«Mia mamma non lavora. Sta a casa… beh, cucina, tiene la casa pulita, ma non ha un vero lavoro». È con questa frase, pronunciata ingenuamente dal figlio della fotografa Olga Steinepreis che nasce My Mother Doesn’t Work, un progetto fotografico che riflette sull’invisibilità del lavoro domestico e sul senso di identità legato alla maternità.


Nata a Novorossysk, in quella che era l’URSS, e oggi basata a Freigericht, in Germania, Olga Steinepreis è una fotografa autodidatta che ha conquistato l’attenzione internazionale con i suoi autoritratti intimi e narrativi. Il suo lavoro esplora le dinamiche familiari, il ruolo sociale della donna e la maternità, spesso attraverso immagini che sembrano sospese nel tempo e nello spazio.

Nel progetto My Mother Doesn’t Work, Olga si mette letteralmente in scena, ma il suo volto rimane quasi sempre nascosto, sfuggente, come a sottolineare quanto la sua presenza – e il suo lavoro – sia data per scontata. «C’è sempre qualcosa da fare, anche se nessuno lo nota. È come se la casa funzionasse da sola», scrive. Le sue fotografie raccontano una quotidianità fatta di gesti ripetuti, spazi abitati ma mai del tutto vissuti, in cui la figura femminile si fonde con l’ambiente fino quasi a scomparire.

Il progetto non è solo una riflessione personale, ma anche una critica sociale. Il lavoro di cura, di gestione della casa e dei figli, è spesso percepito come qualcosa di naturale, istintivo, privo di valore economico e quindi “non un vero lavoro”. Steinepreis mette in discussione questa narrazione attraverso un linguaggio visivo poetico ma diretto, che rende visibile ciò che la società tende a ignorare.

Non è un caso che My Mother Doesn’t Work abbia attirato l’attenzione di premi e riviste di settore, da It’s Nice That a Dodho Magazine, confermando la potenza espressiva del lavoro di Olga. Le sue immagini non cercano di idealizzare la maternità, ma ne raccontano l’ambiguità, la fatica e la bellezza nascosta.

Nel mondo di Steinepreis, la casa non è solo uno spazio fisico, ma un campo di battaglia emotivo dove si definisce – e si dissolve – l’identità di una madre. E in questo spazio, la fotografia diventa uno strumento di resistenza e affermazione.


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