Design Un posto per aspettare: dentro il design di Nel Verbeke
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Un posto per aspettare: dentro il design di Nel Verbeke

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Arianna Maria Leva

Siamo abituati a pensare agli oggetti in funzione di ciò che fanno: una sedia deve permetterci di sederci, uno specchio di guardarci, un tavolo di appoggiare qualcosa. Nel lavoro della designer Nel Verbeke, invece, il design sembra iniziare proprio nel momento in cui questa logica smette di essere sufficiente.

Designer e artista con base a Bruxelles, Nel Verbeke costruisce oggetti, spazi e situazioni che non chiedono necessariamente di essere utilizzati, ma di essere vissuti. Il suo lavoro nasce da una ricerca che attraversa passato e presente per interrogarsi sul modo in cui abitiamo il tempo, le emozioni e gli spazi che ci circondano. Più che risolvere un problema, le sue opere ne aprono uno: come possiamo tornare a dare valore a ciò che normalmente cerchiamo di evitare?

Uno dei temi ricorrenti nella pratica di Verbeke è il tempo. Non quello scandito da orologi, appuntamenti e notifiche, ma un tempo più difficile da misurare: quello dell’attesa, della contemplazione, della memoria.

È al centro di The Architecture of Time, una ricerca in cui la designer immagina il tempo quasi come un’architettura da abitare. Le sue opere prendono spunto dalle nicchie presenti in diverse tradizioni architettoniche: cavità pensate per ritirarsi, osservare, pregare o semplicemente sottrarsi per un momento alla dimensione pragmatica dell’esistenza. Verbeke le trasforma in strutture autonome, spazi minimi capaci di accogliere un corpo oppure di diventare punti di concentrazione per lo sguardo.

Qui il design non organizza semplicemente lo spazio: organizza un momento. Anche i materiali partecipano a questa riflessione. Il rame, per esempio, porta sulla propria superficie le tracce del passare del tempo, mentre la terra e la polvere conservano stratificazioni, trasformazioni e segni del luogo da cui provengono. Non sono quindi materiali scelti soltanto per il loro aspetto, ma per la capacità di rendere visibile qualcosa che normalmente non vediamo: il tempo mentre accade.

Se il tempo è una delle coordinate fondamentali del lavoro di Verbeke, la malinconia ne rappresenta forse il territorio emotivo più riconoscibile. Con Embrace Melancholy, la designer parte da una domanda apparentemente semplice: che posto può avere la malinconia in una società che ci spinge continuamente verso la felicità?

La ricerca nasce infatti dall’osservazione di una contemporaneità dominata dall’idea di controllo, produttività e benessere costante, e dal confronto con epoche in cui emozioni come la tristezza o la malinconia erano considerate parti naturali dell’esistenza. Verbeke non cerca però di trasformare la malinconia in un nuovo ideale. Piuttosto, prova a restituirle uno spazio.

Gli oggetti diventano così una sorta di strumenti emotivi. Uno specchio può diventare un dispositivo per guardarsi diversamente, una clessidra può trasformare l’attesa in un’esperienza consapevole, mentre una struttura può offrire un luogo fisico in cui isolarsi temporaneamente dal ritmo quotidiano. È un’idea di design lontana dall’ossessione per la prestazione, un oggetto può essere utile anche quando non produce nulla.

Nel Verbeke definisce le sue creazioni dei proto-instruments: strumenti delicati e pensati per provocare gesti, comportamenti e possibili rituali futuri. È forse qui che il suo lavoro si distingue maggiormente da una concezione tradizionale del design. Non stabiliscono necessariamente come dobbiamo comportarci. Creano piuttosto le condizioni perché qualcosa possa accadere.

Questo approccio era già evidente in Props, il progetto sviluppato durante gli studi alla Design Academy Eindhoven. Per un’area ricreativa inutilizzata all’interno di un complesso penitenziario di Veenhuizen, Verbeke aveva progettato un sistema modulare di elementi che potevano essere scelti e ricomposti dagli stessi utenti. L’obiettivo non era imporre una soluzione definitiva allo spazio, ma permettere a chi lo abitava di trasformarlo e appropriarsene.

Lo spazio, quindi, non è qualcosa di concluso. È una possibilità. Questo modo di progettare è legato anche alla formazione di Verbeke, che prima di studiare Concept Design alla Design Academy Eindhoven ha frequentato le arti visive alla LUCA School of Arts di Ghent. Il suo percorso spiega in parte perché nelle sue opere la distinzione tra oggetto, scultura, ambiente e rituale rimanga volutamente sfumata.

Non sorprende allora che molte delle sue creazioni sembrino appartenere a un tempo indefinito. Ci sono superfici segnate, materiali che invecchiano, forme quasi archeologiche e oggetti che sembrano provenire da un rituale di cui abbiamo dimenticato il significato. È proprio questa ambiguità a renderli interessanti: non spiegano immediatamente cosa dobbiamo pensare o fare.

Nel lavoro di Nel Verbeke, il design smette così di essere soltanto una risposta alle necessità della vita quotidiana e diventa uno spazio per ciò che normalmente non consideriamo produttivo: aspettare, ricordare, osservare, sentire, stare in silenzio. In un presente costruito intorno alla velocità, forse il suo gesto più radicale è proprio questo: progettare oggetti che non ci chiedono di andare da nessuna parte.

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Scritto da Arianna Maria Leva

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