Forse non tutti conoscono Via Malaga, neanche gli stessi milanesi. Stiamo parlando di un luogo storico dell’underground milanese che, in qualche modo, svela l’altra faccia di Milano, quella che in pochi sperimentano e quella che in tanti stentano a credere. Si dice che qui, in questo luogo popolato da artisti e creativi, sia nata l’arte di Milano. Una vera e propria community di persone che si aiutano e si supportano l’un l’altra, da musicisti ad architetti, passando da artisti di ogni genere ed età. Questo weekend, precisamente domenica 2 giugno, Malaga sarà aperta. L’evento, per l’appunto Malaga Aperta, darà la possibilità ai più curiosi di immergersi in questo luogo che è tanto open quanto indecifrabile. Per capirne di più abbiamo intervistato il fotografo Enrico Rassu, che in Via Malaga ci vive, e il regista Jacopo Ambroggio con cui Enrico ha realizzato un cortometraggio per documentare la vita degli abitanti del luogo. Tutto sarà accompagnato da I volti di Malaga, il progetto fotografico di Rassu che attraverso i ritratti in bianco e nero delle persone di Via Malaga, racconta la storia di luogo che trae la sua forza dall’arte e dal senso di comunità che, come spiega Ambroggio «ha saputo distruggere, nel suo piccolo, la mentalità individualista di Milano.»

Quando e perché nasce il progetto di documentazione di Via Malaga?
Enrico Rassu: «Il progetto nasce due mesi fa. Quando Gennaro, l’amministratore di Malaga, mi ha detto che avrebbe voluto fare una festa qua ho subito pensato che sarebbe stato fondamentale documentare i volti e le parole di chi la abita. Una storicizzazione e una diffusione di uno dei luoghi più interessanti nella città di Milano».
Jacopo Ambroggio: «Il documentario nasce da un’idea di Enrico Rassu e dalla sua necessità di raccontare questa comunità e le persone che la compongono. Si affida a me per la regia e, più in generale, a RAT Collective, un collettivo di ragazzi che lavorano nel mondo del cinema d’impresa. Registi, autori, direttori della fotografia che si sono uniti sotto lo stesso nome per raccontare storie diverse, come questa.»


Cosa vi ha spinto a indagare di più su queste persone e questo luogo?
Jacopo Ambroggio: «La mia curiosità rispetto a questo posto nasce prima dalla sua leggenda. “Qui ci ha registrato Marracash” mi dicevano, “Qui è dove è nato Esse Magazine”, “L’arte di Milano nasce dentro questa corte”. Tempo dopo ne conosco qualche condomino, in particolare Enrico Rassu che mi mostra la parte più intima di Malaga, quella più sociale, quella fatta dalle persone che la abitano. Qui tutti si salutano sinceramente, si aiutano se la spesa è troppo pesante e se uno di loro organizza una festa, non c’è bisogno di ricevere l’invito. Ma la cosa forse ancora più affascinante è che in queste regole non scritte convivano persone diametralmente opposte. Dj e famiglie, musicisti e architetti. Quando c’è un contrasto, un conflitto, solitamente, c’è una storia e qui non mi sono smentito. Il contrasto sta anche nella posizione geografica in cui si trova via Malaga, ovvero Milano. Qui si percepisce un senso di comunità che stona nel contesto urbano milanese, notoriamente incentrato all’individualismo.»

Il senso di appartenenza del quartiere è percepibile? Quanto è importante?
Jacopo Ambroggio: «Rispondo a questa domanda riportando un aneddoto capitato durante le riprese del documentario. Intervistavamo uno storico inquilino di Malaga. Posiziono le camere, faccio il ciak, e per metterlo a suo agio mi rivolgo a lui dicendo “Grazie di essere qui e benvenuto”, lui alza la testa, mi guarda e mi dice “benvenuti voi qui”.»
Mi rivolgo a Enrico che vive qui, pensi che in qualche modo questo luogo possa influenzare la tua ricerca?
Enrico Rassu: «Se la mia ricerca ha come obiettivo quello di scoprire nuovi talenti e nuove persone, mi ha sicuramente influenzato in positivo e mi ha fatto conoscere contesti nuovi. Noi che osserviamo prendiamo ispirazione da ogni angolo, dagli occhi di una signora a una pianta che scende da un terrazzo, quindi assolutamente sì.»

Entriamo nel vivo del progetto. Spiegateci la storia di via Malaga. Come ne siete venuti a conoscenza? Cosa cercavate? Che tipo di persone avete trovato?
Enrico Rassu: «Mi sono trasferito a Milano due anni fa e sono finito casualmente qui, senza sapere nulla della sua architettura e delle persone che la abitavano. Quando sono arrivato sono rimasto colpito da ciò che avevo intorno e dalle energie di questo posto. Stavo solo cercando un equilibrio e un luogo che mi facesse stare tranquillo.»
Jacopo Ambroggio: «Ciò che rende questo progetto valido nel raccontarsi sta proprio nella diversità delle persone che vivono questi spazi. Abbiamo trovato personalità particolarmente interessanti. Come Daniela, che ci ha aperto le porte di casa sua mostrandoci che si possono avere 15 abat-jour e 30 Barbie in 20 metri quadrati, rimanendo stilosissimi. O come Vadim, emigrato dall’Ucraina, che qui è riuscito a trovare una seconda famiglia e un suo posto nel mondo. E poi fotografi, scrittori, musicisti, stunt-man.»

Qual è l’aspetto che più vi ha affascinato di tutto questo progetto?
Enrico Rassu: «Avere avuto la possibilità e la fortuna di essere entrato in contatto con questo incredibile patrimonio umano. Mi affascina pensare che tra 30 anni queste persone non vivranno più qua, il posto sarà ristrutturato, non sapremo come sarà. Eppure noi abbiamo fermato questo tempo.»
Jacopo Ambroggio: «Via Malaga e la sua comunità sono riusciti a fare una cosa veramente rivoluzionaria: usando come armi: l’arte, la creatività ed il senso di comunità. Così hanno distrutto, nel loro piccolo, la mentalità individualista di Milano. Non è stata una sorpresa scoprire che gran parte della loro felicità risiedesse anche nel posto in cui hanno scelto di vivere, nelle amicizie che sono riusciti a creare e di essere parte di questa comunità. Questo mi ha fatto sperare nella replicabilità di questo “fenomeno”, magari solo scegliendo di vedere il proprio giardino condominiale come spazio per l’arte e la creatività per tutti.»










Courtesy Enrico Rassu, Jacopo Ambroggio, Collettivo RAT