L’atteso ritorno, abbiamo intervistato Inoki

L’atteso ritorno, abbiamo intervistato Inoki

Emanuele D'Angelo · 2 mesi fa · Music

Abbiamo fatto quattro chiacchiere con Inoki sul suo nuovo album “Medioego”. Inutile dirvi chi è, cosa ha fatto o cosa rappresenti per la scena italiana, dovreste già saperlo.

L’intenzione è di partire non di arrivare.

18 tracce, 4 feat, 9 produttori. “Medioego” è il suo ritorno a sei anni abbondanti dal precedente lavoro. Un ritorno in grande stile per un artista “che viene da giù, dal basso, da dove si suda ogni pasto” e ora è pronto a partire e prendersi tutto ciò che gli spetta.

“Medioego” non rappresenta solo un periodo storico, ma il nostro stato d’animo. È il modo in cui esistiamo oggi. Questo disco non presenta la soluzione, come potrebbe? Cerca però di indicare il problema e invitare tutti a lavorare insieme, verso un miglioramento che speriamo sia ancora possibile.

L’intenzione è quella di avere un sound del 2023 non del 2021, nuovo e all’avanguardia.

Fabiano Ballarin, classe 1979, non è ripartito dalle parole se non da quelle che si incastrano sul beat e l’ha fatto in modo oculato, con un progetto strutturato e ricercato.

Un viaggio lungo 55 minuti che segna appunto una partenza, ma anche una nuova scoperta, quella di un Inoki 3.0, voglioso di sperimentare, sporcarsi le mani e uscire da questo lungo silenzio durato anni.

Un album che mette a confronto diverse generazioni, che rimette tutto al proprio posto, dove Inoki si mette a nudo mettendo dentro tutto sé stesso.
Adesso lasciamo spazio alle sue parole, nell’intervista che ha rilasciato in esclusiva per Collater.al Mag.

Partiamo dall’inizio, per così dire. Medioego, il tuo nuovo album segna il tuo ritorno nel panorama musicale. Una parola composta, una con un’accezione storica l’altra invece più personale, come mai hai scelto questo titolo?

In certi momenti, in questo anno, mi sono sentito di vivere nel Medioevo, quindi con questa parola volevo raccontare appunto quello che sto vivendo io. Medioego invece è quello che stiamo diventando, nella voglia di riscattarci individualmente ma poi alla fine ci ritroviamo ad essere tutti uguali nella povertà mentale e culturale.

Guardando tutta la tua discografia una delle tue caratteristiche è senza dubbio quella di fare un album con molte tracce. Soprattutto per il genere che fai tu, oggi siamo abituati a standard diversi, poche tracce, molti feat, possiamo dire che con quest’album sei andato come sempre controcorrente?

Sì sì assolutamente, sono sempre andato controcorrente, non faccio un album all’anno, motivo per cui mi sembra giusto poi farlo molto molto pieno.
Di tracce ne avevo molte di più, poi qualcosa l’abbiamo ovviamente scartata. Non sono stato molto produttivo quindi mi è sembrato giusto dare un po’ di ciccia alla gente che aspettava da tempo un mio disco. Comunque sì, sono un po’ come Colle Der Fomento, faccio un disco ogni tot di anni e giustamente non posso darti solo dieci tracce, cerco di dare sempre il più possibile.

Riallacciandoci appunto alla tua risposta, non sei solito pubblicare album di anno in anno, è un po’ un ritorno sulla scena per te, e nel frattempo, come dicevamo, la musica e il mercato sono cambiati, ma anche tu e il tuo modo di fare musica. Cosa significa per te quest’album?

Significa rimettere tutto dove merita di stare, significa dare valore al mio nome, al lavoro di tanti anni. Ma in particolare significa riuscire a far un lavoro strutturato, come si deve, discograficamente di alto livello. Significa ritornare dal basso per cercare di essere dove devo stare. Significa la voglia di essere un “pro”, lo sono sempre stato e lo voglio dimostrare.

