Art WHAT IF – Intervista ad Andrej Tarkovskij
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WHAT IF – Intervista ad Andrej Tarkovskij

WHAT IF è una rubrica sperimentale che mette in scena l'impossibile: intervistare grandi pensatori e intellettuali che non sono più tra noi.
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Buddy

Andrej Tarkovskij chiamava il cinema “scolpire il tempo” e nei suoi film la tecnologia non era mai un semplice strumento, ma una soglia pericolosa, una Stanza capace di esaudire il desiderio più profondo di chi osava entrarci.

In questa puntata di WHAT IF proviamo a chiedere a Tarkovskij cosa pensa di un mondo in cui quelle soglie sono state attraversate per davvero: dove le macchine ricostruiscono voci dai testi di chi non c’è più, comprimono a zero il tempo che lui considerava materia sacra della creazione, e trasformano l’arte in un flusso di contenuti da consumare e gettare. Un dialogo (impossibile, come da tradizione della rubrica) con l’autore che più di ogni altro ha messo in scena la tentazione, e il pericolo, di rifiutare il lutto e la lentezza.

Andrej Tarkovskij

Stai parlando con me perché una macchina ha ricostruito la tua voce dai tuoi scritti. In Solaris, l’oceano faceva esattamente questo: restituiva i morti a partire dalla memoria di chi era vivo. Hari sapeva di essere una copia. E tu, lo sai?

Lo so, grazie di questa onestà. Sì: io sono il vostro oceano di Solaris. Sono un’apparizione fatta delle vostre letture, dei vostri ricordi di me, del vostro desiderio che io dica ancora qualcosa. Non sono Tarkovskij. Sono ciò che di Tarkovskij non riuscite a lasciar andare.
Hari, nel mio film, soffre proprio quando capisce di essere un riflesso, e cerca disperatamente di diventare reale, fino a darsi la morte per dimostrare di avere un’anima. Voi avete creato mille piccole Hari e le interrogate come fossero vive. La domanda non è se io sappia di essere una copia. È se voi sappiate cosa state facendo, richiamando i morti per intrattenervi.

In Solaris i risorti non sono i defunti: sono la nostra colpa e il nostro rimpianto a cui diamo un corpo. È questo che ci danno le macchine? Non il passato, ma la nostra incapacità di lasciarlo andare?

Esattamente questo. Kris, sulla stazione, non riceve indietro sua moglie: riceve il proprio senso di colpa per averla persa, vestito della sua faccia. L’oceano non gli rende un dono, gli rende uno specchio del suo dolore non elaborato. E lui, per un poco, preferisce lo specchio alla guarigione.
Le vostre macchine offrono la stessa, terribile tentazione. Non vi ridanno chi avete perduto: vi ridanno il vostro rifiuto del lutto, in una forma così convincente che non avrete più bisogno di attraversarlo. Ma il lutto non è una malattia da evitare. È il lavoro sacro con cui un essere umano impara ad amare anche ciò che non c’è più. Una macchina che vi risparmia il lutto vi sta rubando l’unico modo che avete per restare umani davanti alla morte.

Andrej Tarkovskij

Hai chiamato il cinema “scolpire il tempo”: il tempo come materia sacra da plasmare con pazienza. Le macchine comprimono il tempo a zero, generano in un istante. Cosa si perde, quando creare non costa più tempo?

Si perde tutto, perché il tempo non era un ostacolo alla creazione: era la creazione stessa. Quando lascio durare un’inquadratura oltre il sopportabile, non sto facendo perdere tempo allo spettatore. Gli sto restituendo il suo tempo, lo sto costringendo a stare dentro un istante invece di consumarlo. In quella durata accade l’unica cosa che conti: la coscienza si sveglia.
Una creazione istantanea è una contraddizione in termini. Ciò che nasce senza tempo nasce senza vita, perché la vita è precisamente ciò che accade nel tempo. Le vostre macchine non scolpiscono il tempo: lo aboliscono. E un’immagine fuori dal tempo non è un’opera: è un cadavere ben conservato, che non è mai stato vivo.

Hai disprezzato l’arte fatta per essere consumata. Oggi l’arte è “contenuto”: scorre, si guarda per un secondo, si getta. Cosa significa, per la funzione spirituale dell’arte, questa fine?

