La nostra intervista a Stephen Ajao, fondatore di Uneasyness

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27 Febbraio 2019

Stephen Ajao è il designer di Uneasyness. Scopri tutto ciò che c’è da sapere su di lui e sul suo brand leggendo qui la nostra intervista.

Quando si parla di brand emergenti, in un mercato in continua evoluzione e che appare quasi saturo come quello dello streetwear, lo si fa sempre con una certa dose di scetticismo.
Per ogni brand che nasce ce ne sono già due che combattono per fare la differenza, per risultare voci soliste in un coro arrogante che urla tantissimo.
Ma non è questo il caso di Uneasyness, brand fondato da Stephen Ajao, che con tre collezioni all’attivo, e una che sta per nascere, sa bene cosa vuole e come raccontarlo.
Con le sue tre collezioni passate, Elusive Beauty, Lost in the World e Altered Existence ha iniziato un lavoro che, come ci ha raccontato, non si focalizza solo sul prodotto ma sul voler trasmettere l’intera cultura, visione e filosofia che si nasconde dietro i suoi capi.

Per sapere di più su Stephen e sul suo brand, non ti resta che leggere la nostra intervista e dare un occhio alle sue collezioni che trovi qui sotto.

Raccontaci di te, del tuo background e di tutto quello che hai fatto prima di decidere di avviare un tuo brand.

Mi sono diplomato come geometra, poi mi sono iscritto all’università e ho cambiato totalmente, ho deciso di studiare Medicina. Poi ho avuto un crollo esistenziale e ho mollato. 
Al tempo avevo 20 anni e ho iniziato a farmi i miei viaggetti per capire cosa volevo fare, così sono approdato al product design. Avendo fatto gli studi tecnici ero abbastanza bravo nel disegnare al computer e mi occupavo prettamente di prototipi in 3D. Quello del 3D era un mercato super emergente, la situazione era abbastanza dinamica solo che, anche lì, dopo un anno mi sono stufato perché non avere la possibilità di usare la propria creatività è un po’ come essere sempre legati a una sedia. 
Essendo sempre stato un grande appassionato di vestiti, per provocarmi mia mamma mi disse di farmi fare qualche camicia su misura dalla nostra sarta di famiglia.
Ho seguito il suo consiglio e ho cominciato a disegnare e a farmi confezionare questi pezzi unici. 

Ero appena tornato a Mantova e con i miei amici organizzavo eventi di musica elettronica ed entrò nel nostro gruppo un ragazzo che a quel tempo aprì un negozio in centro città e aveva quasi tutti i brand d’avantgarde. Fatalità, durante una serata gli piacque una mia camicia, mi chiese di chi fosse, io gli dissi che era mia e da quel momento cominciò a prendere le mie camicie e venderle da lui.
Così senza motivo mi sono detto che se la facevo funzionare a Mantova potevo farla funzionare anche a Milano dove potevo lavorare a un mio brand e così, dall’oggi al domani, è stato.

Il mondo dello streetwear è in continua evoluzione e il mercato diventa sempre più competitivo, quali credi siano gli elementi in grado di determinare il successo di una collezione o, più in generale, di un brand?

È difficile a dirsi. Per quello che è la storia io penso che sia essenziale per un brand cercare di trasmettere un certo tipo di cultura, di filosofia o un certo tipo di visione che abbia senso e si differenzi dagli altri.
Credo che per avere successo sia essenziale che la gente riesca a percepire tutto quello che sta al dì fuori del brand che non è il prodotto.

Quindi tutto il suo contorno, ci deve essere una base a livello culturale, una visione comune. 

Sì, poi è più complicato perché adesso se uno fa un bel lavoro di marketing o di product placement comunque il brand viene conosciuto, però è una cosa che va a snaturare tutto quello che è il mondo dello streetwear. Secondo me, per far sì che un brand prosperi nel tempo, è essenziale che ci sia un rapporto diretto tra le persone che lavorano nel brand e quello che loro trasmettono e fanno a livello culturale. 
Quello che voglio e spero di fare io con il mio brand è fare qualcosa di innovativo, ed essere innovativi non vuol dire fare sempre cose nuove. Essere reali perché, alla fine, la persona che ti compra non compra solo perché gli piace il tuo capo, lo fa anche per la filosofia e quello che trasmette il brand.

