Kiev Fashion and Arts Days. Fotografi, moda e rave party

Kiev Fashion and Arts Days. Fotografi, moda e rave party

Collater.al Contributors · 2 anni fa · Style

Dal 7 al 10 ottobre si sono svolti i Kiev Fashion and Arts Days, un festival che celebra l’arte, la moda, la fotografia e le performance.
Il progetto è figlio di un’idea di Sofia Tchkonia, fondatrice della Mercedes Benz Fashion Week di Tbilisi. Lo scopo è quello di consolidare la posizione dell’Ucraina come capitale culturale dell’Europa orientale ma soprattutto di creare una piattaforma per tutti i creativi ucraini.

Noi di Collater.al abbiamo affidato il racconto di questi 4 giorni all’editor e fotoreporter Mattia Ruffolo, che ha realizzato un photo-diary del suo viaggio a Kiev.

Ho trascorso quattro giorni a Kiev dove sono stato invitato ad incontrare e conoscere i lavori della nuova generazione di creativi ucraini. Kiev Fashion and Arts Days è una nuova iniziativa che ha come scopo quello di rafforzare, connettere ed esportare all’estero le più vive personalità di questo paese.
Il reportage fotografico che ne è scaturito non vuole essere una rappresentazione totale ed esaustiva del fitto programma proposto alla stampa internazionale in queste giornate, ma una personale e soggettiva lettura di quello che ho visto in questi giorni.
Questo lavoro a Kiev, città che non avevo mai visitato, non sarebbe avvenuto senza il prezioso e lungimirante talento di Sofia Tchakonia, motore e mente propulsiva dietro la Tbilisi Fashion Week in Georgia. Sofia è stata inserita nel 2019 tra le persone più influenti nel mondo della moda.

L’arrivo è come me l’aspettavo. Sulla strada dall’aeroporto verso la città, una serie di palazzi brutalisti altissimi disegnano il paesaggio della periferia di Kiev. Man mano che che ci avviciniamo verso il centro città vedo il fiume Dnepr, sul quale affaccia il mio albergo. Il Fairmont è un palazzo storico imponente. I corridoi sono lunghissimi e tutti uguali.

Lesha Berezovskiy è una delle prime persone che incontro. Ci diamo appuntamento a Khreschatyk Street, la strada principale e commerciale per i kieviani. Khreschatyk Street è andata completamente distrutta durante la seconda guerra mondiale dall’Armata Rossa in ritirata, ricostruita con i criteri architettonici del classicismo socialista e rinnovata nel periodo di indipendenza dell’Ucraina.

È pomeriggio, c’è il sole, il cielo è terso e soffia un vento freddo e ci dirigiamo verso lo studio di Lesha.
Dobbiamo arrivare prima delle 6 perché dice che nel suo studio, a quell’ora, c’è una luce bellissima.
Mi racconta che tra qualche giorno raggiungerà sua moglie a Mosca e che tra due settimane inaugurerà una sua mostra fotografica ad Almaty, in Kazakhstan, di scatti prodotti a distanza con una sua amica durante l’isolamento.
Arriviamo in studio, una ex ufficio amministrativo (forse una scuola) che al momento la municipalità mette in affitto ad artisti a circa 10 dollari al metro quadro.

Mi mostra i lavori che esporrà e alcune stampe fotografiche su carta vintage sovietica comprata su eBay. Mi regala un libro di fotografia dove sono incluse delle sue foto. Sono ritratti di giovani nelle loro camere e immagini prese di sfuggita nelle serate a CXEMA, un rave ucraino di cui parlerò più avanti.
Lesha è un ciclista e nelle sue immagini è molto presente la natura. Mi mostra le foto di famiglia in campagna dai nonni, dove è cresciuto. Sono molto intime e tenere. Gli chiedo se è una serie che sta portando ancora avanti ma dice che ai nonni non piace molto farsi fotografare. Nel dettaglio di una sua foto si vede della sabbia nera che a me ricorda quella di Stromboli e gli consiglio di vedere Stromboli (Terra di Dio) di Roberto Rossellini.

