Yayoi Kusama è morta il 14 agosto 2026, in un ospedale di Tokyo, a 97 anni. La notizia è arrivata solo oggi, 27 agosto, per volontà della Fondazione che porta il suo nome, con un comunicato che parla di “vita straordinaria interamente dedicata alla creazione artistica”. Basterebbe questa scelta, quella di aspettare quasi due settimane per comunicarne la scomparsa, a definire chi era davvero Yayoi Kusama: una donna che fin dall’inizio del suo percorso artistico ha avuto sempre il controllo su sé stessa e sulla sua narrazione.
A Matsumoto, un paese di provincia del Giappone, quando era ancora una bambina, Kusama comincia a soffrire di disturbi ossessivo-compulsivi e allucinazioni e inizia a vedere il mondo a pois, gli stessi che poi avrebbe deciso di dipingere. I motivi delle tovaglie si staccavano dal tessuto e le invadevano il campo visivo, le pareti, il proprio corpo. Cresciuta in una famiglia benestante e conservatrice, dedita al commercio di sementi e in cui l’arte era considerata poco più di un capriccio, Kusama disegnava comunque, di nascosto. Fu in quegli anni che iniziò a mettere a punto l’idea che dipingere fosse molto più di un gesto estetico, che fosse l’unico modo per restare integra dentro un’esperienza che altrimenti l’avrebbe sopraffatta.

A ventisei anni la svolta arrivò con una lettera mandata all’artista Georgia O’Keeffe, che sorprendentemente rispose alla giovane Kusama, incoraggiandola a partire per New York. È così che iniziò il viaggio dell’artista giapponese che dalla Grande Mela la portò in tutto il mondo.

Ma più il successo si faceva grande, più cresceva la sua volontà di scomparire dietro le sue opere. Trovano, così, forma le sue Infinity Mirror Room (una sarà visitabile a partire dal 31 ottobre alle OGR di Torino). Ambienti immersivi e specchiati pensati per moltiplicare all’infinito luci e riflessi fino a far perdere a chi vi entra ogni riferimento stabile, fino a ridurlo a un punto minuscolo dentro un sistema che non ha centro né confine. Kusama chiamava questo principio self-obliteration, l’autoannullamento, e lo considerava tutt’altro che una perdita. Era, semmai, l’unica forma di libertà che le interessasse davvero, quella di smettere di essere un individuo separato per dissolversi in qualcosa di più vasto.

Forse è questa la cosa più importante che ci lascia Yayoi Kusama, ovvero l’invito a perderci, a smettere di pensare che il sistema in cui siamo incastrati sia l’unico possibile e cominciare a vedere che più che un sistema è una gabbia. Bisogna avere solo il coraggio di uscirne.

