Cos’è arte e chi lo decide?
È la domanda che accompagna l’arte contemporanea fin dai primi decenni del Novecento e che continua ad alimentare il dibattito sul concetto stesso di opera. Le opere che contano sono spesso opere scomode, che sfidano lo sguardo e le convinzioni dello spettatore, che mettono in discussione il senso comune. Ma esiste un punto in cui questa sfida smette di essere legittima. Forse è il momento in cui l’opera viola principi e diritti fondamentali di qualcun altro.
La fotografia di strada vive esattamente su questo confine e un caso recente lo ha reso evidente. Un fotografo attivo a Milano ha raccolto per anni migliaia di scatti rubati a donne inconsapevoli, arrivando a fotografare dettagli anatomici, immagini condivise prima in una chat privata tra amici e poi confluite in un libro, celebrato all’epoca da giornali e riviste. Tutto questo fino a una denuncia pubblica. La domanda che quel caso ci consegna non riguarda solo un autore, ma un intero genere fotografico. Cosa distingue davvero la street photography?


Non è il consenso. Henri Cartier-Bresson nascondeva la Leica sotto un fazzoletto, Walker Evans fotografava i passeggeri della metropolitana di New York con l’obiettivo infilato nel cappotto, Garry Winogrand ha attraversato quarant’anni di strade americane senza chiedere permesso a nessuno. Vivian Maier ha lasciato centomila negativi di sconosciuti che non hanno mai saputo di essere diventati fotografia. La street photography nasce come spaccato di vita quotidiana, immortala soggetti e luoghi che passano in secondo piano e che spesso sono i più autentici, e lo fa quasi sempre all’insaputa di chi finisce nell’inquadratura. È la sua condizione originaria.

Quindi anche la fotografia più rispettosa, meglio intenzionata, esteticamente impeccabile, resta un’appropriazione dell’immagine altrui. Qualcuno prende qualcosa che non gli appartiene, il volto e l’istante di un altro, e lo trasforma in opera propria. Il diritto lo sa da tempo. Quando Philip-Lorca diCorcia espose il ritratto di un passante fotografato a sua insaputa a Times Square, il soggetto, un ebreo ortodosso che per ragioni religiose rifiutava la riproduzione della propria immagine, lo portò in tribunale. Il tribunale dello Stato di New York diede ragione a diCorcia e il giudice stabilì che la fotografia era un’opera d’arte. Ma il fatto che la legge assolva non significa che l’appropriazione scompaia. Significa solo che la consideriamo un prezzo accettabile in cambio di qualcos’altro.

Forse è qui che il confine comincia a disegnarsi. La differenza non sta nell’assenza o presenza del consenso, che manca quasi sempre, né soltanto nelle intenzioni dell’autore, che restano invisibili dentro l’immagine e inverificabili per chi viene fotografato. Sta in cosa l’immagine restituisce del soggetto. Bruce Gilden, che da decenni fotografa i passanti di New York con il flash sparato in faccia, è brutale, invasivo, discutibile, eppure le sue foto restituiscono persone intere, presenze che occupano il fotogramma con tutto il peso della loro esistenza. La migliore street photography non utilizza le persone come oggetti di desiderio o di scherno, le rappresenta nella loro complessità, ne preserva dignità e contesto. Il corpo frammentato, ridotto a dettaglio anatomico, collezionato in serie e fatto circolare come trofeo appartiene a un’altra pratica, che ha un nome preciso e non è fotografia di strada. È voyeurismo, è vanità, consumo del corpo altrui, perdita di umanità e la sua logica è la stessa delle chat in cui immagini di donne inconsapevoli vengono scambiate tra sconosciuti, anche se poi la cornice artistica prova a nobilitarla.


Anche l’ordinamento italiano traccia una linea simile. Il codice civile e la legge sul diritto d’autore vietano la pubblicazione del ritratto senza consenso, salvo eccezioni legate a notorietà, interesse pubblico e finalità culturali o artistiche, ma l’eccezione cade quando l’immagine reca pregiudizio alla dignità della persona. La legge, in altre parole, non chiede alla fotografia di essere innocua, le chiede di non umiliare.
Dove finisce la street photography, allora? Non finisce dove finisce il consenso. Finisce dove il soggetto smette di essere una persona e diventa una vittima. È un confine sottilissimo, che si rinegozia a ogni scatto.
Nella raccolta di saggi Sulla fotografia (On Photography), la scrittrice e filosofa Susan Sontag scrive “to photograph is to appropriate the thing photographed”. Nessuno scatto è innocente, nemmeno il più rispettoso. Ma poi aggiunge, “To take a photograph is to participate in another person’s mortality, vulnerability, mutability”. Partecipare, non approfittarne. È tutta qui la differenza.





Questo articolo è stato realizzato in collaborazione con Luigi Falanga e Gaia Forlin aka @super8otto.