Andiamo in esplorazione dello stabile, nei corridoi ci sono ancora gli attaccapanni dove gli studenti (?) riponevano le giacche. Esposti tutti insieme sono molto belli; facciamo degli scatti lì, ma Lesha è timido davanti l’obiettivo, preferisce star dietro. Ci salutiamo guardando una cartina dell’Europa su un foulard di seta appeso nel suo studio e pensiamo di rivederci nelle prossime sere per un drink prima di ripartire.

Situationist è un marchio fondato nel 2016 a Tbilisi, orgogliosamente Made in Georgia. 
Forbidden Family è un corto diretto da Davit Giorgadze e Salome Potskhverashvili con le musiche di Nika Machaidze. Un video di sei minuti che porta sui monti georgiani, in una foresta innevata, architetture decadenti di influenza sovietica e locande di legno logore. Durante queste giornate dedicate alla moda e all’arte, Situationist presenta a TSUM–il più importante department store di Kiev–la collezione e il libro di questo viaggio sui monti della Georgia.

“Abbiamo provato a rappresentare la varietà di stili e personaggi diversi. Il modo di vestire e tutti i dettagli importanti che rendono importanti le nostre tradizioni. Dalla costa del Mar Nero alle alte montagne degli Svaneti osservando e definendo ogni importante dettaglio che forma il nostro marchio”.

“L’attuale situazione mondiale ci sta dimostrando l’importanza dell’insieme, del prendersi cura della vita selvaggia e della natura che ci circonda. Speriamo di mostrare la bellezza grezza e selvaggia del nostro paese. Le cose pi importanti della vita sono sempre intorno a noi“.

Incontro Ivan Frolov nel suo atelier di mattina. Gran parte delle cose qui sono rosse: scatole, gusci di vestiti e un neon a forma di cuore all’ingresso. Sembra esserne ossessionato.
È umile e determinato, mi racconta del suo inizio nel 2014 e che ora il suo team è composto da quasi 30 persone.

Alle pareti trovo disegni erotici di ballerine di pole dance o giovani ragazzi nudi che indossano solo corsetti.
Ivan è specializzato in corsetteria, ricamo e creazioni couture-to-wear. Anche se sesso e bondage sono le cose che più ispirano il suo lavoro, alla provocazione estetica segue una profonda ricerca delle tecniche sartoriali e dell’anatomia umana. Rita Ora, Gwen Stefani e Due Lipa hanno indossato Frolov.

All’interno del bar dove ci eravamo dati appuntamento, vedo seduto al bancone Misha Buksha, un giovane uomo molto bello ed elegante che sorseggia un caffè. Con lui, il suo cane Sara, un podenco canario che indossa un cardigan colorato fatto a mano per proteggerlo del freddo.
Ordino anche io il mio caffè e andiamo fuori a berlo. Con Misha sento subito un buon feeling e iniziamo a confrontarci per trovare cose in comune: stessa età, stesso ambito (editoria / fotografia) e anche lui, come me, ha adottato un cane con il suo ex compagno, Yaroslav Solop, col quale continua a lavorare.

Avevo sentito parlare di Misha e del suo lavoro, ma non sapevo molto altro: Misha ha 29 anni ed è cofondatore e direttore creativo della casa editrice Booksha. Mi aveva incuriosito perché avevo letto di questa importante pubblicazione sulla fotografia contemporanea ucraina di nome UPHA Made in Ukraine.
UPHA (Ukranian Photographic Alternative) è il loro primo libro. La ricerca di Misha e Yaroslav è iniziata nel 2017 e ha richiesto quattro anni di lavorazione, soprattutto per la questione legata ai diritti. Nel libro sono presenti 57 fotografi che, secondo la ricerca dell’editore, documentano l’importante metamorfosi sociale, politica, culturale e storica in Ucraina e nel mondo, e descrivono come si sta evolvendo la fotografia in Ucraina. Questo libro ha la missione di esplorare, presentare e archiviare il patrimonio fotografico ucraino. Le immagini, analizzate dal team di ricercatori della casa editrice, evidenziano una riflessione sui cambiamenti politici e sociali, e documentano le fasi critiche dello sviluppo della società ucraina, la guerra, l’impatto religioso sulla coscienza, le conseguenze della crisi economica, gli studi di genere, del corpo e della sessualità.

