Quest’anno, negli spazi di Alcova Milano abbiamo ritrovato la capacità di occupare spazi dimenticati, riattivarli e, allo stesso tempo, lasciando che restino parzialmente irrisolti. Anche quest’anno, tra il 20 e il 26 aprile, il progetto si è espanso tra due poli opposti — l’Ospedale Militare di Baggio e Villa Pestarini — costruendo una geografia frammentata che come al solito è insieme il suo limite e la sua forza.
Da una parte, l’ospedale: una vera e propria città nella città, un sistema di padiglioni, corridoi, cortili e hangar in cui perdersi ma anche esplorare. Qui Alcova trova la sua dimensione più autentica, perché non si limita a esporre design ma lo costringe a dialogare con con il tempo e con la percezione di abbandono che si irradia per tutto il complesso. È uno spazio che non si attraversa in modo lineare, ma che si scopre per accumulo, deviazione dopo deviazione. Dispersivo, sì, ma anche piuttosto fertile.
È proprio in uno degli hangar che emergono due dei progetti più convincenti di questa edizione. THRESHOLD di DOOOR x Objects of Common Interest più che un’installazione, è una condizione mentale, una sospensione che riscrive il modo in cui ci muoviamo dentro l’architettura. Poco prima, Supaform ribalta completamente il registro con Seat in touch, un’indagine sugli spazi funzionali della città trasformati in dispositivi di socialità.
Uno degli interventi più sorprendenti all’interno dell’Ospedale è quello di Umprum Academy of Arts, Architecture and Design, che prende forma negli spazi della Lavanderia con un progetto capace di tenere insieme ricerca e materialità. Poco distante, il Tempio ospita Slalom x V.A.I., che porta una riflessione più tecnica e sensoriale sul suono e lo spazio. Ma è forse nella Casa delle Suore che troviamo un approccio sicuramente più pop: il progetto del Center for Creativity, Museum of Architecture and Design sloveno, che riesce a dialogare con un contesto già carico di stratificazioni simboliche senza sovrascriverlo.
Poi c’è Villa Pestarini, e qui il discorso cambia completamente. Se a Baggio abbiamo sentito spazi più dispersivi, la villa concentra molto del design in un luogo più circoscritto e mai aperto al pubblico fino a ora. Progettata da Franco Albini, è un manifesto del razionalismo milanese e, allo stesso tempo, un luogo estremamente domestico, quasi fragile. I suoi spazi diventano così un campo di confronto diretto con la storia del design italiano.

Gli interventi qui sono inevitabilmente più misurati, più silenziosi. L’installazione di Basetale si inserisce negli spazi con una sensibilità quasi architettonica, evitando qualsiasi gesto eccessivo. Accanto, i lavori floreali di Sema Topaloğlu portano una dimensione organica che contrasta con il rigore della villa, senza mai romperlo davvero.
Questa doppia anima è ciò che rende Alcova così rilevante nel panorama della Design Week di Milano. Non è solo una piattaforma espositiva, ma un dispositivo urbano che ogni anno riscrive temporaneamente alcuni luoghi dentro e fuori la città, portando il pubblico fuori dai circuiti più prevedibili del Fuorisalone. Baggio, in questo senso, è una scelta quasi politica: spostare l’attenzione verso una periferia che raramente entra nel racconto del design, trasformandola per una settimana in qualcosa di nuovo.
Certo, il prezzo da pagare è la dispersione. Non si riesce a vedere e comprendere tutto e non tutto si tiene insieme, avendo spesso e volentieri la sensazione di perdere qualcosa. E noi ci siamo chiesti se forse è proprio questo il punto.
ph. Piergiorgio Sorgetti
