Art Quando Alice cadde nella tana surrealista di Dalí
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Quando Alice cadde nella tana surrealista di Dalí

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Arianna Maria Leva

Nel 1961, in una conferenza newyorkese intitolata Where Do We Go from Here, Marcel Duchamp osservò che gli artisti del futuro, come Alice, avrebbero dovuto attraversare lo specchio della retina per raggiungere un’espressione più profonda. Era un’intuizione anticipatrice, perché otto anni dopo, nel 1969, un editor della Random House trasformò quel parallelismo in un progetto editoriale concreto, affidando a Salvador Dalí l’illustrazione di Alice’s Adventures in Wonderland, il romanzo che Charles Lutwidge Dodgson, sotto lo pseudonimo di Lewis Carroll, aveva pubblicato un secolo prima, nel 1865.

Il risultato fu una delle collaborazioni più eccentriche mai concepite tra letteratura vittoriana e avanguardia del Novecento. Dalí realizzò dodici eliografie a colori, una per ciascun capitolo del romanzo, più un’acquaforte originale in quattro colori destinata al frontespizio, firmata e numerata a matita su ciascuna copia. L’edizione, pubblicata dalla Maecenas Press fu tirata in circa 2.700 esemplari, un numero già di per sé ridotto per l’epoca, che nei decenni successivi ha reso il volume uno dei più ricercati dell’intera produzione grafica dalìana, oggi quotato tra le decine di migliaia di dollari sul mercato antiquario. Non fu un accostamento arbitrario tra un grande nome e un classico per l’infanzia, il mondo di Carroll, fatto di proporzioni errate, identità instabili e logica capovolta, condivideva con l’immaginario surrealista di Dalí una stessa ossessione, cioè la messa in crisi della percezione ordinaria della realtà attraverso immagini che restano coerenti solo secondo una logica interna, autonoma, che ignora le regole del mondo fuori dalla pagina. 

Il legame tra Dalí e la piccola protagonista dell’opera di Carroll, del resto, non si esaurì nel 1969 perché l’artista tornò più volte sulla sua immagine, arrivando a realizzarne anche una scultura in bronzo. Le illustrazioni si muovono su toni pastello e acquerellati, rosa, ocra, azzurri, che ammorbidiscono scene altrimenti vertiginose, quasi a contrastare la stranezza del contenuto con una tavolozza delicata. I paesaggi si dilatano in orizzonti onirici e deserti simbolici, popolati da elementi tipici del suo immaginario, orologi molli, figure allungate, architetture instabili, innestati sopra i personaggi di Carroll. Il risultato è un’illustrazione che non accompagna il testo in modo descrittivo, ma lo reinterpreta, sovrapponendo il proprio linguaggio visivo a quello della storia originale.

Per mezzo secolo, le tavole originali restarono un oggetto quasi mitologico, riservato a collezionisti e biblioteche specializzate, fuori dalla portata del grande pubblico. La svolta arrivò nel 2015 quando in occasione del centocinquantesimo anniversario della pubblicazione originale del romanzo di Carroll, la Princeton University Press diede alle stampe una nuova edizione, che rese finalmente accessibili al pubblico generalista le illustrazioni di Dalí, fino ad allora visibili quasi soltanto attraverso le riproduzioni digitali custodite dalla William Bennett Gallery di New York, depositaria delle opere originali. 

Dalì

A quasi sessant’anni dalla sua prima pubblicazione, il volume resta un caso raro di libro d’artista capace di funzionare su due piani contemporaneamente, sia come oggetto da collezione per gli appassionati di Dalí, che come chiave di lettura visiva alternativa per chi il romanzo di Carroll lo conosce solo nella sua versione più addomesticata, quella disneyana. Le tavole del 1969, oggi più accessibili grazie alla riedizione di Princeton, restituiscono invece l’anima più inquieta e matematicamente vertiginosa di un testo che, sotto la superficie del racconto per l’infanzia, ha sempre nascosto la stessa domanda che ossessionava Dalí: cosa succede quando la logica smette di obbedire al mondo reale e comincia a costruirne uno proprio?

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Scritto da Arianna Maria Leva

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