Per sfogliare il libro siamo andati nel coffee shop di una una galleria d’arte e fotografia contemporanea, The Naked Room, fondata dalla curatrice Lizaveta German, Maria Lanko e dal regista Marc Raymond Wilkins.
Nel tragitto mi parla di un suo viaggio a Venezia con sua madre, interrotto solo dopo 24 ore per un imprevisto che li ha riportati immediatamente in Ucraina. Il desiderio di ritornare ci fa salutare con la speranza di rivederci presto in Italia e il suo consiglio di vedere un film del regista russo Aleksandr Galin intitolato Il mantello di Casanova.

Qualche giorno prima prima del mio arrivo a Kiev scrivo un messaggio a Slava Lepsheeev dicendogli che sarei stato qualche giorno in città. Lui mi risponde subito dandomi appuntamento al Kosatka, un piccolo bar hipster nel centro di Kiev. Slava arriva con un monopattino elettrico, ci salutiamo e iniziamo a parlare. È di poche parole e sembra timido, ma sa ascoltare bene.
Conosco Slava perché i-D, la testata che dirigevo, aveva prodotto un documentario sulla scena del clubbing ucraino. Slava è la mentre dietro CXEMA, un rave techno itinerante che si svolgeva nelle zone industriali di Kiev.
CXEMA nasce a ridosso delle rivoluzioni violente del 2014 a Kiev, culminate con la cacciata dell’allora presidente dell’Ucraina, Viktor Janukovyč. Dopo che le proteste sono diventate delle vere sommosse, le autorità hanno aperto il fuoco contro i civili provocando almeno 82 morti, di cui 13 poliziotti, e più di 1.100 feriti. Con un presidente spodestato, la Russia che invade la Crimea e le intere milizie di oppositori che insorgevano in tutta l’Ucraina, i giovani hanno reagito a modo loro portando o dimenticando in pista tutte le loro delusioni e le insoddisfazioni che solo una politica così precaria può far scaturire.

Con Slava andiamo subito al dunque, gli chiedo com’è al momento la scena a Kiev e mi dice che, come ovunque, il lockdown ha rellentato le cose. Mi parla che vorrebbe aprire un locale tutto suo, piccolo, per massimo 100 persone. Sta vedendo degli immobili in affitto e forse ne ha trovato uno. Gli chiedo di descrivermi come se lo immagina e mi risponde con un lungo bancone, arredamento vintage e bella gente.
Mi dice che prima del lockdown avrebbe voluto fare un viaggio in Italia, in Sicilia, e che ancora sogna di farlo. Mi chiede consiglio se andare a Palermo o a Catania e io gli rispondo di vederle entrambe, ma che Catania negli anni ’90 era musicalmente iper al passo col resto del mondo, che era la Seattle d’Italia – nella mia testa giravano nomi come il produttore discografico catanese Francesco Virlinzi che in qualche modo aveva creato un terreno fertile per artisti come Michael Stipe, Peter Baks, Natalie Merchant che trascorrevano le estati lì e che nei locali si ballavano i Pixies, Sonic Youth, The B-52s – ma mi sembrava di allontanarmi troppo dalla conversazione.
Usciamo dal bar e prima di salutarci facciamo una passeggiata nel parco vicino. Mentre parliamo di viaggi, io gli faccio qualche scatto, e ci lasciamo consigliandomi di andare ad Erevan, in Armenia.

Siamo al Nosorog, uno strip club nella zona ovest di Kiev per la presentazione del secondo numero di “Hrishnytsia”, una zine erotica fondata da Julie Poly.
Yulia Polyashchenko AKA Julie Poly è una fotografa e art director che vive a Kiev. Ha studiato alla School of Photography di Kharkiv e oggi scatta per Vogue, L’Officiel, Harper’s Bazaar, Dazed & Confused e i-D. Nel suo lavoro prevalgono l’erotismo, la moda e la bellezza non convenzionale. L’artista afferma di trovarsi costantemente ispirata da “cose banali, eventi quotidiani, storie di vite di amici e esperienze personali”.

