Romain Laprade non fotografa le città secondo logiche mainstream. Si muove lateralmente, trova il suo soggetto in quello che esiste ai margini dell’attenzione collettiva, negli edifici che le città hanno smesso di notare, nelle architetture che sopravvivono a loro stesse. Il fotografo francese ha costruito nel tempo una pratica coerente e riconoscibile, che usa l’architettura urbana come superficie per indagare qualcosa di più profondo: il rapporto tra un’epoca e le forme che ha lasciato nel mondo, tra un’utopia progettuale e il modo in cui il tempo la consuma o la preserva. I suoi progetti non sono documentazione, sono interpretazione.
Heliopolis nasce da una commissione istituzionale: la città di Agde, nel sud della Francia, gli chiede di fotografare il territorio. Laprade trova il suo soggetto altrove, in una città naturista costruita negli anni ’70 dall’architetto François Lopez su un’area desertica. La trova vuota. È in quell’ora di silenzio, prima del tramonto, che riesce a fotografare l’architettura nel modo in cui la vede davvero, senza la distrazione della vita umana. Il risultato è una serie straniante: edifici che sembrano appartenere a un futuro che non è mai arrivato, sospesi in una luce mediterranea immobile.



Con Nation il soggetto si sposta sotto la città. Alla fine degli anni ’60, Parigi costruisce le prime linee RER affidando le stazioni a architetti che le trasformano in esperimenti di estetica futurista. Nel tempo, la maggior parte è stata restaurata e alterata. La stazione Nation, nella parte est della città, è rimasta quasi intatta, e Laprade la fotografa come fosse un set cinematografico, un frammento degli anni ’70 sopravvissuto per caso. È uno dei temi ricorrenti nel suo lavoro: l’architettura come capsula temporale, come luogo in cui un’intera visione del mondo si è cristallizzata.



Phoenix porta il progetto su un altro continente. Durante un viaggio in auto attraverso Colorado, Utah e Arizona, Laprade si ferma nella capitale dello stato e trova uno stile architettonico moderno e robusto, capace di resistere per decenni al calore del deserto. Lo descrive come una fusione tra Palm Springs e Los Angeles: case, banche, chiese, supermercati, tutto costruito con la stessa logica formale. Un’estetica che non appartiene al grande archivio visivo dell’architettura americana più celebrata, eppure è ovunque.



Il progetto più ambizioso è forse Roma Moderna. Tutto comincia per caso: Laprade trova online la fotografia di un edificio residenziale romano che non riconosce, inizia a cercare e si rende conto di avere davanti un’intera città che nessuno guarda. Si muove tra Parioli, Vigna Clara, Flaminio, l’EUR, la Camilluccia, quartieri residenziali dove negli anni ’60 e ’70 un ceto medio in ascesa commissionava abitazioni con ambizioni estetiche precise. Forme arrotondate, ottagoni, ellissi, pensiline aggettanti, metallo, vetro, ceramica: un modernismo più caldo, più esuberante e più contraddittorio di qualsiasi altra città europea che Laprade abbia fotografato.



Quello che accomuna tutti questi lavori è un’etica dello sguardo: Laprade non gerarchizza i soggetti in base alla loro fama. Un’utopia naturista nel Midi francese vale quanto una stazione parigina, vale quanto un quartiere residenziale romano. Quello che conta è la densità storica, la capacità di un’architettura di raccontare il momento in cui è stata pensata, e la resistenza contro l’oblio selettivo con cui le città trattano i propri strati più recenti.
