Ci sono collezionisti che accumulano oggetti perché non riescono a separarsene e collezionisti che li accumulano perché pensano che, prima o poi, qualcuno dovrebbe guardarli. Public Collectors appartiene decisamente alla seconda categoria, anche se a un certo punto le due cose finiscono per coincidere.
Nato a Chicago nel 2007 dall’artista e editore Marc Fischer, Public Collectors è un progetto dedicato a tutto ciò che normalmente non sembra abbastanza importante per essere conservato: materiali underground, archivi personali, fotografie anonime, volantini, fanzine, registrazioni, documenti amministrativi, annunci online, ritagli di giornale, oggetti trovati, collezioni private e perfino quelle strane categorie di immagini che nessuno ha mai pensato di trasformare in una collezione.
L’idea di partenza è semplice: musei, biblioteche e istituzioni raccolgono molto, ma raccolgono anche secondo criteri precisi e ciò che rimane fuori da quei criteri rischia di scomparire. Public Collectors prova allora a intervenire proprio lì, nel punto cieco dell’archivio.
Il risultato è difficile da definire. Non è esattamente un archivio, perché non pretende di essere neutrale, anzi. Non è un museo, perché non separa necessariamente l’oggetto dal suo uso quotidiano. Non è una casa editrice, anche se dal 2007 ha prodotto decine di pubblicazioni. E non è nemmeno una semplice collezione privata resa accessibile al pubblico. Public Collectors è una strana creatura, una specie di fanzine permanente, nella quale il collezionismo si fa propulsivo diventando una spinta alla produzione culturale.
La cosa interessante è che Fischer sembra prendere sul serio una delle intuizioni più fertili della storia del collezionismo: un oggetto cambia quando cambia il sistema di relazioni nel quale viene inserito. Walter Benjamin – accumulatore compulsivo – aveva intuito che il collezionista sottrae le cose alla loro normale funzione economica e le ricompone secondo una logica tutta sua. Public Collectors fa un passo ulteriore non limitandosi a costruire una collezione privata, ma rendendo pubblico quel gesto di ricomposizione.
Per Fisher il collezionista non è più qualcuno che possiede cose, ma diventa qualcuno che mette in circolazione connessioni tra cose ed è qui che il progetto comincia a diventare davvero interessante.


Uno dei lavori più celebri è “Hardcore Architecture” (2008), nato da una domanda apparentemente assurda: dove abitavano le band hardcore americane degli anni Ottanta?
Fischer è partito dagli indirizzi pubblicati nelle rubriche di contatto di Maximum Rocknroll tra il 1982 e il 1989 e li ha trasformati in una sorta di archeologia urbana dell’underground. Le abitazioni di gruppi come The Crucifucks, The Didjits, Poison Idea, Pussy Galore, Sonic Youth, Capitalist Casualties o Murphy’s Law vengono fotografate attraverso Google Street View e ricomposte in pubblicazioni, mostre e archivi online.
È difficile immaginare qualcosa di più anti-spettacolare. Non ci sono concerti, musicisti famosi sul palco, dischi rari o fotografie leggendarie, ci sono solo le loro abitazioni. L’architettura banale di una città americana diventa improvvisamente una mappa della storia della musica underground.
Il punk viene sottratto alla sua iconografia abituale e ricollocato nella sua infrastruttura materiale: il posto dove qualcuno dormiva, provava, organizzava concerti, stampava volantini, riceveva lettere. È una versione punk della sociologia urbana, ma senza la pretesa di essere scientifica.
Il progetto dimostra anche una cosa ulteriore, che l’oggetto interessante non è necessariamente quello raro, ma quello che diventa interessante dopo essere stato messo in relazione con qualcos’altro.
La stessa logica appare nella serie “Library Excavations” (2009). Fischer entra infatti nelle biblioteche pubbliche e cerca materiali che esistono fisicamente ma che, nella pratica, vengono consultati pochissimo. Fotografie promozionali di musicisti, illustrazioni provenienti da manuali governativi, materiali legati all’industria carceraria, documenti sugli artisti di Chicago. Non si tratta di scoprire tesori nascosti nel senso romantico del termine, al contrario: spesso il tesoro è proprio la cosa che nessuno ha mai pensato di considerare come tale.