Con “Medioego” infatti ti riprendi un po’ non quello che ti è stato tolto, ma quello che è mancato in tua assenza. È un disco completo, pieno di rime affilate, dove non risparmi nessuno e come sempre riesci a dire la tua, senza fronzoli, senza peli sulla lingua. Nella traccia “Hype” infatti c’è un passaggio controverso, una sorta di dissing verso Carl Brave?

No ma va’ (ride ndr), non è un dissing verso nessuno, è un troll, è più una presa in giro verso quei ragazzi che vanno ad un rave poi appunto tornano e ascoltano quel genere lì. In realtà è molto scherzosa quella traccia lì, più che altro è un prendere per il culo la gente che usa questi slang americani e tutte quelle robe lì. Anzi mi sta simpatico Carl Brave, apprezzo il suo lavoro, non c’è nessun dissing verso nessuno in questo album. È un album che cerca la pace con me stesso, con l’universo, con la musica e con tutto quello che c’è intorno.

Abbiamo detto e ripetuto che è un album bello corposo, dalla prima alla diciottesima traccia sembra esserci molto di te dentro, è così?

In quest’album, ma in realtà come in tutti i miei pezzi, c’è tutto me stesso, la mia persona, io faccio fatica a raccontare storie altrui o di scrivere cose che non mi appartengono o che non sento, sia a livello emotivo, che di sensazioni o di immagini. Quello che vedo dentro di me cerco sempre di trasmetterlo al mio pubblico, quindi sì c’è assolutamente tutto me stesso dentro come negli altri miei lavori.

Dentro Medioego troviamo 9 produttori diversi, è come se avessi fatto un viaggio su e giù per l’Italia. Sono tutti nomi importanti e pesanti senza dubbio nella scena di oggi, ma su tutti ti chiediamo com’è lavorare con Salmo? Siamo sicuramente abituati a vederlo in una veste diversa, però anche come produttore diciamo che sa il fatto suo.

Lui è un fenomeno del multitasking, fa pure il regista, fa qualsiasi cosa. È senza dubbio una macchina da guerra a livello creativo infatti mi sono trovato benissimo, tantissimi stimoli, spero di poterci lavorare ancora. Le sue produzioni tra l’altro sono riuscite a farmi tirare fuori dei flow che non ero mai riuscito a fare quindi top della gamma. Spero di lavorarci anche in altri rami visto che lui fa 200 mila cose, se lui avrà tempo mi piacerebbe sviluppare altre collaborazioni con lui.

Le produzioni di Salmo infatti sembrano essere un po’ più elettroniche, diverse da quelle cui siamo abituati a sentire. Hai ricercato tu questa nuova dimensione o è stato lui a instradarti verso questa direzione?

Lui mi ha mandato una decina di basi, io ne ho rappate circa cinque. Poi alla fine abbiamo scelto “Underground” e “Hype” perché erano quelle che senza dubbio giravano meglio. Ma ti dirò, in generale in tutto l’album a parte la traccia con Shocca (che è quella un po più old school) mi diverto a sperimentare le cose della nuova scuola. Io ho cercato di avere un sound “più nuovo” possibile, cercavo di avere un suono del 2023 non del 2021, l’intenzione era quella.
Alla fine le cose vecchie, old school le ho fatte, basta andare ad ascoltare i vecchi dischi, invece quelle nuove meno. In realtà voglio sperimentare ancora di più, per me questa deve essere una partenza non un arrivo, riuscire a sperimentare sempre di più e lavorare sempre con produttori diversi.

E a proposito di 2023, non a caso hai scelto Asian Fake, un’etichetta che è sempre avanti, sempre alla ricerca di un sound nuovo che porta sempre qualcosa che prima non c’era.

Sì assolutamente, sono all’avanguardia e cercano sempre cose nuove, le più assurde. L’influenza di Asian Fake è stata utile, poi sia io che loro cercavamo un Inoki 3.0 e la direzione in cui siamo andati è quella e credo che ci siamo riusciti abbastanza bene sia a livello visivo che a livello di sound.

