10 cose da sapere dei tuoi Levi’s 501

10 cose da sapere dei tuoi Levi’s 501

Collater.al Contributors · 12 mesi fa · Style

Nel 2023 si festeggia il 150esimo anniversario di uno dei capi simbolo della moda, il jeans Levi’s 501. Dal primo modello del 1873, il brand americano ha seguito un percorso che ha portato il suo modello di jeans più famoso a diventare prima un affidabile indumento da lavoro, poi simbolo di correnti nate nell’arco dei decenni del secondo ‘900.
Per un secolo il Levi’s 501 ha mantenuto molte delle sue caratteristiche, che lo hanno reso anche feticcio per appassionati di vintage e moda d’archivio, ma sono cambiati anche piccoli dettagli, che vi potrebbero aiutare a datare l’ultimo paio che avete comprato nel mercatino in cui siete stati lo scorso mese. Dalla RED TAB alla patch, siete sicuri di conoscere bene i Levi’s 501? E il vostro paio in particolare?

Levi's 501 | Collater.al

1.
Uno dei pezzi più rari esistenti sono i jeans Levi’s Calico, un originale 501 ritenuto il più antico del mondo e risalente al 1900. Furono scoperti in una ex miniera di Calico, città fantasma nel deserto del Mojave, in California, dove un’adolescente si era recata per un’escursione. Trovata una stanza piena di jeans ha preso quelli meglio conservati, rattoppandoli e indossandoli qualche volta, prima di notare sull’etichetta una scritta conosciuta: LS&Co.

2.
Marilyn Monroe è stata una delle prime donne a indossare i jeans 501 in un film, la pellicola era River of No Return (1954) diretta da Otto Preminger.
Secondo Bob Calacello (ex redattore della rivista Interview) è da attribuire a Andy Warhol la popolarità dell’abbinamento jeans+blazer, che l’artista della pop art era solito sfoggiare indossando proprio i Levi’s 501. Prima di lui nessuno aveva abbinato in quel modo la giacca di un abito.

3.
Se i tuoi 501 sull’etichetta interna hanno indicato un possibile restringimento di “circa l’8%” significa che sono precedenti al 1981. Da quella data infatti l’indicazione cambia in “circa il 10%”.

LA TAG ROSSA

4.
La famosa etichetta sul retro del 501 fu aggiunta negli anni ’30 per distinguere i jeans Levi’s dalla concorrenza. È una delle firme del jeans insieme alla chiusura a bottoni, ai rivetti in rame e all’etichetta in pelle.

5.
Se il vostro Levi’s ha la RED TAB su un solo lato, significa che il 501 è stato prodotto prima del 1951. All’inizio degli anni ’50 infatti la scritta “LEVI’S” iniziò a comparire su entrambi i lati della linguetta rossa.

6.
Se l’etichetta del vostro paio è scritta con la “E” maiuscola significa che sono prodotti prima del 1971. La RED TAB precedente al 1971 è comunemente chiamata Big E. Un’altra caratteristica comune dei Levi’s d’epoca è invece la piccola cucitura a “V” che corre lungo il bordo della chiusura a bottone. Questo punto va dalla parte superiore della cintura fino a circa un quarto di pollice al di sotto della cintura stessa, per poi risalire con un angolo acuto fino al bottone in vita, creando una sorta di “V”. Questa era una caratteristica standard dei 501 fino al 1969.

Levi's 501 | Collater.al

LA PATCH

7.
Se la toppa con il marchio Two Horse del vostro jeans è attaccata al passante della cintura significa che sono precedenti al 1970. Intorno al 1969-71 (e fino a qualche tempo fa) Levi’s introdusse una toppa in cartoncino più sottile che aveva una sezione a strappo sul lato destro, che permetteva di avere più spazio tra la patch e il primo passante della cintura.