Questi esempi descrivono il radicale approccio underground del progetto di Fisher perché mostra come non ci sia alcun interesse né venerazione per l’oggetto originale, ciò che conta è la traccia che questo può lasciare nel suo imprevedibile percorso.
L’archivio invece di essere una cassaforte diventa una catena di trasformazioni potenzialmente infinita e naturalmente, prima o poi, questa ossessione doveva arrivare a Internet.
Una delle serie più divertenti e inquietanti di Public Collectors nasce infatti da eBay e Craigslist. “Grave Plots” (2019), questo il nome della serie, raccoglie annunci di persone che cercano di vendere o scambiare tombe di famiglia; “Sold as Blank/Possible Lost Media” (2019) osserva gli annunci eBay di videocassette registrate vendute come “blank” per aggirare le restrizioni della piattaforma. “You Spat on Me By Accident” (2024) prende invece migliaia di annunci della sezione “Missed Connections” di Craigslist e li trasforma in un piccolo ritratto dell’America post-elettorale del 2024 in cui persone che si sono incrociate in un supermercato, in un negozio, in fila per votare, affidano a Internet la speranza di ritrovarsi.
Mi piace pensarla come una sorta di linguaggio poetico involontario in cui Fischer non inventa nulla. Gli basta osservare abbastanza a lungo ciò che Internet – e non solo – normalmente considera banale o inutile. Un annuncio di vendita, una fotografia caricata da uno sconosciuto, una frase lasciata in un forum diventano materiali editoriali. Come un ready-made post-digitale ma senza il gesto dell’artista che dichiara “questo è arte”.
Uno dei progetti più recenti, “Provisional Costumes” (2023), porta questa attitudine fino all’assurdo. Fischer passa in rassegna migliaia di fotografie vendute su eBay e comincia a raccogliere immagini di persone in costume, soprattutto tra gli anni Settanta e i primi Novanta. Halloween, feste domestiche, travestimenti improvvisati, ambienti ordinari e l’aspetto interessante è che il tema emerge durante la ricerca, non prima. Le fotografie, agli occhi di Fisher, iniziano a assumere le sembianze di pagine di un libro ed è allora che si comincia a ragionare su accostamenti, sequenze, ritmi. I cataloghi e gli archivi “improsvvisati” da cui si pesca, quelli che tutti noi frequentiamo con una certa regolarità, mutano la loro funzione originaria grazie al sovvertimento delle regole, alla ricerca di una nuova prospettiva, diventando una Mnemosyne warburghiana, un archivio iconografico infinito o, senza nemmeno forzare troppo la mano, un dispositivo curatoriale.

L’immagine non deve essere bella, deve essere carica di possibilità e in questo sta probabilmente una delle caratteristiche più originali di Public Collectors. Non a caso nella stessa “costellazione” possono convivere una fotografia trovata online, il retro di una tessera della metro, una vecchia pubblicità, il progetto di una casa, una scheda di biblioteca o una persona vestita da mostro nel soggiorno di casa sua. Come se avesse fatto propria la lezione di Maurizio Ferraris con i suoi studi sulla Documanità e il lasciar tracce, Fischer sembra interessato soprattutto al momento in cui un’immagine smette di essere semplicemente un documento e comincia a diventare un oggetto visivo.
“News Photo Back Views” (2025) è forse l’esempio più radicale di ciò che ho definito un nuova prospettiva. Invece di concentrarsi sulle fotografie d’agenzia, Fischer guarda il loro retro: timbri, numeri, annotazioni, didascalie incollate, date di pubblicazione, codici, tracce di lavorazione. Il lato normalmente considerato secondario diventa il soggetto principale. L’immagine giornalistica viene rovesciata come un sasso per guardare ciò che c’è sotto. Fischer paragona questi retro a certe opere di Rauschenberg e Basquiat, proprio perché il sistema di annotazioni e cancellature finisce per produrre una superficie grafica autonoma.
Qui il lavoro di Public Collectors lambisce da un lato la pratica della Mail Art, e dall’altro l’estetica dell’informazione residuale.
Timbri, codici, correzioni, adesivi, numeri, note manoscritte, imperfezioni di stampa. Tutto ciò che normalmente dovrebbe rimanere invisibile perché appartiene al backstage della produzione diventa improvvisamente superficie; un’estetica che non nasce progettando un’immagine, ma osservando il modo in cui le immagini vengono usate.
E forse è proprio questo il motivo per cui Public Collectors funziona così bene anche come progetto editoriale. Fischer non sembra interessato alla pubblicazione come contenitore elegante di contenuti sofisticati. La pubblicazione è una parte della ricerca. Un booklet può essere piccolo, economico, stampato in poche centinaia di copie, ma proprio per questo può permettersi di essere estremamente specifico. Un’intera pubblicazione può essere dedicata al retro delle fotografie di giornale, a un luna park viennese, a persone in costume o agli annunci di Craigslist.