Tra i quattro feat presenti nell’album c’è né sicuramente uno che ci ha colpito più di tutti, quello con Noemi. Di fatto perché “vivete” su mondi musicali non distanti ma diversi. Ma nonostante ciò siete riusciti comunque a contaminarvi e fondervi in una traccia unica, com’è nata questa atipica collaborazione?

La collaborazione è nata da una stima reciproca, io in realtà non sapevo che lei fosse una mia fan.
Quando l’ho saputo ho cominciato ad ascoltarla anche io, è un grande talento assolutamente e avevo bisogno anche di questo nel nuovo album. Con questa traccia volevo appunto aprire una finestra, con un tipo di rap più maturo, più pop. Questo è un po’ l’inizio di una strada che voglio assolutamente percorrere ed esplorare.

Siamo alle battute finali, ultimissima domanda, giusto per chiudere in bellezza con un classicone! Quali le sono le aspettative e gli obiettivi di questo Inoki 3.0, come ti sei definito tu stesso, e soprattutto nel futuro cosa combinerai, ci puoi dire qualcosa?

L’intenzione, visto che siamo ormai partiti, è quella di andare avanti e proiettarmi subito su un altro lavoro e farlo ancora meglio di questo. Come ti ho detto l’intenzione è di partire non di arrivare.

Cover: Andrea Carveni

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Margaret Durow e la fotografia come cura

Margaret Durow e la fotografia come cura

Giulia Guido · 2 giorni fa · Photography

Lontano dalla East e dalla West Coast, viaggiando verso il centro degli Stati Uniti e lasciandosi alle spalle città come New York, Washington o San Francisco, è possibile scoprire un’altra America. Margaret Durow ci porta a passeggio tra il Wisconsin e i suoi suggestivi paesaggi. 

Classe 1989, Margaret Durow è una fotografa che ha iniziato a scattare da adolescente immortalando le giornate trascorse con gli amici. Poi l’obiettivo della sua macchina fotografica ha iniziato a posarsi su altro: su ciò che la circondava, ma anche lei se stessa. 

Scorrendo il suo profilo Instagram o visitando il suo sito possiamo infatti notare come foto di tramonti e di infiniti campi d’erba si alternano a quelle del suo copro fragile ma indistruttibile. Margaret utilizza il mezzo fotografico per raccontare la sua storia, gli stati d’animo che prova, cercando di entrare in empatia con lo spettatore. 

Quando Margaret Durow aveva 5 anni le è stato trovato un tumore benigno alla spina dorsale. Le diverse operazione alle quali si è dovuta sottoporre hanno segnato la sua esistenza e il suo corpo, e oggi ci mostra le cicatrici sulla sua pelle per raccontarci cosa prova sotto quelle stesse cicatrici. 

Margaret Durow

Margaret imprime i suoi stati d’animo e noi non possiamo fare altro che lasciarci trasportare dai suoi scatti: in punta di piedi diventiamo testimoni della sua vita, il suo corpo diventa il nostro e il sollievo che proviamo guardando i paesaggi che fotografa non potrebbe essere più vero. 

Leggi anche: La bellezza della tranquillità negli scatti di Alberto Polo Iañez

Noi abbiamo selezionato solo alcuni scatti di Margaret Durow, ma seguitela su Instagram e visitate il suo sito per non perdervi i suoi prossimi lavori.

Margaret Durow
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Martin Neuhof, un fotografo e ritrattista evocativo

Martin Neuhof, un fotografo e ritrattista evocativo

Federica Cimorelli · 3 giorni fa · Photography

Martin Neuhof, classe 1984, è un fotografo e ritrattista tedesco con base a Lipsia, in Germania. Il suo rapporto con questa forma d’arte inizia da piccolissimo: Martin segue le orme di suo nonno Friedrich Gahlbeck, noto fotografo tedesco dello scorso secolo, poi lavora per permettersi una macchina fotografica e così comincia a sperimentare con le immagini.

