Lo still life è per definizione immobile, un genere pittorico che ha fatto della staticità la sua grammatica fondamentale. Eppure gli scatti della fotografa Jane Fulton Alt sembrano contraddire questa premessa fin dalla prima pagina: petali che si piegano, foglie secche che si accumulano, steli che cedono senza mai raggiungere la perfezione. Niente è davvero fermo.

Still Life, il libro pubblicato da MW Editions qualche mese fa, raccoglie quarantacinque immagini di un giardino che Alt ha ereditato in modo inaspettato dopo la morte improvvisa del marito Howard. Era lui ad aver piantato quell’ecosistema in formazione, spinto da una crescente preoccupazione per il cambiamento climatico. Alla sua scomparsa, la cura di quello spazio è passata a lei, fotografa di lungo corso ma, per sua stessa ammissione, mai giardiniera. «Non sono mai stata una giardiniera», scrive Alt: da quel momento in poi, tutto è nuovo, compreso il modo di guardare. La fotografia rimane il punto fermo, «una combinazione potente per adattarsi a questa nuova vita».

Visivamente, la serie si muove su tre registri distinti. Le immagini di fiori su fondo scuro dialogano con la tradizione degli still life olandesi senza scivolare nella citazione. Le astrazioni ravvicinate trasformano il fiore in uno studio di superficie e pattern. Le immagini del giardino restano però le più cariche emotivamente: mostrano la fragilità e la temporalità che stanno sotto ogni processo di crescita, e di perdita.


I saggi che accompagnano le fotografie costruiscono un dialogo a più voci tra lutto, pensiero ecologico e storia dell’arte. Il maestro di meditazione James Baraz legge le immagini non come tentativi di risoluzione, ma come pratiche di presenza. L’ecologo Douglas Tallamy colloca il progetto del giardino di Howard all’interno del dibattito sulla biodiversità, sostenendo che l’azione ambientale debba avvenire dove le persone vivono, non solo nelle aree protette. Il collezionista e curatore W. M. Hunt trova nelle fotografie echi di O’Keeffe e Rousseau, e rilancia il titolo come dichiarazione di continuità: «Pensate a Still Life come a: c’è ancora vita da vivere».


È proprio questa la chiave del libro. Howard è al centro della storia, ma Still Life non è un libro sul lutto come punto d’arrivo. È un libro su ciò che cresce dopo, sulla cura come forma d’amore, sulla luce che Alt cerca con pazienza tra le foglie e che nelle sue fotografie diventa qualcosa di più di un fatto ottico.


