Nobuyoshi Araki è uno dei fotografi più controversi e celebrati del Giappone contemporaneo, ha costruito la sua poetica attorno a un nucleo pulsionale che si manifesta in modo tanto esplicito quanto tragicamente intimo: Eros. Nella sua fotografia, l’erotismo non è mai un semplice tema o soggetto: è una condizione esistenziale, una forza che attraversa la vita e la morte, la carne e la memoria, la donna e la città di Tokyo.

Nell’universo Arakiano, Eros è inseparabile dalla nostalgia e dalla caducità. Le sue foto di fiori recisi, corpi abbandonati, cieli di Tokyo attraversati da cavi elettrici, parlano dello stesso desiderio: conservare ciò che inevitabilmente svanisce. In questo senso, Araki è un fotografo profondamente giapponese, perché la sua estetica si radica nel concetto di mono no aware — la malinconia della transitorietà. Eros, allora, non è solo impulso sessuale, ma coscienza della fragilità del bello. La fotografia diventa un rito di amore e di lutto: amare è già perdere, scattare è come dire addio.

Essendo il fotografo più famoso del Giappone, non sorprende che Araki includa una miriade di celebrità tra i suoi soggetti. La sua fan più nota, tuttavia, è forse la star islandese Björk, che ha fotografato per la copertina del suo album Telegram nel 1996. Intervistata nel documentario Arakimentari (2004), la cantante racconta come abbia scoperto per la prima volta il lavoro dell’eccentrico fotografo a Londra nel 1993. È stata, dice, «immediatamente una scoperta molto potente».

Björk prosegue definendo Araki “la persona più energica che conosca… un artista che fa tutto al novemila per cento”. In quelle immagini, la cantante appare sospesa tra vulnerabilità e potenza, incarnando perfettamente l’estetica Arakiana dell’Eros come forza vitale, tensione e memoria. Araki non ritrae semplicemente Björk: ne cattura l’energia, la vitalità, la stessa urgenza di vivere e di creare che pervade tutta la sua opera fotografica.



Questo articolo è stato realizzato in collaborazione con Luigi Falanga aka @super8otto.