L’artista francese conosciuto come The Wa lavora da oltre dieci anni con un’idea molto precisa in testa, quella di restituire alle superfici urbane la stessa leggerezza di un disegno fatto da un bambino. Dietro un tratto ingenuo, colori decisi e forme quasi infantili si nasconde però una strategia critica ben più sofisticata, pensata per disinnescare la solennità di ciò che dipinge.
Il suo ultimo intervento, realizzato al PFFFestival, conferma questa cifra stilistica. Anche in questo caso l’artista trasforma una superficie anonima in qualcosa che sembra uscito da un quaderno di scuola, con quella libertà compositiva che solo chi non ha ancora imparato le regole del disegno sa avere davvero. Il risultato è una casa che spicca all’interno del contesto urbano in cui si trova, perché non è noiosa, statica o banale, tanto da sembrare un giocattolo.


Non è la prima volta che The Wa gioca su questo registro. Nel 2021 aveva firmato una serie intitolata “A kid could do it“, pensata per una sequenza di bunker dell’Atlantic Wall, le fortificazioni costiere costruite durante la Seconda guerra mondiale. Il titolo, “un bambino potrebbe farlo”, è già di per sé un manifesto, mentre i ringraziamenti alla madre aggiungono un tocco personale a un lavoro che trasforma simboli di guerra e sorveglianza in superfici quasi da libro illustrato.


Questo linguaggio nasce direttamente dal graffiti e da quella volontà di “rimpicciolire le maiuscole”, di sgretolare miti e convenzioni con un umorismo caustico che attraversa tutta la sua pratica. Dipingere una facciata o un bunker come se lo avesse fatto un bambino significa togliere autorità allo spazio che lo ospita e restituirgli un carattere giocoso, quasi domestico. Le case colorate di The Wa disarmano e impressionare, ed è in un’apparente ingenuità che si nasconde la parte più geniale del suo lavoro.










