Esiste una parte di società e di vita vera che molti preferiscono ignorare, girando lo sguardo dall’altra parte. Questo o perché non ne condividono le scelte e lo stile di vita, o più semplicemente perché preferiscono non farsi coinvolgere da determinate vicende e storie che non sono facili da accettare o guardare in faccia. Sofiya Loriashvili, fotografa e ballerina di origini ucraine che vive in Francia, è invece una di quelle persone che rivolgono lo sguardo proprio a questa porzione di società e alle storie che ha da raccontare.

Da anni impegnata in scatti documentaristici, Sofiya Loriashvili fa della sua patria il punto di partenza e di principale riferimento del suo lavoro: attraverso l’obiettivo della sua macchina racconta la storia del cambiamento della generazione a cui appartiene tra gli anni del Covid, dell’anteguerra e quelli del conflitto. Sono storie di giovani che lei vive in prima persona e, contemporaneamente, è la sua storia, segnata da periodi passati in ospedali psichiatrici e centri di riabilitazione che le permettono di esprimere tutto il caos, le difficoltà e gli eccessi vissuti da molti ragazzi come lei.

La giovane fotografa, con i suoi progetti, sembra voler rendere omaggio ai grandi nomi della fotografia sociale e documentaristica del ‘900. Il suo impegno nel mostrare senza filtri la vita degli emarginati ricorda la missione artistica e sociale di fotografe come Susan Sontag, riprendendo allo stesso tempo la crudezza e l’estetica grunge vicine alla fotografia di Nan Goldin.

Il proprio paese d’origine e la sua generazione non sono però l’unico riferimento della Loriashvili. A loro si aggiunge quella che è diventata la seconda casa dell’artista: Parigi. Qui Sofiya Loriashvili si dedica a un progetto iniziato quasi per caso, quando le viene richiesto dalla scuola di fotografia a cui è iscritta di portare a termine un tirocinio. Anche qui emerge lo spirito documentaristico della fotografa che, non volendo rinchiudersi tra le quattro mura di un ufficio, intraprende la strada del racconto visivo di uno spaccato di vita vera misterioso per molti: la vita delle spogliarelliste di uno strip club della città.



È così che nasce uno dei suoi ultimi lavori: Stripper Edition. Una serie composta da scatti autentici, molti dei quali immortalano i retroscena e i momenti di pausa delle ballerine, lontano dai riflettori e dagli sguardi dei frequentatori abituali: all’interno dello spogliatoio del club. Qui le ragazze sono persone completamente diverse dai personaggi che vengono costruiti in scena, dove, come dirà la stessa Loriashvili, «la camminata cambia, le espressioni facciali pure e perfino la voce. Nel momento in cui attraversano la porta e abbandonano lo spogliatoio, indossano una maschera. Si passa subito alla modalità lavoro».



Questo articolo è stato realizzato in collaborazione con Luigi Falanga e Gaia Forlin aka @super8otto.