Hal Quartièr vuole l’eterna giovinezza con “4EVER YOUNG”

Hal Quartièr vuole l’eterna giovinezza con “4EVER YOUNG”

Cristiano Di Capua · 3 settimane fa · Music

Il 10 giugno è uscito “4EVER YOUNG”, il nuovo singolo di Hal Quartièr per Sony Music Italy e Columbia Records. Con uno spiccato riferimento alla super ballad anni ’80 “Forever Young” degli Alphaville, Hal Quartièr prende la rincorsa e con un impeto di energia e un animo rock vuole ricordare gli ascoltatori di rimanere giovani per sempre, strizzando un po’ l’occhio alla filosofia di vita di Peter Pan. Essendo un progetto appunto giovane e con tante influenze musicali diverse che spaziano dal rap al pop, Collater.al ha deciso di intervistarlo per scoprire cosa  sta frullando nella sua testa in questo periodo di release.

Ciao Alfredo, come stai? Prendi questa risposta come uno spazio tutto tuo, per sfogare ragionamenti e pensieri viscerali senza filtri.

Ciao! Sto bene, sono molto contento che sia uscito il mio singolo “4ever Young”. Sono in un periodo dove mi sento tranquillo, dove le cose che sto facendo hanno finalmente un senso per me e per la mia famiglia. Ho l’approvazione delle persone a cui voglio bene. Mi voglio godere questo momento come se fosse l’ultima cosa che farò, perché è un punto importante per la mia carriera musicale.

Nonostante tu sia giovane, “4EVER YOUNG” all’ascolto risulta come un pezzo maturo e ben orchestrato. Come hai avuto l’idea di scrivere un pezzo con questo concept? C’è stato un momento preciso in cui lo hai realizzato o è stato un processo più lungo che ti ha portato su questa strada?

Ovviamente io ero piccolo quando ho sentito il brano degli Alphaville. Nonostante ciò ho sposato subito quello che da ascoltatore volevano farmi arrivare. Essendo un brano che ha segnato la mia gioventù, è stato un messaggio che io volevo dare agli ascoltatori in chiave 2022, è un mio modo di vivere, un mood che io spero condividano tutti. L’ho scritto durante la pandemia, nel periodo in cui la gente era giustamente presa dalla paura di tutto quello che stava accadendo. Se in quel periodo avessi potuto parlare con ogni singola persona, avrei detto a tutti di non bruciare la vita in nessun modo. Dopo aver perso alcuni anni della mia vita, mi sono reso conto che la cosa più importante che una persona ha è il tempo. Spero che chi ascolterà il pezzo riesca a rivedersi nel mio pensiero.

Hai pubblicato su YouTube il tuo primo mixtape a soli 14 anni, quando hai capito che questo era quello che volevi fare nella vita?

In realtà, quando ero ancora più piccolo di quel mixtape: avevo due anni e cantavo davanti alla televisione, poi ne avevo tre e continuavo a cantare davanti alla televisione, poi ne avevo sei e cantavo nei posti dove andavo in vacanza, nei bar di quartiere, durante le feste di compleanno. Continuavo a cantare le canzoni di Vasco, Baglioni, Renato Zero. Le persone che mi volevano bene l’hanno capito prima di me, soprattutto mia madre e mio fratello hanno capito che io volevo fare questo fin da subito. Non ero concentrato a fare nient’altro, solo la musica.

Che tipo di impatto ha avuto una città fatta di luci e ombre come Napoli sulla tua vita da artista?

Napoli mi ha dato sicuramente una lingua in più, che io amo, e un determinato modo di vedere le cose. Soprattutto i quartieri, la vita vissuta sul serio nei quartieri, mi ha dato quella carnalità e quel mondo veramente urban che oggi mi permette di poter dire delle cose, di raccontare delle storie e di poter capire che cosa per me è giusto e che cosa sbagliato, perché l’ho vissuto in prima persona.

Cosa vedi nel futuro di Hal Quartièr? Raccontaci un po’ le svariate direzioni che prenderà il progetto.

Per il momento sono super concentrato e contento per l’uscita di “4ever Young”. Mi voglio godere questo momento perché è da tanto che non pubblico qualcosa. Per me è una nuova e importante partenza. Per adesso, dato che ho tanti progetti in cantiere, voglio godermi questo attimo e sentirmelo addosso per un po’. Continuerò comunque a scrivere e fare musica.

Hal Quartièr vuole l’eterna giovinezza con “4EVER YOUNG”
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Brad Walls sa che lo squash è uno sport geometrico

Brad Walls sa che lo squash è uno sport geometrico

Tommaso Berra · 3 giorni fa · Photography

Non dev’essere stato facile far volare un drone all’interno di un campo da squash di 20mq, ma il fotografo Brad Walls ha ritenuto fosse l’unico modo per esaltare in pochi scatti geometrie e movimento. La serie “Vacant” raffigura la geometria dei corpi, che si muovono un una coreografia all’interno di scene ispirate al surrealismo e al retrofuturismo.
L’idea di scegliere quel particolare luogo è nata da una visita dell’artista al campo da squash nel quale giocava ai tempi del liceo. Lo spazio vuoto le linee del campo hanno ispirato l’artista a realizzare una delle sue serie aeree, che avessero al centro il corpo umano distaccato dal contesto ma perfettamente inserito nell’impianto geometrico.