Julie indossa una felpa rosa di Balenciaga con su scritto GAY PRIDE. Con lei il suo pluripremiato barboncino di nome Pushok, che in italiano vuol dire soffice. Pushok ha 21 mesi ed è già comparso su una cover di Vogue Ucraina. Ha vinto diversi premi di bellezza come: Campione Junior dell’Ucraina; Junior Grand Champion dell’Ucraina; Campione d’Ucraina; Gran Campione d’Ucraina; Campione del club del Barboncino; e ancora gareggia per vincerne altri. Alla festa sembra molto infastidito.
Sul palco si esibiscono 3 performer: una ipnotica cantante drag che sembra esser uscita da un film di David Lynch e due danzatrici di pole dance. Una delle ballerine è l’insegnante Julie, che pratica pole dance regolarmente tre volte la settimana. Il tema di questa zine sono i tatuaggi: all’interno del club gli invitati possono farsi tatuare da due tatuatori professionisti.

Vic Bakin è un fotografo e regista autodidatta originario del Turkmenistan ma che ora vive a Kiev.
Ci incontriamo nella sua casa-studio dove mi mostra il suo archivio fotografico degli ultimi anni. Vive nella parte alta della città e dice che in quel quartiere si sente tranquillo perché ha tutto a portata di mano.
Entrando nel suo studio mette della musica techno di sottofondo e inizia a mostrarmi le sue fotocamere, i suoi libri dei fotografi preferiti – alcuni di questi anche autografati – il suo archivio di lavori stampati e perfettamente ordinati nei cassetti. Scatta di continuo e adesso sviluppa le sue foto autonomamente nel suo bagno di casa. Durante il lockdown non potendo incontrare persone ha rimaneggiato le sue vecchie foto con stratificazioni di pittura che hanno rarefatto le immagini. Una selezione di queste immagini è ora in mostra al club K41.

Il K41 è una delle serate al momento più interessanti di Kiev.
In realtà non ha un nome fisso, è nominata K41 perché si trova a Kyrylivska St, 41. La serata è meglio identificata con il simbolo matematico “∄” che equivale a “non esiste”. Non puoi cercarli su google e non hanno nemmeno i social media. Al momento la serata si svolge in un ex birrificio e la musica va avanti giorno e notte per tutto il weekend. Quello che dall’esterno sembra un edificio abbandonato è ora un club LGBTQIA+ friendly che ospita DJ locali insieme a grandi nomi. La fila e la door selection non sono molto diverse da quelle del Berghain. Dopo l’approvazione, prima di entrare, devi sottoporti al test Covid, 15 min di attesa e se sei negativo, entri.

Dopo qualche minuto il suo parquet è cosparso da centinaia di immagini di giovani uomini in bianco e nero. Durante la conversione, senza volerlo, inizio a fare una selezione di quelle che più mi colpiscono. Vic si stranisce con quanta velocità guardo e seleziono le foto. Lo guardo e gli dico: “lo so, scorro velocissimo. È una quesitone di istinto, la foto deve piacermi al primo impatto”.
Nel mentre parliamo del suo rapporto con il corpo e con i suoi modelli. Mi racconta della sua musa, un ragazzo di nome Roma visto per caso in metropolitana che incontra regolarmente. Scatta con una 4×5 pieghevole americana da fotogiornalismo utilizzando pellicole di grande formato.
Una volta selezionate le immagini, le prendiamo da terra e le appendiamo sulla parete che lui usa come fondale per i suoi modelli. Intanto che facciamo questo cerchiamo di trovare un nesso tra Aby Warburg e Tumbler.

Prima di andar via prende una copia del sul libro fotografico intitolato “Heavy Clouds” e me ne regala una copia, scrivendomi come dedica “A Mattia, i ricordi sembrano svanire”.

Un ringraziamento speciale a Sofia Tchkonia, Julia Kostetska, Maria Mokhova (White Rabbit Agency), Vladyslav Tomik, Daniela Battistini.