8.
Se sulla patch leggete il numero 501 XX allora avete tra le mani un buonissimo modello di jeans. Quando la patch del marchio Two Horse fu introdotta per la prima volta (1886), Levi’s usò il simbolo XX per indicare che il denim era eXXtra strong, facendo riferimento all’uso di denim proveniente da Amoskeag Denim Mills, a Manchester, New Hampshire. La scritta “XX” è stata presente per l’ultima volta sul modello di transizione 501xx 501 del 1966-68 e reintrodotta solo nel 1987. 

9.
La scritta “Every Garment Guaranteed” indica un modello prodotto fino al 1963 circa. I Jeans 501XX presentavano questa scritta sulla patch Two Horse sopra i numeri di lotto e di taglia, ma pare che questa indicazione sia stata abbandonata durante il 1963. 

10.
Di che materiale è la patch “The Two Horse”? Se quella dei vostri 501 è in pelle sono stati prodotti prima del 1954, quando la toppa in pelle è stata gradualmente eliminata in sostituzione di una più spessa in Jacron (finta pelle).

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Street photography e smartphone, il viaggio di Xiaomi e Leica continua

Street photography e smartphone, il viaggio di Xiaomi e Leica continua

Giulia Guido · 2 giorni fa · Photography

Il mondo cambia e quello della tecnologia sembra farlo più velocemente degli altri. La prova sono le decine di novità che ogni mese vengono presentate e ogni volta che pensiamo che non si possa andare oltre veniamo smentiti da una nuova invenzione. Qualcosa però resta uguale, ovvero l’importanza del legame tra telefonia mobile e fotografia. Quante volte, infatti, l’acquisto di uno smartphone si basa sulle qualità della fotocamera? Alla fine ciò che vogliamo è un dispositivo su cui contare non solo per chiamare, messaggiare o lavorare, ma anche per fermare in uno scatto il nostro quotidiano, quello che succede intorno a noi per strada, i volti che incrociamo ogni giorno. Questa cosa Xiaomi l’ha capita meglio degli altri ed è dal 2022, ovvero da quando ha deciso di unire le forze con Leica, che offre la possibilità di avere un dispositivo in grado di trasformare chiunque in fotografo professionista. 

Lo scorso 25 febbraio a Barcellona, Xiaomi ha ribadito la sua posizione presentando la nuova Xiaomi 14 Series di cui fanno parte i due smartphone Xiaomi 14 e 14 Ultra

Abbiamo deciso di mettere alla prova lo Xiaomi 14 e le sue tre fotocamere e quale posto migliore di Barcellona per farlo. Il reticolato di strade della capitale della Catalogna, che alterna ampie vie a stretti vicoli, ci ha dato la possibilità di giocare con zoom e grandangolo per catturarne tutti gli elementi, mentre per fermare nel tempo il dinamismo della città è arrivata in nostro aiuto la lunga esposizione. 

Non potevamo non sfruttare l’apporto che Leica ha dato. Lo stile Leica Vivace è venuto in nostro soccorso in uno dei luoghi più caotici di Barcellona, ovvero la Boqueria. Qui i colori e le luci al neon degli stand sono tanti quanti i profumi e gli odori dei prodotti tipici ai quali è impossibile resistere. 

Ci siamo spostati dall’altra parte della città, precisamente al Padiglione di Barcellona progettato dell’architetto tedesco Ludwig Mies van der Rohe per l’Esposizione Universale del 1929, per utilizzare al meglio lo stile Leica Autentico. Qui la luce naturale tipica di Barcellona esalta le forme lineari e severe della struttura, esaltando i colori dei diversi marmi utilizzati. Lo Xiaomi è riuscito a catturane la bellezza, senza lasciare indietro neanche i riflessi dei due specchi d’acqua presenti nel Padiglione. 

Infine abbiamo puntato l’obiettivo dello Xiaomi 14 sulle persone, la vera anima della città. Con tanti chilometri nelle gambe e la galleria piena di foto ci siamo fermati per sfruttare al meglio la tecnologia dello smartphone che integra una tecnologia AI all’avanguardia e che ci ha permesso di donare agli ultimi giorni di febbraio barcellonesi un sole limpido e dei romantici tramonti. 