Squash | Collater.al

Una delle sfide di Brad Walls era quella di evitare un effetto claustrofobico, per questo il bianco è il colore predominante degli scatti, ripetuto anche nei vestiti delle modelle, una scelta che farebbe felici anche gli organizzatori di Wimbledon.
Proprio i vestiti sono un elemento che rinforza il concetto di retrofuturismo, creando una tensione tra passato e futuro grazie all’inserimento di un guardaroba futurista in un contesto anni ’80 come quello del campo da squash.
In attesa di pubblicare il suo primo libro, in uscita in autunno e intitolato intitolato “Pools from Above”, Brad Walls ha definito “Vacant” così: “La geometria fornisce un accenno di coerenza in un mondo sempre più incoerente. Gli esseri umani ne sono innatamente attratti. Io, forse, ancora di più“.

Squash | Collater.al
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Brad Walls sa che lo squash è uno sport geometrico
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Kaisar Ahamed  e “la città dei mille giardini” che non esiste più

Kaisar Ahamed e “la città dei mille giardini” che non esiste più

Tommaso Berra · 3 giorni fa · Photography

Il quartiere di Hazaribagh, nella città di Daka (Bangladesh), in lingua farsi significa “la città dei mille giardini”, e il nome rende l’idea di ciò che era il paesaggio, prima che le fabbriche di pellami inquinassero tutto.
Il fotografo Kaisar Ahamed ha raccontato nel suo ultimo progetto il paesaggio intorno al fiume Buriganga, reso biologicamente morto dai veleni riversati nelle acque dalle concerie. Il corso del fiume ora appare come un paesaggio irreale, scenografia di un film apocalittico in cui l’acqua sporca diventa un elemento di terrore più che di vita.
Kaisar Ahamed è un chimico, ma ha scelto di condurre le sue analisi sull’acqua di Hazaribagh attraverso la fotografia. Ha scattato campioni di acqua prelevati dal fiume Buriganga in diverse località, costruendo una sorta di laboratorio in cui la fotografia aiuta a raccontare un disastro ambientale.
Il titolo “A Thousand of Gardens” suona così un po’ ironico, una beffa al quale l’osservatore è messo subito al corrente.

È possibile sostenere la pubblicazione di un volume dedicato al lavoro del fotografo Kaisar Ahamed attraverso la raccolta fondi lanciata da SelfSelf, clicca qui per scoprire come aiutare a realizzare questo progetto fotografico.

Kaisar Ahamed | Collater.al
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Kaisar Ahamed e “la città dei mille giardini” che non esiste più
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Il racconto della pastorizia in Trentino di Giulia Degasperi

Il racconto della pastorizia in Trentino di Giulia Degasperi

Tommaso Berra · 4 giorni fa · Photography

D’estate mandrie intere di bestiame si spostano dalle valli fino ai prati di montagna, a migliaia di metri di altezza, dove l’aria è più rarefatta e i ritmi sono dettati solo dai bisogni della natura. Insieme agli animali viaggiano pastori, che in alpeggio diventano parte di un unico ciclo della vita, che non subisce pause ma scorre lento e costante.
Giulia Degasperi ha rappresentato questa pratica millenaria delle montagne del Trentino, senza mostrare direttamente la bellezza dei paesaggi ma quella del lavoro, dello sforzo e della tradizione. La serie “These Dark Mountains” è uno studio antropologico che descrive l’abbandono dei piccoli centri di montagna e la difficoltà di conservare abitudini che legano da sempre uomo e natura.
La scelta di scattare in bianco e nero rende le fotografie quasi senza tempo. Non si riesce ad inquadrare un periodo storico perché tutto è rimasto uguale, dai luoghi fino ai vestiti dei pastori.

È possibile sostenere la pubblicazione di un volume dedicato al lavoro della fotografa Giulia Degasperi attraverso la raccolta fondi lanciata da SelfSelf, clicca qui per scoprire come aiutare a realizzare questo progetto fotografico.

Giulia Degasperi | Collater.al
Giulia Degasperi | Collater.al
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Il racconto della pastorizia in Trentino di Giulia Degasperi
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Un mondo senza adulti nelle foto di Julie Blackmon

Un mondo senza adulti nelle foto di Julie Blackmon

Tommaso Berra · 1 settimana fa · Photography

Un mondo senza “quando avevo la tua età era diverso”, senza “i giovani d’oggi non valgono nulla”, un mondo i cui quindi non esiste “adultsplanning” e i bambini sembrano poter fare tutto in totale autonomia.
Questo è il paesaggio rappresentato in fotografia da Julie Blackmon, artista americana legata ai temi della famiglia e alla vita nei piccoli centri abitati.
Gli scatti sono una satira sociale, mascherata all’interno di scene quotidiane in cui i bambini sono i veri protagonisti, per non dire gli unici. Tutti i dettagli rappresentati sono simbolici, così come la disposizione dei soggetti, ispirata alle scene dipinte dai pittori fiamminghi del XVII secolo.
L’obiettivo di Julie Blackmon è quello di rappresentare il contesto delle piccole comunità americane, tracciando i sogni promossi dal modello americano.

Una caratteristica dei bambini di Julie Blackmon è il loro totale distacco da qualunque elemento legato alla tecnologia contemporanea. Si trovano così a giocare “come ai vecchi tempi”, pitturando con i gessetti il vialetto di casa, o nella piscina costruita artigianalmente nel proprio cortile.
Di ispirazione per la visione della fotografa c’è il contesto delle famiglie numerose, essendo lei stessa la maggiore di nove fratelli. Così facendo ripercorre i ricordi e ciò che più in generale influenza l’infanzia, fatta di paesaggi e elementi che modellano il nostro modo di pensare anche da adulti, quelli che Julie non vuole rappresentare, lasciando volutamente la sensazione di un mondo in cui tutto è sconnesso.

Un mondo senza adulti nelle foto di Julie Blackmon
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