Quali sono le tue principali fonti d’ispirazione e come funziona il tuo processo creativo?

Beh l’ispirazione è un po’ strana, io guardo sempre a tutto ciò che può essere considerato nuovo.
La mia prima fonte è sicuramente la musica, fino a rompere le scatole a tutti. Io sono quello che si sveglia, fa colazione, si lavo i denti e ha già la traccia che vuole ascoltare in testa. Poi la storia, leggo un sacco di libri che raccontano di storie di artisti, designer, stilisti, ecc. storie di prodotti, storie di come i prodotti sono entrati nella nostra vita quotidiana. 
La musica elettronica, quadri, più o meno questo. 

Cosa succede quando ti approcci alla creazione di una collezione? 

È come se sentissi delle cose a pelle, nello stomaco e cercassi di dar loro un senso il più largo possibile.
Inizio sempre interrogandomi su qualcosa, la domanda mi gira in testa tutto il giorno e comincio a cercare delle risposte, è il mio punto di partenza.

L’idea di Lost in the World, che è anche la canzone di Kanye West, nasce in un periodo in cui facevo un sacco di graffiti per strada, avevo iniziato a ristudiare un po’ la storia dei graffiti, delle crew che mi interessavano di più come i 1up di Berlino e i più grandi come Banksy, Bansky in realtà no (ride). Quelli più conosciuti della nostra era e poi essendo uno che ha un sacco di dilemmi esistenziali mi sono detto “beh secondo me l’idea di incappucciarsi di notte e andare a scrivere sui muri, vuol dire che devi sentirti proprio solo nel mondo”. Da questo pensiero è nata questa collezione. In quel periodo lì ascoltavo sempre l’album Oxymoron (Schoolboy Q) e sulla copertina c’è lui tutto bendato, all’inizio era famoso perché si vestiva old school, allora sono andato a vedere quali erano i cinque capi più utilizzati negli anni ’80, quando partì il movimento, e mi venne l’idea di ridare lustro a questi capi, di fargli fare un upgrade a livello di tessuti e di qualità, di dargli il mio taglio personale, quella verve classica che deve avere Uneasyness, e così nasce la collezione. 

C’è un personaggio iconico, del passato o del presente, che vorresti vedere indossare i tuoi capi? 

Non saprei, così su due piedi ti direi che forse non c’è perché magari ancora non esiste.

E un personaggi che magari rispecchia il tuo stile e che sarebbe perfetto per le tue creazioni?

Forse Moodymann, perché anche come personalità sento che è un artista abbastanza affine alla mia personalità, che ha fatto un lavoro culturale super interessante, lui è nella prima schiera di quelli che hanno lanciato la musica elettronica nel mainstream mondiale, che è sempre stato ai margini della scena dei media, suona quasi sempre col volto coperto ed è uno che se ne frega di tutto e quando suona non segue mai le direzioni artistiche ma suona per il piacere di suonare quello che lui vuole. Anarchico al 100%. Lui potrebbe essere uno che mi piacerebbe vestire. 

Progetti futuri?
Beh, far sfondare il brand è il primo. 
Poi io sono un grafico, faccio graffiti, tag e sono innamorato delle lettere mi piace un sacco l’arte della parola in tutti i sensi, quindi la mia idea sarebbe quella di fare un’esposizione delle mie grafiche su larga scala, vediamo se riuscirò a farlo, sicuramente non sarà quest’anno, e se dovesse essere quest’anno vuol dire che mi è andata davvero di culo. Questo è il mio progetto parallelo più forte al momento. 
Cominciare a far qualcosa con l’azienda con cui sto collaborando Wonderglass, con cui mi misuro con i migliori designer del prodotto del mondo quindi credo che ci vorrà diverso tempo. 

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