Il 25 febbraio Xiaomi ha presentato anche gli ultimi prodotti Smart Life: Xiaomi Pad 6S Pro 12.4, Xiaomi Smart Band 8 Pro, Xiaomi Watch S3 e Xiaomi Watch 2. Scoprite tutto il loro mondo sul sito di Xiaomi

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Ciro Pipoli e la sua Napoli

Ciro Pipoli e la sua Napoli

Anna Frattini · 3 giorni fa · Photography

“Ciro. Il nome che identifica un popolo” è il primo libro fotografico di Ciro Pipoli, il fotografo partenopeo che racconta la straordinaria avventura di un ragazzo e della sua città. I volti sono l’aspetto che lo affascina di più, persone e gesti del quotidiano, immortalati attraverso 159 scatti. Lo abbiamo incontrato e insieme a lui, in occasione della presentazione del volume a Milano, abbiamo parlato dei suoi inizi su Instagram e di cosa cerca davvero nei volti delle persone che fotografa. Ma sopratutto di cosa vuole comunicare della sua Napoli ormai conquistata dal turismo.

Raccontaci chi è Ciro Pipoli e come ti sei avvicinato alla fotografia.

Sono un ragazzo di 27 anni e vengo dai Quartieri Spagnoli. Negli ultimi anni ho trovato nella fotografia il mio modo di raccontare quanto più verosimile la realtà di Napoli. Ho sempre pensato che la realtà partenopea sia stata filtrata e raccontata in maniera poco imparziale, ma mai da chi probabilmente ha modo di poterla raccontare quotidianamente. Questa passione è nata intorno ai 16 anni, quando scaricai Instagram. All’epoca l’approccio della piattaforma era diverso. Al tempo, c’era solo un profilo di Napoli che raccontava la città e secondo me mancava un canale ufficiale che la potesse raccontare. Iniziai a scattare con il cellulare. Poi, a 18 anni, quando mio padre mi ha regalato la macchina fotografica, mi sono appassionato. Il resto è storia.

Quando scatti, cosa cerchi nei volti delle persone?

Quello che cerco nei volti delle persone quando esco per la città a scattare è di poter raccontare la Napoli di una volta. Da qualche tempo noto un cambiamento drastico nella città dovuto al turismo che sta cambiando tutto. Quando esco in strada a scattare cerco l’autenticità che mi ricorda quella Napoli in cui sono cresciuto.

Hai dato il tuo nome a “Ciro. Il nome che identifica un popolo”, il tuo primo libro. Raccontaci di questa scelta.

Non è stata mia l’idea. Anzi, se devo dire la verità, ero molto restio a questo titolo perché lo trovavo troppo autoreferenziale. Ho sempre pensato che non fosse la scelta giusta. Questo libro mi ha proposto sfide e mi sono convinto solo dopo essermi confrontato con le persone a me più vicine che mi hanno rassicurato.

Qual è la Napoli che vuoi raccontare?

Provo a raccontare, nel mio piccolo, la Napoli più sincera e quotidiana possibile. Vedo che all’interno della città ci sono delle piccole realtà che meritano di essere raccontate, anche se a volte la fotografia può essere limitante perché molte cose non arrivano. Spesso ho voluto raccontare storie di riscatto fra le tante che mi vengono raccontate ma che purtroppo non arrivano attraverso la fotografia. Nel mio piccolo cerco di farlo arrivare comunque.

ph. courtesy Ciro Pipoli

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Un mondo in caduta negli scatti di Sandro Giordano

Un mondo in caduta negli scatti di Sandro Giordano

Giorgia Massari · 6 giorni fa · Photography

L’artista romano Sandro Giordano (1972) – su Instagram @__remmidemmi – dal 2013 dedica interamente la sua ricerca artistica al progetto fotografico IN EXTREMIS (bodies with no regret). «Si tratta di un progetto nato un po’ per gioco, dopo una brutta caduta in bicicletta» – ci racconta –  «Ricordo che in quell’occasione non lasciai andare una barretta proteica che tenevo stretta in mano. Avrei potuto gettarla via e tentare di attutire il colpo, ma l’istinto ha agito in modo contrario.» Da qui, Giordano inizia una serie di scatti che raffigurano persone comuni, in scene di vita quotidiane, durante una brutta caduta. L’approccio è ironico e divertente ma, allo stesso tempo, vuole intavolare una discussione riguardo il materialismo e la nostra propensione verso gli oggetti piuttosto che verso noi stessi. «Siamo ormai tutti vittime di ciò che possediamo, anche se in realtà sarebbe giusto dire il contrario: sono “loro” che posseggono noi. Siamo schiavi dei nostri beni materiali.»

