Off Screen è la rubrica che guarda oltre lo schermo.
Racconta i registi che non si limitano al cinema, ma portano la loro visione tra pittura, installazioni e linguaggi visivi ibridi. Perché alcuni film continuano anche quando la pellicola finisce.
Peter Greenaway non ha mai creduto nei confini. Né tra pittura e cinema, né tra museo e sala cinematografica. La sua intera opera è una costante tensione verso l’unione di ciò che, per convenzione, è stato separato: l’immagine ferma e quella in movimento, la narrazione e l’installazione, la superficie e la profondità. Per lui, il cinema è solo una delle possibilità espressive di un linguaggio visivo più ampio, più complesso, più totale.
“Mi considero prima un pittore, poi un regista”, ha affermato più volte. E questa dichiarazione è la chiave per comprendere davvero la sua opera. Nato in Galles nel 1942, Peter Greenaway si forma al Walthamstow College of Art di Londra negli anni Sessanta. Studia l’arte dei murales, lavora su collage, trittici e disegni, si confronta con la pittura non come fine, ma come metodo: uno strumento analitico, compositivo, sistematico. È in quegli anni che nasce la sua visione. Quando, nel 1962, realizza Death of Sentiment, il suo primo cortometraggio, la strada è già tracciata: non racconterà storie, costruirà immagini.

Ed è proprio così che i suoi film si distinguono: quadri viventi, in cui la luce è caravaggesca, i volumi sono rinascimentali, la composizione richiama l’architettura classica, e la simbologia richiama Vermeer, Magritte, Piero della Francesca. Lo spettatore non assiste a una narrazione, ma si immerge in una costruzione figurativa.
Film come The Draughtsman’s Contract (1982) o The Belly of an Architect (1987) sono costruiti come tele stratificate. Il primo, ispirato alla pittura inglese del Settecento, è una perfetta architettura prospettica, un gioco di simmetrie e di potere visivo. Il secondo, invece, è un vero e proprio omaggio a Piranesi e Boullée, in cui l’ossessione architettonica si trasforma in linguaggio filmico. Con Drowning by Numbers (1988), Greenaway esplora un’estetica numerica, simbolista, matematica, in cui ogni inquadratura è un calcolo visivo. Mentre The Cook, the Thief, His Wife & Her Lover (1989) esaspera la teatralità pittorica fino a sfiorare Francis Bacon, creando una tavolozza barocca, viscerale, sensuale. Tutto è studiato, tutto è composizione.






PETER GREENAWAY: IL CINEMA COME PUNTO DI PARTENZA
Il cinema, per Greenaway, è solo un punto di partenza. A partire dalla fine degli anni ’90, l’autore sente il bisogno di liberarsi dal “rito” cinematografico. Cerca nuovi spazi, nuovi formati, nuovi modi per declinare la sua arte. Ed è proprio qui che inizia uno dei suoi progetti più ambiziosi: Classic Paintings Revisited.
Il progetto nasce ufficialmente nel 2006 con Rembrandt’s Nightwatching, un film-installazione interamente dedicato al capolavoro La ronda di notte. Più che raccontare il quadro, Greenaway entra dentro l’opera , ne analizza il contesto storico, le trame nascoste, i segreti iconografici. Lo spettatore è invitato a guardare come mai prima.

L’anno successivo, nel 2008, Greenaway realizza un evento irripetibile: una reinterpretazione visiva de L’Ultima Cena di Leonardo da Vinci, proiettata per un solo giorno direttamente sull’affresco originale di Santa Maria delle Grazie a Milano. Luci, suoni, parole avvolgono la sala del refettorio, trasformandola in un corpo vivo. Il dipinto viene illuminato da fasci di luce che ne evidenziano la struttura compositiva, mentre una colonna sonora immersiva accompagna l’esperienza. In collaborazione con Adam Lowe, Greenaway realizza anche una replica in alta fedeltà dell’opera, riproducendone perfino le imperfezioni materiche. Non è un restauro, ma una nuova lettura.

Nel 2009 è la volta di Le nozze di Cana di Paolo Veronese, allestita nella Fondazione Cini all’Isola di San Giorgio a Venezia. L’opera, una delle più complesse e monumentali della storia dell’arte, viene scomposta in griglie prospettiche, linee narrative, direzioni dello sguardo. Greenaway la restituisce al suo spazio originario – la parete del refettorio palladiano – e ne riattiva il contenuto: la sacralità e la mondanità, l’eccesso barocco e la teatralità profana. I movimenti delle figure, le teste che si girano, le mani che indicano, vengono enfatizzati da proiezioni luminose e accompagnati da paesaggi sonori che ricostruiscono il caos gioioso della scena.


Classic Paintings Revisited: un progetto in corso
Queste tre installazioni fanno parte del più ampio progetto Classic Paintings Revisited ancora in corso, un vero e proprio canone visivo del mondo occidentale. Peter Greenaway seleziona nove opere fondamentali – da Rembrandt a Veronese, da Leonardo a Velázquez – per raccontare, attraverso la tecnologia e la performance, la permanenza e la trasformazione della grande arte.
In ogni progetto – che si tratti di cinema, pittura, installazione o performance – Greenaway non cerca mai di spiegare l’arte, ma di mostrarne la forza. La sua è un’opera che non illustra, ma evoca, che non racconta, ma costruisce esperienze visive e spaziali. Un autore che ha intuito prima di molti che il futuro dell’arte è nella contaminazione. Nella fusione. Nella disobbedienza ai generi.
A distanza di oltre cinquant’anni dal suo esordio, Greenaway è oggi una figura imprescindibile per comprendere la trasformazione dell’immagine nel nostro tempo. Un artista totale, al tempo stesso classico e postmoderno, teorico e sensoriale, radicale e rigoroso. Dove finisce il cinema, comincia la sua arte. E forse, non è mai davvero finito.
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