Le 10 migliori installazioni del Burning Man Festival 2019


A poche ore dalla fine del Burning Man Festival 2019 abbiamo selezionato le 10 migliori installazioni apparse nel deserto del Nevada.

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3 Settembre 2019

Dal 26 agosto al 2 settembre, il deserto del Nevada è stato nuovamente teatro del Burning Man, uno dei festival più interessanti degli ultimi anni la cui prima edizione risale al 1986.
Per 9 giorni consecutivi, il Black Rock Desert si è trasformato in un museo a cielo aperto atto a sviscerare il tema della metamorfosi con numerose installazioni realizzate da artisti provenienti da tutto il mondo.

Noi abbiamo selezionato quelle che meglio hanno saputo interpretare il tema, quelle che maggiormente ci hanno colpito per resa e significato, scopritele tutte nella gallery qui sotto.

The Temple of Direction, Geordie Van Der Bosch

Realizzato secondo la tecnica Giapponese dello 借景 shakkei, tipica del giardinaggio, The Temple of Direction incarna il concetto di metamorfosi nella sua accezione più elementare, quella della crescita.

La crescita è una delle forme più elementari di cambiamento. Una metamorfosi che vive quasi ogni essere vivente”. – Racconta Geordie Van Der Bosch, l’architetto autore dell’opera.

Il suo tempio è stato l’ingresso principale del festival, una struttura caratterizzata da spazi ampi e altri più intimi dove poter vivere momenti di condivisione ma anche di totale meditazione.

Stone 27, Benjamin Langholz

Forse l’installazione di cui si è parlato di più, la più instagrammata, nonostante l’invito degli organizzatori a spegnere i telefoni per disconnettersi e vivere l’esperienza del festival a 360°.
Stone 27 di Benjamin Langholz è un percorso sospeso, 27 rocce sopraelevate su cui gli avventori hanno camminato compiendo un viaggio a qualche metro da terra, un momento di completa presenza in mezzo a uno sconfinato deserto.

Andromeda Reimagined: a sanctuary in deep playa, John Marx – Form4 Architecture

Una rivisitazione del mito greco di Andromeda in chiave female empowerment. 
Se infatti nella versione originale Andromeda viene salvata da Perseo, in quella di John Marx per il Burning Man si salva grazie alla sua forza e all’aiuto di una comunità solidale.

Andromeda Reimagine invita i visitatori nei suoi lussureggianti interni che contengono quattro dipinti ovali firmati dall’artista Mary Graham che ritraggono la nuova narrazione.
Al suo interno, perfettamente al centro, anche una scultura di Mischell Riley chiamata “Freedom and Awaken”

Desert Wave, Squidsoup

L’onda di Squisoup, originariamente commissionata dalla Cattedrale di Salisbury nel Wiltshire, arriva nel deserto.
Un’installazione fortemente immersiva, un’onda luminosa formata da 650 punti luce, al cui interno era possibile vivere un’esperienza audiovisiva in condivisione.

The Folly, Dave Keene

L’artista Dave Keene è un veterano del festival e il suo The Folly ne è la dimostrazione.
Un villaggio carnevalesco, una baraccopoli immaginaria con l’obiettivo di diventare un luogo di ritrovo per tutti i presenti al festival, un luogo in grado di meravigliare e far ricordare la bellezza e la giocosità dell’infanzia.

Costruito intorno ad una torre e ad un mulino a vento, il villaggio di Keene è una complessa rete di passaggi, scale, porte segrete e stanze nascoste, tra cui un cortile centrale, difficile da raggiungere, costruito per essere teatro di performance, letture, concerti, lezioni di yoga e molto altro ancora.
All’interno anche un negozio di costumi e uno di riparazioni di biciclette, fondamentale per un festival in cui ci si muove quasi solo così.

Mariposita, Chris Carnabuci

Una figura femminile che emerge dal suo stesso guscio, afferrandolo e liberandosene.
L’opera, immediata e forte del suo stesso significato, rappresenta il concetto di trasformazione e rinascita.

I.L.Y, Dan Mountain

Ideata dall’artista di New York Dan Mountain, I.L.Y. è la gigantesca riproduzione di un avambraccio e di una mano costruita con rottami di acciaio e altri metalli riciclati e riconvertiti.
I.L.Y. è stata pensata per coinvolgere gli utenti dal punto di vista visivo, fisico e emotivo.
L’intera scultura, infatti, esiste davvero solo se i partecipanti ne mettono in moto gli ingranaggi, permettendo alle mani e alle dita di muoversi.

“La nostra intenzione è stata quella di creare un’opera che richiedesse la partecipazione per essere completa, che prosperasse nella comunicazione e nella volontà di lasciarsi coinvolgere in qualcosa di divertente e interattivo.”

Grand Pyramid, PlayAlchemist

La Grand Pyramid di PlayAlchemist torna al Burning Man per continuare, in tutta la sua lucentezza, ad essere punto di riferimento per eventi focalizzati sul tema portante dell’intera edizione, la metamorfosi.

Sacred Grounds, Michael Benisty

Una delle tantissime sculture color argento che hanno popolato la city nel 2019. Sacred Grounds di Michael Benisty è l’albero della vita che fiorisce da una donna.

The Man, David Best

Il simbolo del Festival scivola via dalle mani di Larry Harvey, fondatore dell’evento scomparso nel 2018, per passare in quelle di David Best.
È suo l’uomo di legno che è stato bruciato, come da tradizione, per decretarne la fine.

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