Prima di avere il budget, avevano già la visione.
Il videoclip è stato per una generazione intera di registi quello che il cortometraggio non riusciva ad essere: un formato libero, veloce, finanziato dall’industria musicale e capace di raggiungere milioni di persone. Tre minuti senza dialoghi, senza struttura narrativa obbligata, senza le pressioni di uno studio. Un posto dove sperimentare. Scorsese ci ha messo i Rolling Stones. Fincher ha costruito l’estetica visiva che avrebbe usato in Seven e Fight Club. Michel Gondry ha inventato un linguaggio fatto di trucchi artigianali e sogni a occhi aperti. Spike Jonze trasformò ogni set in un’idea che nessuno aveva ancora avuto. Quello che accomuna tutti questi lavori, oltre alla qualità, è il riconoscimento immediato: venti secondi e capisci chi li ha girati, anche senza vedere i credits: quella è la firma di un autore.
Parlando di questo contenuto in redazione, è venuta fuori una scoperta che — ammetto — mi ha fatto sentire in ritardo: la Directors Label. Una serie di DVD pubblicata da Palm Pictures che raccoglie i lavori dei più importanti registi di videoclip della storia. I primi tre volumi, dedicati a Spike Jonze, Chris Cunningham e Michel Gondry, uscirono nel 2003. Quattro nuovi volumi arrivarono nel 2005 con Mark Romanek, Jonathan Glazer, Anton Corbijn e Stéphane Sednaoui. Oggi la maggior parte di questi video si possono facilmente reperire online, varrebbe la pena prendersi un pomeriggio interno per guardare questi brevi capolavori. Qui una selezione di quelli che mi hanno colpito per storytelling e fotografia.
01. Martin Scorsese: Bad — Michael Jackson, 1987
Scorsese gira Bad come se fosse un cortometraggio di West Side Story filtrato attraverso Taxi Driver. La sequenza nella metropolitana di New York è pura coreografia urbana: tensione, territorio, mascolinità messa alla prova. Riconosci immediatamente la sua New York: sporca, teatrale, elettrica. Lo stesso senso di pericolo latente che avrebbe attraversato Goodfellas tre anni dopo.
02. David Fincher: Express Yourself — Madonna, 1989
Fincher aveva 26 anni, il video è un’opera di architettura distopica ispirata a Metropolis di Fritz Lang: operai incatenati, industrialismo muscolare, Madonna come figura di potere assoluto. È già tutto Fincher: composizione simmetrica, luce controllata al millimetro, un’estetica che schiaccia i personaggi dentro al frame. Lo stesso sguardo freddo e magnifico di Seven e Fight Club, applicato a un dance floor immaginario.
03. David Fincher: Vogue — Madonna, 1990
Un anno dopo Express Yourself, Fincher torna con Madonna e inventa qualcosa di opposto: dove il primo era industriale e cupo, Vogue è bianco, algido, quasi astratto. Bianco e nero ad alto contrasto, modelle come statue greche, tagli di luce che sembrano venire da un film noir degli anni Quaranta. La stessa perfezione formale, ma questa volta al servizio della leggerezza.
04. Michel Gondry: Around the World — Daft Punk, 1997
Gondry costruisce una coreografia impossibile: cinque gruppi di personaggi (robot, scheletri, nuotatori, rockstar, vecchine) si muovono su livelli diversi di un palco circolare, ognuno seguendo il proprio strumento nella canzone. È un sistema perfetto, quasi matematico, eppure delirante. Il Gondry dei film (Eternal Sunshine, The Science of Sleep) è già tutto qui: la logica del sogno applicata con rigore ingegneristico.
5. Michel Gondry: Protection — Massive Attack, 1995
Un omaggio dichiarato a La finestra sul cortile di Hitchcock: stessa struttura voyeuristica, stesso edificio come palcoscenico di vite parallele. Gondry sostituisce il thriller con qualcosa di più morbido e malinconico, ma la logica è identica: guardare senza essere visti, e trovare in quello sguardo una storia.
06. Michel Gondry: Star Guitar — The Chemical Brothers, 2002
Un finestrino di treno. Un paesaggio che scorre. Nient’altro se non il fatto che ogni elemento del paesaggio corrisponde esattamente a un suono della canzone. Gondry ha sincronizzato il mondo reale con la musica in modo così preciso da rendere il video ipnotico. È uno dei videoclip tecnicamente più sofisticati mai realizzati, e sembra la cosa più semplice del mondo.
07. Spike Jonze: Sabotage — Beastie Boys, 1994
Un finto trailer di un poliziesco degli anni Settanta, girato con una qualità di pellicola degradata, baffi finti e inseguimenti in macchina assolutamente convinti. Jonze non aveva ancora girato Being John Malkovich, ma l’ironia e la capacità di trasformare un’idea in un mondo autonomo sono già completamente sviluppate. Uno dei videoclip più citati e imitati della storia di MTV.
08. Spike Jonze: Weapon of Choice — Fatboy Slim, 2001
Christopher Walken balla da solo in un hotel deserto e alla fine vola. Non c’è altro, o meglio, non serve altro. Jonze prende uno degli attori più inquietanti di Hollywood, gli dà una canzone e uno spazio vuoto, e ottiene qualcosa di commovente e surreale allo stesso tempo. Vince quattro MTV Video Music Awards. Walken non aveva mai ballato in pubblico prima.
09. Jonathan Demme: Once in a Lifetime — Talking Heads, 1980
Tre anni prima de Il silenzio degli innocenti, Demme filma David Byrne in uno spazio bianco neutro. È un pezzo di cinema diretto, senza mediazioni. La stessa intensità documentaristica che avrebbe portato in Stop Making Sense (1984) e poi nei suoi thriller.
10. Anton Corbijn: One — U2, 1992 / Heart-Shaped Box — Nirvana, 1993 / Electrical Storm — U2, 2002
Corbijn non è un regista cinematografico nel senso stretto, è un fotografo diventato autore, ma i suoi videoclip sono il luogo dove ha costruito l’estetica che avrebbe portato al cinema: bianco e nero bruciato, inquadrature fisse, volti come paesaggi. Heart-Shaped Box è il suo manifesto visivo: il campo di papaveri, il vecchio in croce, la bambina con il cappuccio bianco. Quattro minuti che sembrano un film surrealista. Electrical Storm, dieci anni dopo, conferma che il suo sguardo non si era ammorbidito per niente.
11. Mark Romanek: Hurt — Johnny Cash, 2002
Hurt è forse il videoclip più cinematografico mai realizzato. Cash vecchio e malato nella sua villa in rovina, immagini di archivio, una luce che sembra venire da un film di Terrence Malick. Romanek costruisce in quattro minuti un film sul tempo, sulla perdita e sulla mortalità. Rick Rubin ha detto che guardandolo per la prima volta ha pianto.