La sua fotografia è chiara ed elegante, mette al centro del discorso il volto umano e scava nell’interiorità del soggetto che immortala. Secondo Martin Neuhof il volto è una porta di accesso sulle emozioni umane, è un ostacolo da superare e una barriera da infrangere. 

Leggi anche: I profondi ritratti fotografici di Laura Zalenga

Le sue composizioni fotografiche riescono ad abbattere ogni apparenza, sono scatti creativi che mettono in luce il protagonista dell’immagine e intanto colpiscono lo spettatore, lo provocano e innescano qualcosa nella sua interiorità.

Guarda qui una selezione dei suoi scatti, seguilo su Instagram e sul suo sito personale

Martin Neuhof, un fotografo e ritrattista evocativo
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Martin Neuhof, un fotografo e ritrattista evocativo
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La bellezza della tranquillità negli scatti di Alberto Polo Iañez

La bellezza della tranquillità negli scatti di Alberto Polo Iañez

Giulia Guido · 4 giorni fa · Photography

Classe 1980, Alberto Polo Iañez vive a Barcellona ma l’isola di Palma di Maiorca, dove è nato, fa ancora parte di lui e soprattutto dei suoi lavori. 

Alberto ha cominciato a fotografare da adolescente, approcciandosi alla fotografia analogica in un periodo in cui il digitale stava letteralmente spopolando, e nei suoi lavori possiamo rivivere l’atmosfera che si respira sulla sua isola natale. 

I paesaggi incontaminati, la natura che si spinge fino alla spiaggia, la calma e la tranquillità tipiche dei luoghi che non hanno mai conosciuto il caos cittadino. Ma un elemento più di tutti gli altri ha influenzato e continua a influenzare il suo stile: la luce

La luce calda che accoglie chi visita Palma de Mallorca e che caratterizza la vita di chi ci vive tutto l’anno è la protagonista indiscussa degli scatti di Alberto Polo Iañez. Dai paesaggi a un vaso di fiori appoggiato su un tavolo, fino alle ragazze che che fotografa sono avvolti da fasci di luce dorati che riportano la nostra mente all’estate. 

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Inoltre, le ragazze nude catturate nell’intimità della loro casa mentre scrutano fuori dalla finestra sembrano ricongiungersi alla natura, come quando facciamo il primo bagno della stagione estiva o ci perdiamo in un bosco e sentiamo finalmente di essere nel posto giusto, liberi. 

Lasciati trasportare dalla bellezza degli scatti di Alberto Polo Iañez e seguilo su Instagram per non perderti i suoi prossimi lavori. 

La bellezza della tranquillità negli scatti di Alberto Polo Iañez
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La bellezza della tranquillità negli scatti di Alberto Polo Iañez
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Bobby Mandrup, un fotografo in continuo divenire

Bobby Mandrup, un fotografo in continuo divenire

Federica Cimorelli · 5 giorni fa · Photography

Vivere in un costante stato di divenire, è così che Bobby Mandrup – fotografo danese classe 1985 – si descrive al pubblico che lo segue. Noi non possiamo proprio contraddirlo, d’altro canto la sua fotografia sembra cucita esattamente intorno a queste parole. 

Bobby Mandrup scatta principalmente ritratti e lo fa quasi come un pittore.
I suoi scatti analogici sono immediati e intimi, si avvicinano alla figura umana con emozione e imprevedibilità e riescono a catturarne ogni sentimento e ogni sfumatura.

Non mi piacciono gli scatti costruiti in una scena, li trovo sprecati. Per me fotografare è come mostrare l’individualità di ogni momento fugace.

Guardando le sue fotografie nel complesso si riesce a costruire un tragitto simile e complementare ad ogni immagine. Bobby ricerca i difetti dei soggetti che immortala, cattura la vita imprevedibile di ogni persona e disegna un mondo imperfetto, caotico e disturbante.

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Guarda qui una selezione dei suoi scatti, seguilo su Instagram e visita il suo sito personale

Bobby Mandrup, un fotografo in continuo divenire
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