Photographers:
Rōman Himey
Vic Bakin
Kris Voitik
Mattia Ruffolo

Articolo di Mattia Ruffolo

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Torna Liquida Photofestival a Torino

Torna Liquida Photofestival a Torino

Giorgia Massari · 20 secondi fa · Photography

Anche quest’anno torna a Torino il Liquida Photofestival. Giunto alla sua terza edizione e sempre sotto la cura di Laura Tota, il festival si terrà dal 2 al 5 maggio negli spazi del Complesso della Cavallerizza, la storica location di Paratissima che da tre anni accoglie Liquida sotto il suo ombrello. Come sempre, l’intenzione del festival è quella di dare voce ai nuovi talenti emergenti nel campo della fotografia contemporanea, che ritroveremo soprattutto nella sezione Exhibition. Ci sarà poi la mostra collettiva One Shot con una selezione di dieci scatti di dieci fotografi established, che vi sveleremo qui di seguito. Oltre alle due mostre principali, sono anche presentati altri tre progetti, vincitori dei premi Full Project, ArtPhilein e ImageNation. Tutto è inserito nella cornice del tema di quest’anno, Rebirth, che invita gli artisti e gli spettatori a considerare la propria esistenza come una seconda possibilità.

Uno spazio di possibilità

Liquida Photofestival esplora le infinite possibili declinazioni che la vita può offrire, oltre le aspettative imposte dai canoni sociali. «Ridefinirsi, re-inventarsi, ricollocarsi all’interno delle dinamiche della società e della relazione con noi stessi» – sottolinea Laura Tota, direttrice artistica del festival – «REBIRTH delinea lo spazio delle possibilità che ogni giorno possiamo e dobbiamo scegliere per essere entità consapevoli nel nostro viaggio».

I vincitori del Grant, qualche anticipazione

Come anticipazione dell’edizione di quest’anno, scopriamo i dieci fotografi vincitori del Grant – One Shot con i loro dieci scatti. La giuria è composta da esperti del settore come Vittoria Fragapane, Gabriele Stabile, Rebecca Delmenico e Alessia Caliendo, che hanno selezionato i fotografi Angela Crosti, Austin Cullen, Chiara Paderi, Claudia Deganutti, Elisa Roman, Guglielmo Cherchi, Ivana Noto, Lello Muzio, Nanni Licitra e Sebastian Bahr. I loro dieci scatti saranno esposti in una mostra collettiva che li vedrà in dialogo. Qui di seguito i dieci scatti selezionati.

Lello Muzio, Tintilla
Liquida Photofestival | Collater.al
Guglielmo Cherchi, Con desiderio
Liquida Photofestival | Collater.al
Nanni Licitra, Hell end in hell
Liquida Photofestival | Collater.al
Sebastian Bahr, Stacks
Angela Crosti, HIATUS
Ivana Noto, Senza titolo
Chiara Paderi, Cropped
Austin Cullen, Testing
Elisa Roman, HIGLY SENSITIVE
Liquida Photofestival | Collater.al
Claudia Deganutti, Billie
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Amore o odio? Il rapporto fraterno negli scatti di Karolina Wojtas

Amore o odio? Il rapporto fraterno negli scatti di Karolina Wojtas

Giorgia Massari · 4 giorni fa · Photography

L’infanzia, per quanto gioiosa e spensierata, nasconde spesso risvolti drammatici. È origine di traumi complessi che si protraggono nella vita adulta e, per questo, è uno dei temi più esplorati dalla psicologia e anche dall’arte. La giovane fotografa polacca Karolina Wojtas (1996) ne è affascinata. I suoi progetti traggono ispirazione dai ricordi e dalle fantasie dei bambini, in un’ottica che oscilla tra l’ironia e la tragedia. La sfera infantile dalla quale Karolina Wojtas attinge la porta ad investigare spesso su se stessa e sul suo passato. Nel progetto dal titolo “We can’t live – without each other”, riflette sul rapporto di odio-amore con il fratello minore. Dinamica estremamente comune e diffusa, nella quale molti possono riconoscersi.

La serie è intima, ironica e cruda allo stesso tempo. Karolina, parlando di questo progetto, racconta come fino all’età di tredici anni era figlia unica, e così voleva rimanere. “Ogni volta che i miei genitori mi chiedevano dei miei fratelli, io dicevo loro: << Prendo un’ascia, li uccido!!! e poi li mangio!!!>>. Un giorno è arrivato lui e la nostra guerra è cominciata…Ora ho 26 anni e la guerra continua, non è cambiato nulla.

