Cosa sarebbe successo se Salvador Dalì avesse incontrato i glitch? Sì proprio quei piccoli malfunzionamenti dei sistemi elettronici. Probabilmente il risultato finale sarebbe molto simile ai lavori di Alexis Mata.
Classe 1981, Alexis Mata vive e lavora a Città del Messico. Il suo percorso artistico non è cominciato dalla tela, ma dalla strada, con interventi negli spazi pubblici e urbani pensati per generare critica sociale e dialogo in un paese attraversato da disuguaglianze, violenza e simulazioni. Il problema era la natura effimera di quelle azioni, che sparivano appena finite. Da qui la scelta di spostarsi su collage, pittura, disegno e installazione, e soprattutto di iniziare a ragionare su come conservare le immagini. È in quel momento che il digitale entra nel suo lavoro.

La sua pratica si muove infatti tra analogico e digitale, con scanner, manipolazioni ed editing usati per riflettere su quello che succede a un’immagine quando cambia formato. Qualcosa si perde, qualcosa si trasforma, qualcosa nasce. E proprio da quel margine d’errore Mata costruisce il suo vocabolario visivo fatto di pixel, glitch e tagli. Il suo lavoro attraversa anche vetrate, tessuti, disegno, scultura e ceramica, con quaderni di schizzi che lo seguono ovunque e fotografie e video raccolti come riferimento.
Mata fa della contemplazione l’asse centrale della sua ricerca e documenta con meticolosità sogni, sensazioni ed esperienze legate ai paesaggi, sotto forma di appunti, poesie, haiku, fotografie e disegni. Poi apre un dialogo con l’intelligenza artificiale, cercando di spiegarle quello che ha raccolto, e lei gli restituisce un’immagine che concentra non solo i suoi riferimenti ma anche tutti i dati che come esseri umani depositiamo nello strumento, una specie di inconscio collettivo. Quell’immagine non è il punto d’arrivo ma l’inizio, perché Mata la rielabora e la modifica fino a trasformarla in opera.

I soggetti sono diventati sempre più riconoscibili. Per “Fata Morgana”, la mostra alla galleria The Hole di New York del dicembre 2024, ha dipinto a olio deserti e cactus, nati dai suoi viaggi in tre diverse zone desertiche vicino a Città del Messico, dove ha usato piante medicinali per diventare più ricettivo ai colori e all’interiorità. Nopales e flora messicana sembrano allucinazioni, con linee che slittano e pixel che si allungano sulla tela. L’artista lo spiega con una frase semplice, quando gli occhi guardano troppo a lungo la stessa cosa è la mente a fare il cambiamento.
Arriviamo così all’ultimo step (forse), ovvero quello di animare i suoi paesaggi glitchiati, permettendo a chi li osserva di attraversarli e viverli in tutte le direzioni. Il risultato finale ricorda vecchi videogiochi, ma anche tutto l’universo legato alla realtà aumentata.
Il glitch smette così di essere un errore fermo sulla tela e diventa movimento, un elemento grazie al quale il paesaggio non resta mai uguale a se stesso.







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