“Wurstelprater in October” (2015), per esempio, nasce quasi per caso durante un viaggio a Vienna per una fiera del libro d’artista. Fischer scopre il celebre parco divertimenti viennese e comincia a fotografarlo nei giorni precedenti alla chiusura stagionale. Il risultato è un piccolo libro fotografico dedicato a facciate mostruose, attrazioni, insegne, sculture bizzarre e dettagli del parco. Non c’è una grande tesi da dimostrare, ma in quelle pagine si assapora il piacere quasi infantile di aver trovato qualcosa di stranissimo e di volerlo condividere.
Sottolineo questo approccio underground perché altrimenti si corre il rischio di trasformare Public Collectors in un progetto accademico sull’archivio mentre il metodo di Fischer conserva qualcosa di molto più libero, ovvero la curiosità del collezionista che può perdere ore davanti a una cosa apparentemente inutile.
Durante la pandemia questa curiosità si è trasformata in “Quaranzine” (2020), forse il progetto che meglio riassume l’intera filosofia di Public Collectors. Fischer ha iniziato a produrre quasi quotidianamente una pubblicazione di una sola pagina, stampata fronte-retro, coinvolgendo collaboratori diversi. Alla fine sono state realizzate 100 uscite in 100 giorni. “Worms nel compost”, solitudine, radio CB, memoria, razzismo, proteste, esperienze quotidiane: ogni giorno poteva diventare una pubblicazione. Alcune copie venivano poi attaccate a panchine, pali, cassonetti o infilate nelle recinzioni.
La scelta della singola pagina è tutt’altro che casuale. Ridurre il libro al suo minimo possibile significa chiedersi quanta editoria serva davvero per creare un oggetto editoriale. La fanzine ritorna così alla propria condizione originaria: non un prodotto culturale in miniatura, ma un’infrastruttura culturale minima cioè priva dei regole e confini.

Anche il progetto “Courtroom Artist Residency” (2017-2020) parte da un’idea talmente semplice da sembrare quasi una gag: Fischer invita artisti a trascorrere circa tre ore osservando le udienze del tribunale penale della contea di Cook, a Chicago. Dopo il tribunale li porta a pranzo alla Taqueria El Milagro e conversa con loro su ciò che hanno visto. Quelle conversazioni diventano poi pubblicazioni. Il pranzo non è un dettaglio folkloristico: è parte dell’opera.
È difficile trovare una definizione migliore di anti-residenza artistica. Nessuno studio, nessun isolamento creativo, nessuna destinazione esotica, si osserva un luogo e delle dinamiche codificate e poi si mangia insieme. L’esperienza che si trasforma in editoria.

In fondo è questo che rende Public Collectors così contemporaneo pur essendo, materialmente, profondamente analogico. Il progetto non cerca di competere con l’immensità dell’archivio digitale e si muove in direzione contraria: cerca l’errore, il dettaglio, la deviazione, la cosa troppo specifica per diventare un algoritmo interessante.
Ecco, in conclusione, che proprio qui il termine “Public Collectors” acquista il suo significato più sincero perché trasforma il possesso in accesso, la collezione in conversazione e l’archivio in una forma di pubblicazione. Persino la sua estetica nasce da questa trasformazione con grafiche mai del tutto riconoscibili, mai del tutto classificabile.
Forse Public Collectors è, alla fine, un progetto sulla seconda vita delle cose in cui tutto può diventare materiale culturale a condizione che qualcuno abbia la pazienza di guardarlo abbastanza a lungo e in un’epoca nella quale abbiamo accesso a praticamente tutto ma sempre meno tempo per osservare qualcosa, questa potrebbe essere una delle forme più radicali di collezionismo contemporaneo: non accumulare di più, ma accorgersi di più.
Rubrica a cura di Francesco Ciaponi
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