Il titolo stesso, letteralmente “Non possiamo vivere – l’uno senza l’altro”, nasconde una contraddizione, tipica dei rapporti fraterni. Da un lato l’odio, dall’altro l’amore. Da un lato l’impossibilità di vivere a stretto contatto, dall’altro il non poter far a meno della presenza reciproca. La rivalità e la gelosia che sfociano talvolta in amore, talvolta in vere e proprie lotte. Le fotografie infatti offrono una visione intima delle tipiche battaglie tra fratello e sorella, ma con risvolti estremi e violenti, portati all’eccesso. La giocosità, espressa dai colori saturi, rimanda ad una sfera divertente e leggera, mentre le immagini comunicano in modo diretto il lato più crudo del litigio. Uno scatto mostra il volto del fratello insacchettato, un altro un braccio bruciato dal ferro da stiro e un altro ancora è completamente riempito dai segni di morsi violenti. 

La mostra della serie in questione, svoltasi a Varsavia alla Galleria Naga nel 2020, è di per sé un invito per lo spettatore a fare esperienza di questa dinamica bivalente. La genialità dell’allestimento esprime da un lato la sfera giocosa, permettendo allo spettatore di giocare con le foto stesse, riprodotte in formato enorme ed appese alla parete a modi “calendario”, mentre dall’altro crea una situazione di disagio.

Courtesy Karolina Wojtas

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Jamie Nelson, l’edonismo glitterato nella sua Barbie Dreamhouse

Jamie Nelson, l’edonismo glitterato nella sua Barbie Dreamhouse

Giorgia Massari · 5 giorni fa · Photography

Le sue fotografie sono decisamente erotiche e provocatorie, la sua villa di Los Angeles è tutta rosa, in stile Barbie Dreamhouse degli anni Settanta. Stiamo parlando di Jamie Nelson, Fashion & Beauty photographer, nota per i suoi scatti alle celebrities e per le sue pubblicazioni su Vogue, Allure, Harper’s Bazaar e Vanity Fair. Con la sua estetica iperfemminile, Nelson mette al centro della sua ricerca l’edonismo, attorno al quale ruotano i temi del sesso, del glamour e delle dipendenze, tutto rigorosamente circoscritto in un universo glitterato e scintillante. Alcune delle sue serie più emblematiche sono Hedonism, Self-pleasure e Addicted che mettono in luce gli eccessi del piacere, con una nota di decadenza tra il kitsch americano e l’erotismo senza filtri. Scorrendo il feed del suo profilo Instagram è subito chiaro che il suo stile artistico rispecchia in tutto e per tutto quello personale. Dalla sua pink house – nonché il suo set preferito per gli shooting – alla sua estetica anni Settanta che strizza l’occhio a Madonna. I selfie sulla sua Mustang rosa del ’68, così come quelli in bagno, avvolta da una vestaglia di raso rosa, ci dicono molto della sua personalità eccentrica, legata al passato, al rock and roll e alla ribellione. Ma scopriamo qualcosa in più sulla sua storia e su cosa si nasconde dietro i suoi scatti glitterati.

Jamie Nelson, Pool Party

Dal Texas conservatore alla città degli angeli

La storia di Jamie Nelson è di ispirazione. Da essere bullizzata a scuola per il suo abbigliamento vintage a rivelarsi una trend setter, vista la moda retrò spopolata qualche anno dopo. La sua storia parte dal Texas, dove è nata e cresciuta. Nello specifico a Colorado Springs, una città conservatrice che non lascia spazio agli eccessi, se non quelli dei fast food e dei centri commerciali. Dopo il college a Santa Barbara, Nelson si trasferisce a New York, decisa a diventare una grande fotografa. Con poche risorse economiche, non ha mai mollato, andando personalmente in tutte le redazioni delle riviste a chiedere di essere pubblicata. Il successo è arrivato a piccoli passi, mentre la sua estetica iniziava a consolidarsi. È stata la città di Los Angeles ad accogliere in pieno la sua stravaganza e a sposare la sua visione di una decadenza glamour.

Jamie Nelson, Addicted

La dipendenza è glamour?

