Certe tipologie di scatto ci aprono gli occhi su questioni ed eventi a noi lontani o sconosciuti. Spesso vogliono solo documentare in maniera oggettiva, altre volte, invece, diventano molto di più: uno sguardo empatico che permette di creare un ponte tra osservatore e soggetto ritratto. È proprio questo il caso dello scatto fotogiornalistico che ha reso celebre in tutto il mondo Nick Út: il suo Napalm girl.

Una fotografia chiara e dalla composizione semplice ma dal taglio prospettico rivoluzionario: una ripresa dal basso, o meglio, alla stessa altezza delle piccole vittime in fuga dalle esplosioni che vediamo sullo sfondo. È proprio questa scelta, quella di abbassarsi fisicamente (a differenza di tutti gli altri fotografi) fino a porsi sullo stesso piano dei bambini, a rendere la fotografia così potente e universale: Nick Út non guarda dall’alto, ma corre con loro, condividendone la paura, ed è anche per questo che l’immagine diventa immediatamente iconica e conosciuta in tutto il mondo.

È l’8 giugno del 1972 quando un gruppo di cacciabombardieri sudvietnamiti sgancia bombe al napalm sul paesino di Trang Bang. La piccola Kim Phúc viene raggiunta dalla sostanza letale e in pochi secondi i suoi vestiti vengono completamente corrosi, la pelle brucia e lei non può fare a meno di correre impaurita e straziata dal dolore, dritta verso l’obiettivo della macchina fotografica dell’allora ventunenne Nick Út, inviato dell’Associated Press.

La bambina è al centro della composizione, le braccia che si allargano nel tentativo di trovare sollievo e la bocca che si apre in un grido di dolore che ci tocca ancora oggi. Nello sfondo, altri bambini fuggono terrorizzati, in netto contrasto con la tranquillità e l’indifferenza della marcia dei soldati, mentre dietro di loro tutto viene inghiottito da una nuvola nera di gas, polvere e distruzione.
The terror of war – il titolo inizialmente scelto per lo scatto – diventerà poi Napalm girl.

Napalm girl è il lavoro più conosciuto di Nick Út, quello che gli è valso il Premio Pulitzer e il World Press Photo. Quest’ultima, a cinquant’anni dal riconoscimento, mette in dubbio la paternità di Út accreditandola invece a un altro fotografo lì presente: Nguyen Thành Nghe.

Nonostante i dubbi e il recente dibattito nato intorno a questo scatto, ciò che rimane è la forte empatia e sensibilità dell’occhio di Nick Út. Un’umanità che traspare anche nel resto dei suoi lavori, diversi nel soggetto e nella rappresentazione ma sempre fedeli a quel taglio prospettico che lo contraddistingue e che consente a chi guarda di immedesimarsi ed empatizzare con i soggetti rappresentati, permettendoci di guardare il mondo con occhi diversi: i loro.
Questo articolo è stato realizzato in collaborazione con Luigi Falanga e Gaia Forlin aka @super8otto.