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The Alpine Diary: Moncler torna sulle tracce delle grandi spedizioni

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Arianna Maria Leva

Prima di una spedizione la montagna è ancora soltanto una promessa, la cima non si vede, il percorso non è ancora stato tracciato e tutto ciò che resta è prepararsi a partire. È proprio da questo spazio sospeso tra ciò che è stato e ciò che deve ancora accadere che prende forma The Alpine Diary, il racconto che accompagna la nuova stagione di Moncler Re/Icons.

Più che un semplice progetto editoriale legato alla collezione, The Alpine Diary costruisce una sorta di viaggio nel tempo. Il punto di partenza è Monestier-de-Clermont nel 1952, quello di arrivo è Milano nel 2026: in mezzo ci sono montagne, spedizioni, incontri, attese, salite e quattro capi che nel corso dei decenni hanno attraversato modi diversi di vivere la montagna.

Il diario è scritto dal punto di vista di un esploratore immaginario degli anni Cinquanta e assume la forma di un vero e proprio expedition record. Appunti, annotazioni, immagini e memorie costruiscono una narrazione che non guarda alla montagna soltanto come paesaggio, ma come esperienza.

Un’avventura non coincide necessariamente con il raggiungimento della vetta. È fatta anche di preparazione, di imprevisti, di silenzi, di compagni di viaggio e della capacità di continuare quando il percorso cambia. Nel diario, questa dimensione emerge attraverso una serie di pensieri che raccontano la montagna come qualcosa che mette alla prova e, allo stesso tempo, insegna.

Il principio è semplice: ogni cima apre la strada alla successiva. Non esiste una vera conclusione, ma un movimento continuo verso ciò che ancora non si conosce.

Le fotografie d’archivio riportano al centro una fase in cui l’abbigliamento tecnico non era ancora separato dall’idea di esplorazione. Le spedizioni rappresentavano vere e proprie prove di resistenza e i capi dovevano rispondere a condizioni estreme.

È anche in questo contesto che si inserisce la storia di Moncler e dei suoi primi collaboratori legati all’alpinismo. Tra questi c’è Lionel Terray, alpinista francese che nel 1954 riconobbe il potenziale delle prime giacche in piuma Moncler per l’alta quota e collaborò con il brand allo sviluppo di una gamma destinata alle ascensioni più impegnative. Lo stesso anno è quello della Karakorum, realizzata per la spedizione italiana che avrebbe portato Achille Compagnoni e Lino Lacedelli alla prima conquista del K2. Settantadue anni dopo, quella stessa storia ritorna in una nuova forma.

La Karakorum del 2026 non prova a imitare il passato. Ne conserva piuttosto la memoria, trasformandola in un capo contemporaneo: la struttura viene alleggerita e reinterpretata, ma rimane l’idea originaria di un indumento progettato per accompagnare chi si spinge oltre il territorio conosciuto.

Uno degli aspetti più interessanti di The Alpine Diary è che l’avventura non viene raccontata come un’impresa individuale. Nelle pagine dedicate alla montagna ritorna infatti un’idea quasi opposta a quella dell’esploratore solitario: nessuno sale davvero da solo. Una mano che aiuta, una parola pronunciata nel momento giusto, la condivisione di una direzione. La montagna diventa così un luogo in cui la dimensione fisica dell’ascesa si intreccia con quella umana. Il percorso verso la cima è fatto anche di fiducia e collaborazione.

È una prospettiva che permette di leggere la collezione oltre il suo valore estetico. I capi non sono soltanto oggetti che provengono da un archivio: sono tracce di esperienze collettive e di una cultura costruita intorno alla necessità di essere preparati, adattarsi e andare avanti.

La Verone, nata negli anni Ottanta, ne è forse l’esempio più evidente. Pensata come piumino da montagna, viene poi adottata dai Paninari milanesi e trasformata in un segno di appartenenza urbana. Il capo cambia scenario, ma conserva la sua relazione con l’idea di protezione e movimento. Nel nuovo capitolo di Re/Icons, questa trasformazione viene mantenuta. La Verone può essere ripiegata, trasportata e indossata in modi diversi, con dettagli che ricordano ancora la sua origine outdoor. Le stesse caratteristiche che un tempo rispondevano alle necessità di una spedizione diventano oggi parte di una quotidianità metropolitana.

La “salita” può essere anche quella quotidiana, metaforica, fatta di spostamenti, cambiamenti e nuove direzioni. Il diario la descrive come una volontà di continuare a muoversi in avanti, indipendentemente dal paesaggio in cui ci si trova.

Karakorum, Verone, Himalaya e Tibb appartengono a momenti differenti della storia di Moncler, ma all’interno di Re/Icons vengono riuniti come capitoli di una stessa avventura. La Himalaya, introdotta nel 2009 e ispirata all’eredità delle spedizioni degli anni Cinquanta, riporta nel presente i codici dell’abbigliamento da esplorazione. La sua storia è legata anche alla prima ascensione del Makalu compiuta nel 1955 da Lionel Terray e Jean Couzy, equipaggiati con giacche Moncler. Il Tibb, invece, porta con sé un’altra idea ancora: quella dell’adattabilità. Il gilet può essere indossato sopra o sotto altri strati e il suo design reversibile risponde proprio alla necessità di adattarsi alle condizioni che cambiano. Quattro capi, quindi, ma soprattutto quattro modi di intendere il movimento: affrontare, adattarsi, proseguire, trasformarsi.

A rendere particolarmente significativo The Alpine Diary è il modo in cui il passato viene trattato. Le fotografie storiche in bianco e nero delle spedizioni vengono accostate alle immagini contemporanee della collezione. Il risultato non è una semplice celebrazione nostalgica: è un archivio che viene rimesso in movimento.

Anche alcuni dettagli dei nuovi capi funzionano come piccoli frammenti di questa memoria. La fotografia del K2 realizzata da Vittorio Sella nel giugno 1909, per esempio, entra nella collezione trasformandosi in un’etichetta, mentre alcuni loghi metallici richiamano le vecchie spille e i distintivi alpini. Sella aveva fotografato una vetta che all’epoca non era ancora stata raggiunta, trasformando l’osservazione in una testimonianza dell’ambizione umana verso ciò che ancora non era stato conquistato.

The Alpine Diary non racconta soltanto ciò che Moncler è stato, ma racconta soprattutto una tensione verso ciò che viene dopo. La sua struttura da diario di spedizione suggerisce che ogni viaggio lasci dietro di sé una traccia, ma anche una nuova direzione. Le pagine dedicate alle quattro Re/Icons diventano così altrettanti frammenti di una storia più ampia, nella quale l’abbigliamento è inseparabile dal desiderio di esplorare.

Dalle spedizioni sul K2 e sul Makalu alle strade di Milano, la montagna continua a essere presente non necessariamente come luogo fisico, ma come mentalità: prepararsi, partire, affrontare l’incertezza, trovare il proprio ritmo e continuare a salire.

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Scritto da Arianna Maria Leva

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