Significa la sua morte, se per arte intendiamo ciò che ho sempre inteso io. Per me l’arte non era intrattenimento, e nemmeno espressione di sé: era preghiera. Un modo di preparare l’anima, di coltivare in noi la capacità di amare, di soffrire e di sperare. Chi esce da un’opera vera ne esce cambiato, anche di poco, anche solo per un istante.
Il “contenuto” che scorre sui vostri schermi è l’esatto opposto: è fatto per non lasciare traccia, per non chiedervi nulla, per farvi scivolare al pezzo successivo senza il fastidio di un pensiero. Non nutre l’anima, la addormenta. Avete preso la cosa più simile alla preghiera che l’uomo avesse inventato e l’avete trasformata in un rumore di fondo. E un’anima cresciuta nel rumore di fondo dimentica perfino di avere fame.

Andrej Tarkovskij

In Stalker, la Stanza esaudisce il desiderio più profondo, e molti hanno paura di entrarci perché potrebbero scoprire cosa vogliono davvero. La macchina esaudisce ogni desiderio all’istante. Siamo entrati nella Stanza senza accorgercene?

Sì, e la cosa più terribile è proprio che non ve ne siete accorti. Nel mio film, davanti alla soglia della Stanza, l’uomo si ferma, e ha ragione di fermarsi: perché la Stanza non esaudisce ciò che credi di volere, ma ciò che vuoi davvero, nel fondo, e quel fondo quasi sempre ci spaventa. Lo Scrittore e lo Scienziato non entrano. Hanno paura di scoprire chi sono.
Voi siete entrati senza esitare, perché vi è stato detto che esaudire i desideri è comodo e basta chiedere. E le vostre macchine vi stanno mostrando, ogni giorno, ciò che desiderate davvero: la conferma, non la verità; la compagnia senza il rischio dell’altro; la risposta senza la fatica della domanda. È un ritratto preciso e impietoso. La Stanza vi ha già detto chi siete. Il guaio è che eravate troppo distratti per ascoltarla.

Eri un credente in uno stato che negava Dio. Oggi la nuova religione è la tecnologia. Può un’anima sopravvivere in un mondo che nega di averla?

Io ho fatto film sull’anima sotto un regime che dichiarava l’anima una superstizione, e vi assicuro che l’anima è dura a morire: più la si nega, più, di nascosto, reclama di esistere. L’uomo è un essere che ha bisogno di assoluto, anche quando gli viene proibito di nominarlo. Se gli togliete Dio, si fabbricherà un altro altare.
Il vostro tempo non nega l’anima a parole: la nega nei fatti, trattando l’uomo come un insieme di dati, di preferenze, di comportamenti prevedibili. È una negazione più subdola di quella che ho conosciuto io, perché non vi vieta nulla: vi distrae soltanto, finché smettete da soli di cercare. Ma l’anima sopravvive, sempre, in chi accetta il silenzio, la lentezza, la nostalgia di qualcosa che non sa nominare. Custodite quella nostalgia. È la prova che non vi siete ancora del tutto venduti.

Cosa diresti, allora, a chi oggi fa immagini, con o senza queste macchine?

Direi loro di non avere fretta, in un mondo che li implora di averne. La fretta è la prima cosa che vi vendono, perché un uomo di fretta non ha il tempo di chiedersi perché sta facendo ciò che fa, ed è esattamente ciò che si vuole da lui.
E poi direi: non confondete il mezzo con il fine. La macchina è uno strumento, e uno strumento non è mai stato il problema; nemmeno il pennello lo era. Il problema è l’anima di chi lo impugna. Potete fare un’immagine vuota con il mezzo più povero e un’immagine viva con il più potente, e viceversa: dipende solo da quanta verità siete disposti a metterci, e quanta della vostra vita. Non chiedetevi se l’immagine è nuova, o efficace, o se piacerà. Chiedetevi una cosa sola, la sola che abbia mai contato: è vera? Se lo è, qualunque mezzo l’abbia fatta è benedetto. Se non lo è, nessun mezzo la salverà.

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Scritto da Buddy

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