Se guardiamo alle sue serie citate sopra, su tutte Addicted, è chiaro che dietro un mondo patinato, Jamie Nelson sta cercando di più. Le immagini di queste serie mostrano la glamourizzazione del consumo eccessivo di una particolare classe sociale, quella più abbiente, alla costante ricerca del piacere. In una società che vuole “tutto e subito“, incapace di accontentarsi, Nelson mostra come il bisogno di dopamina sia la più grande dipendenza dei nostri tempi. Lo stato di euforia dettato dal sesso e dal consumo di droga, alcol e tabacco contribuiscono ad aumentare il rilascio di dopamina che ci rende schiavi dello stesso mondo dell’abbondanza che abbiamo creato. Se da un lato, in particolare con Self-pleasure, Jamie Nelson celebra la libertà e incoraggia a una sessualità disinibita, dall’altro tutto è circondato da un’aura di decadenza che lascia spazio alla riflessione. La stessa Nelson ha dichiarato di star lavorando a una nuova serie che riflette sulle terribili conseguenze dell’inevitabile burnout sociale dettato dall’eccesso di dopamina.

Jamie Nelson, Self-plasure

Courtesy & copyright Jamie Nelson

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Street photography e smartphone, il viaggio di Xiaomi e Leica continua

Street photography e smartphone, il viaggio di Xiaomi e Leica continua

Giulia Guido · 6 giorni fa · Photography

Il mondo cambia e quello della tecnologia sembra farlo più velocemente degli altri. La prova sono le decine di novità che ogni mese vengono presentate e ogni volta che pensiamo che non si possa andare oltre veniamo smentiti da una nuova invenzione. Qualcosa però resta uguale, ovvero l’importanza del legame tra telefonia mobile e fotografia. Quante volte, infatti, l’acquisto di uno smartphone si basa sulle qualità della fotocamera? Alla fine ciò che vogliamo è un dispositivo su cui contare non solo per chiamare, messaggiare o lavorare, ma anche per fermare in uno scatto il nostro quotidiano, quello che succede intorno a noi per strada, i volti che incrociamo ogni giorno. Questa cosa Xiaomi l’ha capita meglio degli altri ed è dal 2022, ovvero da quando ha deciso di unire le forze con Leica, che offre la possibilità di avere un dispositivo in grado di trasformare chiunque in fotografo professionista. 

Lo scorso 25 febbraio a Barcellona, Xiaomi ha ribadito la sua posizione presentando la nuova Xiaomi 14 Series di cui fanno parte i due smartphone Xiaomi 14 e 14 Ultra

Abbiamo deciso di mettere alla prova lo Xiaomi 14 e le sue tre fotocamere e quale posto migliore di Barcellona per farlo. Il reticolato di strade della capitale della Catalogna, che alterna ampie vie a stretti vicoli, ci ha dato la possibilità di giocare con zoom e grandangolo per catturarne tutti gli elementi, mentre per fermare nel tempo il dinamismo della città è arrivata in nostro aiuto la lunga esposizione. 

Non potevamo non sfruttare l’apporto che Leica ha dato. Lo stile Leica Vivace è venuto in nostro soccorso in uno dei luoghi più caotici di Barcellona, ovvero la Boqueria. Qui i colori e le luci al neon degli stand sono tanti quanti i profumi e gli odori dei prodotti tipici ai quali è impossibile resistere. 

Ci siamo spostati dall’altra parte della città, precisamente al Padiglione di Barcellona progettato dell’architetto tedesco Ludwig Mies van der Rohe per l’Esposizione Universale del 1929, per utilizzare al meglio lo stile Leica Autentico. Qui la luce naturale tipica di Barcellona esalta le forme lineari e severe della struttura, esaltando i colori dei diversi marmi utilizzati. Lo Xiaomi è riuscito a catturane la bellezza, senza lasciare indietro neanche i riflessi dei due specchi d’acqua presenti nel Padiglione. 

Infine abbiamo puntato l’obiettivo dello Xiaomi 14 sulle persone, la vera anima della città. Con tanti chilometri nelle gambe e la galleria piena di foto ci siamo fermati per sfruttare al meglio la tecnologia dello smartphone che integra una tecnologia AI all’avanguardia e che ci ha permesso di donare agli ultimi giorni di febbraio barcellonesi un sole limpido e dei romantici tramonti. 

Il 25 febbraio Xiaomi ha presentato anche gli ultimi prodotti Smart Life: Xiaomi Pad 6S Pro 12.4, Xiaomi Smart Band 8 Pro, Xiaomi Watch S3 e Xiaomi Watch 2. Scoprite tutto il loro mondo sul sito di Xiaomi

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