la propria gioventù proprio negli anni ’90 e che riesce a cogliere i riferimenti culturali presenti in molti scatti. Per i teenager l’archivio non è un racconto nostalgico ma piuttosto una fonte di ispirazione e una macchina del tempo all’interno di ambienti che tutt’ora loro vivono ma che ha subito una forte trasformazione identitaria.

90sartschool | Collater.al
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Foto d’archivio dalle scuole d’arte degli anni ’90
Photography
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Le donne della notte negli scatti di Carolina Lopez 

Le donne della notte negli scatti di Carolina Lopez 

Giulia Guido · 2 mesi fa · Photography

Ai margini della società globalizzata – quella della sindrome da workaholism – e ai margini del giorno ha sempre vissuto una società che non si è mai posta confini o limiti di alcun tipo. È qui, tra le gente della notte, che dal 2018 al 2021 la fotografa Carolina Lopez ha vagato munita della sua macchina fotografica. 

Carolina Lopez è una giovane fotografa di origini latinoamericane che lavora tra gli Stati Uniti e l’Europa, dove ha preso vita il suo ultimo progetto fotografico “Les Nuits Fauves”. Le donne che popolano la vita notturna di città come Berlino, Praga, Londra, Las Vegas, Parigi e Milano sono le protagoniste dei suoi scatti. 

Con un’estetica super satura e un taglio quasi documentaristico il lavoro di Carolina è un’analisi sulla società consumistica, superficiale ed evidentemente ossessionata dalla moda e dall’estetica. Il flash accecante sella macchina fa luce su alcuni elementi, lasciandone altri totalmente al buio e restituendo quell’aspetto fugace e misterioso della notte. 

Grazie a una campagna di crowdfunding “Les Nuits Fauves” è diventato un libro ed è stato pubblicato dalla casa editrice italiana Selfself Books. Qui sotto potete trovare alcuni scatti del progetto, ma scopritelo per interno sul sito di Carolina Lopez e sul suo profilo Instagram

Le donne della notte negli scatti di Carolina Lopez 
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Le donne della notte negli scatti di Carolina Lopez 
Le donne della notte negli scatti di Carolina Lopez 
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Annunciati i vincitori del World Press Photo Contest 2022

Annunciati i vincitori del World Press Photo Contest 2022

Tommaso Berra · 2 mesi fa · Photography

Nella giornata di oggi, giovedì 7 aprile, sono stati annunciati i vincitori del World Press Photo Contest 2022, il concorso di fotogiornalismo e fotografia documentaria al quale hanno partecipato oltre quattro mila fotografi provenienti da 130 paesi.
Una giuria ha premiato i migliori scatti realizzati in occasione di reportage giornalistici, già pubblicati nelle più importanti testate mondiali come il New York Times e National Geographic. I vincitori, suddivisi in diverse categorie, hanno avuto la meglio tra 64823 altri scatti, a colori e in bianco e nero, realizzati in ogni latitudine, cogliendo pratiche antichissime, riti o gli effetti dei grandi disastri ambientali successi negli ultimi anni.

La foto vincitrice del premio assoluto come World Press Photo of the Year è quella della canadese Amber Bracken, nella quale si vedono gli abiti rossi appesi a Kamloops, per commemorare le 215 tombe non contrassegnate alla trovate alla Kamloops Indian Residential School.
La storia giornalistica dell’anno è invece quella fotografata da Matthew Abbott per National Geographic, che racconta il modo con cui gli indigeni australiani bruciano spontaneamente il sottobosco per prevenire incendi in scala più grandi. Questa pratica viene messa in atto in Australia da migliaia di anni ed è stata documentata perfettamente da Abbott.
Ci sono anche reportage portati avanti per anni, come quello di Lalo de Almeida, brasiliano che in Distopia amazzonica ha raccontato la deforestazione del polmone verde del Brasile anche a causa delle politiche ambientali del presidente Jair Bolsonaro. I volti spaesati degli indigeni hanno regalato scatti dalla forte importanza giornalistica e antropologica.

I vincitori oltre al montepremi avranno la possibilità di comparire nel World Press Photo Yearbook 2022, annuario che raccoglie le immagini più belle e i commenti della giuria per ciascuna foto, pubblicato in sei lingue e disponibile a partire da inizio maggio. Sempre nello stesso periodo partirà il tour mondiale della mostra, che nel 2021 ha toccato 66 città in 29 stati.

Annunciati i vincitori del World Press Photo Contest 2022
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L’album di famiglia di Jean-Michel Basquiat

L’album di famiglia di Jean-Michel Basquiat

Tommaso Berra · 2 mesi fa · Photography

Gli scaffali sono pieni di narrativa che entra a fondo nella storia artistica e personale di Jean-Michel Basquiat, pioniere del graffitismo americano elevato a forma d’arte rispettata, da collezione ed esposta nei più importanti musei del mondo.
Se le amicizie con Andy Warhol e Keith Haring sono ormai raccontate da molti dei partecipanti della scena artistica newyorkese degli anni ’80, se la storia d’amore con Madonna fa parte del lato più pop della storiografia legata a Basquiat, il 9 aprile a Manhattan inaugura una mostra che svela aspetti più intimi del pittore, attraverso le fotografie dell’album di famiglia. Il progetto si chiama “Jean-Michel Basquiat: King Pleasure©” ed è curato dalle sorelle Lisane e Jeanine, più piccole dell’artista e che lo hanno vissuto prima come fratello maggiore, timido e scherzoso, poi come un artista di fama mondiale.

Oltre 200 opere inedite tra scatti e manufatti legati alla famiglia di SAMO©, dal rapporto di amicizia con il padre Gerard a quello con la madre Matilde, colei che ha fatto scattare la scintille dell’arte al piccolo Basquiat portandolo a spasso per i musei di New York.
Attraverso le foto di famiglia si ripercorrono gli anni a Flatbush e poi a Boerum Hill a partire dal 1972. Alcuni scatti mostrano anche il biennio in Porto Rico, nel quale la famiglia si era trasferita per un’opportunità di lavoro del padre Gerard. Il ritorno a Brooklyn nel 1976 coincide con l’inizio dei primi seri esperimenti artistici, che porteranno alla prima opera venduta a Warhol nel 1979 (Stupid Games, Bad Ideas) e alla prima personale del 1982 alla Annina Nosei Gallery.
Nella mostra si racconta di un Jean-Michel Basquiat divertito nel costruire pupazzi di neve in mezzo alla strada, o a raccogliere mele con tutta la famiglia. I ritratti con in braccio le due piccole sorelle restituiscono un’atmosfera familiare facile da cogliere a molti, raccontata proprio dalle due curatrici in un articolo su Wepresent. Una mostra che è il contrario del pop, contenitore dentro il quale è spesso stato inserito Basquiat, non spirito collettivo ma nucleo minimo di affetti e creatività.

Jean-Michel-Basquiat | Collater.al
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L’album di famiglia di Jean-Michel Basquiat
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