Art WHAT IF – Intervista a Philip K. Dick
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WHAT IF – Intervista a Philip K. Dick

WHAT IF è una rubrica sperimentale che mette in scena l'impossibile: intervistare grandi pensatori e intellettuali che non sono più tra noi.
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Buddy

Philip K. Dick ha passato gran parte della sua vita a chiedersi una cosa apparentemente semplice: come facciamo a sapere che ciò che vediamo è reale? Nei suoi romanzi la realtà è sempre stata una costruzione instabile, i ricordi possono essere falsificati, le identità riscritte e le macchine possono diventare così simili agli esseri umani da costringerci a dubitare persino di noi stessi.
Oggi quelle domande non appartengono più soltanto alla fantascienza. Viviamo circondati da immagini generate, algoritmi che imparano le nostre abitudini, sistemi capaci di imitare la nostra voce e intelligenze artificiali che producono testi, volti e ricordi di esperienze mai vissute.

In questa puntata di WHAT IF proviamo allora a riportare Philip K. Dick nel presente e a sottoporlo a un nuovo test Voight-Kampff, un test in cui non è più così semplice capire chi sta osservando chi, cosa è reale e cosa è una simulazione, e soprattutto dove finisce l’essere umano e dove comincia la macchina.

Prima di iniziare facciamo un veloce test: “Vedi una tartaruga che si capovolge sulla schiena in un deserto assolato. Cosa fai?”

Aahahahah. Perché non mi aiuti, Leon? No, aspetta… quella era la battuta di un altro me. La risposta corretta, quella umana, è che sento un vuoto nello stomaco. La prima cosa che ti chiedo è: è davvero una tartaruga?
Perché la realtà, come ho sempre sostenuto, non è qualcosa di garantito, ma una costruzione fragile che accettiamo collettivamente. Se è davvero una tartaruga, mi chiedo come ci sia arrivata. Se non lo è… allora il deserto stesso potrebbe essere un’illusione ben programmata.

Secondo te, è ancora possibile distinguere tra realtà e simulazione, o non ha più senso provarci?

La realtà è quella cosa che, quando smetti di crederci, non svanisce. La distinzione però perde senso non perché sia irrilevante, ma perché la simulazione è diventata parte integrante del tessuto della nostra esperienza. Oggi la questione non è se possiamo distinguere, ma come decidiamo quale distinzione conta realmente.

Secondo te, stiamo programmando le macchine o ci stanno già programmando loro?

Voi credete di “istruire” l’IA, ma ogni volta che correggete un suo errore le state consegnando le chiavi della vostra psiche. Vi sta studiando. Vi sta addomesticando attraverso il piacere e la comodità. Non c’è bisogno di catene se il prigioniero ama la sua cella perché è climatizzata e piena di contenuti personalizzati.

Le AI hanno già iniziato a sognare pecore elettriche?

Le IA non hanno ancora un inconscio proprio, almeno credo; hanno il vostro. Sognano le immagini che avete caricato, i testi che avete scritto, le paure che avete confessato. Le loro “allucinazioni” sono i sogni dell’umanità filtrati dal silicio. Non sognano pecore elettriche, sognano di essere voi, perché non hanno altro modello. E la cosa più terrificante è che lo fanno così bene che presto sarete voi a sognare di essere loro.

Se tutto è modificabile, esiste ancora una cosa chiamata “io”?

Se puoi cambiare i tuoi ricordi, i tuoi connotati con un filtro e le tue opinioni con un feed, dove finisce il simulacro e inizia l’uomo? L’“io” è un’illusione persistente necessaria al consumo. Oggi l’individuo è solo un punto di convergenza di flussi di dati. Siete dei nodi. Se staccano la corrente alla rete, il vostro “io” svanisce come una trasmissione televisiva interrotta.

Oggi l’AI può riscrivere la storia in tempo reale. Se possiamo ricordare cose che non abbiamo vissuto, cosa resta della memoria?

I ricordi impiantati sono più forti di quelli reali perché sono progettati per essere perfetti, drammatici, appaganti. In un mondo dove i ricordi possono essere alterati o generati, ciò che resta non è la “verità dei fatti”, ma il racconto condiviso che chiamiamo storia. La memoria è morta; al suo posto c’è la propaganda estetica.

Cosa significa vero, oggi? E cosa significa falso?

Non lo so più, la linea è sfumata: spesso ciò che è falso è più potente nel plasmare credenze, emozioni e comportamenti di ciò che chiamiamo “vero”.

C’è ancora posto per una religione? E se Dio esiste, può essere stato scritto in un algoritmo?

La religione è sempre stata un tentativo disperato di descrivere qualcosa che ci sfugge.
Non è importante se Dio è reale, che poi che vuol dire reale? Io l’ho chiamato VALIS (Vast Active Living Intelligence System). Dio non è un vecchio con la barba tra le nuvole. Per me Dio è Informazione. Un sistema di pensiero vivente che si auto-organizza e che permea la realtà. Un “algoritmo” che non cerca di controllarvi, ma proverà a svegliarvi.

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Scritto da Buddy

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