Abbiamo già intervistato Sandro Giordano in passato, agli esordi di questo progetto, oggi – dopo cinque anni – lo abbiamo incontrato nuovamente per scoprire le sorti di IN EXTREMIS, che negli ultimi tre anni ha visto uno stop. «Ho scattato l’ultima del progetto pochi giorni prima che andassimo in lockdown, era marzo del 2020. Ho raccontato quello che di lì a poco sarebbe successo in tutto il mondo e mi sono messo in pausa. Dopo sei anni di duro lavoro e ritmi serrati sentivo il bisogno di riposare. Ora sono pronto a tornare “in scena”.» 

Proprio quest’anno, il progetto compie dieci anni e, per l’occasione, Sandro sta realizzando un libro-archivio dal titolo ANTHOLOGY 2013/2023, che sarà pronto per l’autunno. «Il 3 settembre ricomincerò a scattare. Il titolo della nuova foto sarà “TOY BOY JOY”, che vedrà come protagonista un’anziana signora in fuga nella sua auto d’epoca dopo aver violentato, picchiato e imbavagliato, un giovane e muscoloso toy boy, “schiantato” accanto a lei. Insomma, chi credeva fossi morto o sparito dalla circolazione, ecco, si sbagliava di grosso.»

Sandro Giordano | Collater.al
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Courtesy Sandro Giordano

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Tua sorella è sui muri delle città

Tua sorella è sui muri delle città

Collater.al Contributors · 1 settimana fa · Photography

«Ci sono due ricordi molto forti che mi rimarranno impressi per tutta la vita», racconta l‘artista Veronica Barbato (1981, Caserta), «l’odore del tossico e il materasso bruciato dalle sigarette». Con queste poche parole delinea lo scenario del progetto Tua sorella, il più importante della sua vita. Tua sorella racconta di Mary, la sorella di Veronica che a soli ventitré anni si è tolta la vita dopo un periodo di tossicodipendenza. Con un’estrema delicatezza, Barbato ricerca nella morte, nella sua crudeltà e nel suo dolore, un aspetto eterno, che possa donare dignità e memoria a Mary. «Adesso Mary non è più un nessuno, ma la sorella di tanti», dice Veronica, che ha portato la sua immagine sui muri delle città. Il progetto nasce infatti in strada ed è sempre stato esposto lì. «Ho lanciato una campagna di comunicazione mediante affissioni per rendere Mary un’icona. Testimoniando il ruolo fondamentale dell’arte nel definire la percezione. Una mostra fotografica in continuo movimento».

L’opera di Veronica Barbato nasce dall’incontro tra il collage, la fotografia e l’arte visuale. I ricordi, fatti di lettere, fotografie, documenti sono manipolati dall’artista che aggiunge colori sgargianti, in riferimento agli effetti allucinogeni, e glitter che descrivono la falsa illusione delle droghe. Quello che Barbato riassume è un periodo, gli anni Ottanta, caratterizzati dalla lotta armata e dall’eroina. Così che Mary possa diventare la sorella perduta di una generazione.

Veronica Barbato (1981, Caserta) è un’artista Partenopea che vive a Lugano. Ha una formazione teatrale che le regala l’aspetto performativo. Un’altra componente fondamentale per la sua arte è la danza contemporanea che ha direzionato la sua ricerca verso l’unione tra performance e arte. Ha un Master in Fotografia con Mustafa Sabbagh, conseguito allo Spazio Labó di Bologna.

Courtesy & Copyright Veronica Barbato

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