Andrea Pazienza, il segno di una resa invincibile

La prima volta che ho trovato Andrea Pazienza è stata per caso, come si trovano le cose che contano e a cui ti leghi per una strana convinzione del destino. Era sommerso tra altri tesori, in mezzo a quel disordine sacro, nelle vecchie camere da letto di casa di mia nonna, tra gli albi dei miei zii che collezionavano Totem Comics, Corto Maltese, Linus, nei pomeriggi lunghi che passavo lì con i miei cugini a sfogliare cose che non capivamo, di nascosto. C’era Edika, Moebius, Pratt, Manara, Bilal, c’erano cose che non capivo ma che mi guardavano da dentro le pagine con un’autorità che non sapevo ancora nominare.

La seconda volta avevo diciassette anni, ricevetti un regalo che non potevo capire del tutto e che rimase sul comodino ad aspettare, che sfogliavo per capire come si disegnavano cose che li sembravano facilissime. La terza avevo diciannove anni, il mio primo anno a Roma, grazie ad amici fumettisti: un pomeriggio ci trovammo a svuotare la cantina di qualcuno che aveva chiesto un favore al mio amico Alessio Spataro, era piena di vecchi numeri di Frigidaire, cataste invendute, poster, odore di umido e cose consumate dalla muffa. Il committente era Vincenzo Sparagna. Tornai a casa con lo zaino pieno, di cose il cui valore ancora non conoscevo, e iniziò un amore infinito.

Ho sempre avuto paura di scrivere di lui, come quando inizi a fare terapia e hai paura di aprire porte che non sai come gestire. Il legame viscerale che ho con Pazienza, letto e riletto fino a consumare pagine e contorni di vignette, assomiglia a quello che si può avere con qualcuno di famiglia cui sei legato e che ti ha insegnato a vivere e che poi ti ha lasciato troppo presto per vederti crescere. Vorresti che fosse fiero di te. Ogni sua ironia è diventata parte del tuo senso dell’umorismo, dei modi di dire con i miei amici più stretti, ogni sua fragilità è tua. La prima volta che ascoltai la sua voce in un’intervista di Red Ronnie recuperata non so dove, mi sembrava di conoscerla da sempre.

Poi c’è la paura di dire cose che altri diranno meglio, hanno già detto meglio, che lui lo hanno conosciuto davvero, sanno, lo hanno amato di più o sono stati amati. Un misto di invidia, e di senso di colpa, mi sento di rubare qualcosa che non ho vissuto, di cui non ho alcun diritto di parlare.

Oggi però ho provato a mettere da parte quella paura. Non dire nulla, non celebrare i settant’anni dalla sua nascita sarebbe stato un altro modo di nascondermi, l’ennesimo rinvio mascherato da rispetto. E il rispetto vero, quello che sento davvero per lui, è trovare le parole anche quando fanno paura, anche sapendo che non basteranno mai.

Nel 1977 Bologna era il laboratorio più caldo d’Italia e un gruppo di fumettisti decise che il fumetto italiano doveva smettere di compiacere chiunque. Nacque Cannibale, rivista piccola e feroce, con Pazienza, Scozzari, Liberatore, Mattioli, Tamburini. Tre anni dopo Vincenzo Sparagna fondò Frigidaire, e tutto quello che Cannibale aveva intuito trovò una casa più grande. Politica, sesso, letteratura, sottocultura urbana, umorismo nero: tutto senza gerarchia, senza chiedere il permesso a nessuno. Un progetto editoriale che l’Italia non ha più saputo ripetere, e che più passa il tempo più appare come un’anomalia irripetibile, un momento in cui le condizioni culturali, politiche e generazionali si sono allineate in un modo che non si è più verificato (qui trovate FRIGO! un podcast bellissimo di Chora Media scritto da Nicolò Porcelluzzi e Ivan Carozzi che ne racconta tutta la storia).

Pazienza in quel contesto era il caso anomalo anche dentro quell’anomalia. Il suo segno cambiava da tavola a tavola, accademico e virtuoso quando voleva dimostrarlo, sporco e urgente quando la storia lo richiedeva, a volte tutte e due le cose nello stesso pannello. Costruiva un linguaggio per dire esattamente quello che voleva dire, con l’esattezza che ogni cosa richiedeva.

Penthotal, Zanardi, Pompeo, tre personaggi così precisi, così diversi, urgenti, e che col tempo rivelano strati che alla prima lettura non vedevi, come succede con le cose che durano.

Il suo lavoro uscì presto dai confini del fumetto. Illustrò per i giornali, dipinse, invase ogni superficie su cui potesse lasciare un segno, il segno di una resa invincibile.

Una generazione intera, o forse generazioni intere, impararono a vedere attraverso di lui, hanno assorbito il suo modo di tenere insieme ironia e dolore, ferocia e tenerezza, senza che nessuno dei due poli annullasse l’altro. Gli illustratori, i grafici, i fumettisti che sono venuti dopo portano ancora addosso quella lezione, spesso senza saperlo. È il modo in cui agisce l’influenza vera, credo.

Pazienza era nato il 23 maggio del 1956 ed è morto il 16 giugno 1988. Aveva trentadue anni. Quello che ha lasciato è così denso e necessario da resistere al tempo.

E più passa il tempo, più è chiaro quanto fosse avanti, quanto stesse descrivendo qualcosa che stavamo per diventare, prima ancora che lo diventassimo.

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