Una lezione di black culture all’Università di Beyoncé

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18 Aprile 2019

Homecoming, il nuovo documentario di Bey, vuole insegnarci a preservare e tramandare la cultura afroamericana.

When I decided to do Coachella, instead of me pulling out my flower crown, it was more important that I brought our culture to Coachella“.

È questa l’urgenza che viene fuori fortissima nelle due ore e più di Homecoming, il docu-fim di e con Beyoncé appena sbarcato su Netflix che ci fa vivere dietro e davanti al palco l’esperienza enorme del “Beychella”, ossia la performance di Queen B all’edizione del Coachella del 2018.

L’intero show e il relativo documentario sono stati pensati da Beyoncé come una maestosa celebrazione della black culture, la più grande e insolita che sia mai stata fatta a un festival. Dagli outfit, alla scelta della band, dal corpo di ballo al font scelto per il merch, dalle citazioni che scandiscono i diversi momenti del film ai riferimenti ai college afroamericani, tutto in Homecoming trasuda orgoglio nero, senso di appartenenza alla comunità afroamericana, la rilevanza culturale delle HBCU (Historically Black Colleges and Universities) e, non ultima, l’importanza di essere una donna nera.

Proveremo di seguito a canalizzare attraverso le citazioni che sembrano scandire il documentario in diversi capitoli, il significato di questa enorme operazione firmata Beyoncé che ha, a questo punto, consacrato l’artista oltre che come inimitabile performer, ballerina, cantante e attrice, anche come regista assolutamente capace e direttrice creativa in grado di seguire, coordinare e supervisionare con ambizione, determinazione e tenacia le centinaia di persone coinvolte nel progetto.

“If you surrender to the air, you can ride it”
– Toni Morrison, Howard University, 1953

Con questa citazione di Toni Morrison, scrittrice afroamericana premio Pulitzer nel 1988, Beyoncé apre il suo docu-film, suggerendo già da qui l’omaggio alla cultura nera che ritornerà in tantissimi altri punti dello show e delle scene di backstage che impreziosiscono Homecoming.

Rullo di tamburi. Fischio d’inizio. Lo show di Beyoncé al Coachella fin dalle prime battute ha un’energia indescrivibile, scandita dal ritmo tribale delle percussioni, dalla cavalcata fiera di B sulla passerella e dal suo primo outfit stile Nefertiti firmato Balmain (elemento, questo egizio, ripreso anche nell’artwork dell’album uscito proprio in concomitanza col documentario).
Come una regina, accompagnata da un esercito di donne in tute intere che raffigurano sfingi e da una folta orchestra, Beyoncé è pronta a dominare quel palco a forma di piramide che si è fatta costruire per incantare tutti i suoi fan al Coachella.

Nel primo segmento di backstage inserito in questo documentario che alterna frame in 16mm e non, Bey ci parla di quest’esperienza come di un momento di crescita e di miglioramento, per se stessa e per tutto il team di Homecoming. Un’esperienza fatta di persone diverse che, pur mantenendo la loro diversità, nello show dovranno sembrare un qualcosa di omogeneo e unitario. Duecento persone, una sola famiglia.
Il tono di Bey, quando inizia a raccontare questo suo progetto, è un tono orgoglioso, motivato e motivazionale.
Ciò che preme all’artista è dimostrare alle persone che non ci sono limiti, che chiunque può superare un pregiudizio, sentirsi parte di qualcosa di colossale, pop, lavorare duro per mostrare a se stessi di potercela fare, sempre.

Questo vale in particolar modo per la comunità afroamericana, per le donne afroamericane che Bey a volte chiama “regine”, altre volte “dive” e che sprona a liberarsi dalle “stronzate”, dalle oppressioni e dalle offese in diverse parti dello show.

All’inizio di questo Homecoming c’è un’altra voce femminile importante che ascoltiamo mentre scorrono le immagini di backstage: è quella di Nina Simone che parla dell’importanza della black culture e della sua ambizione di insegnarla agli altri.
To me, we are the most beautiful creatures in the whole world, Black people” e Beyoncé dà nuovo vigore a quest’affermazione citando nel suo documentario quelle che sono state le personalità di rilievo della cultura afroamericana e insistendo sull’importanza di preservarla nel tempo.

“Education must not simply teach work – it must teach life.”
– W.E.B Du Bois, Fisk University 1888.

Questa citazione dell’attivista politico afroamericano W.E.B. Du Bois ci introduce nel vivo dei quattro mesi di preparazione allo show con una carrellata di immagini di repertorio di cheerleaders e bande musicali appartenenti a diverse HBCU d’America.

Fin dall’inizio del film, Beyoncé dichiara di non aver mai frequentato un HBCU ma di aver sempre sognato di farlo ed è come se il Beychella e l’Homecoming fossero stati in qualche modo la sua “rivincita”.
Con questo show Bey ha messo su un laboratorio culturale, una sua propria Università afroamericana in cui non si “insegna soltanto il lavoro, ma la vita”.

“Our mothers and grandmothers… moving to music not yet written”
– Alice Walker, Spelman College 1965

La poetessa e scrittrice Alice Walker (Premio Pulitzer per Il colore viola) dà a Bey il la per introdurre il discorso sulla maternità e su quanto la sua abbia inciso, nel bene e nel male, sulla preparazione allo show.
Ricordiamo che l’Homecoming al Coachella è stato rimandato di un anno proprio per via della maternità inaspettata di B, incinta al tempo dei due gemelli Sir e Rumi.

Il documentario a questo punto segue la dura preparazione di Beyoncé al Coachella, dalla prima prova post-parto agli spasmi dovuti all’eccessivo sforzo fisico, a come si è divisa tra prove e allattamento, donna di successo e madre. Nei video di backstage la figura di JAY-Z emerge come quella di un padre che se ne sta lì dietro le quinte con la figlia Blue Ivy a supporto della propria compagna, facilitandole per quanto possibile il compito di conciliare il ruolo di madre con quello di donna creativa.

La Beyoncé che si prepara al Coachella dopo aver messo al mondo due bambini e dopo una gravidanza piena di complicazioni, non è la stessa Beyoncé che prima poteva permettersi un’intera giornata di sole prove. Non è più lo stesso nemmeno il suo corpo: “There were days that I thought I’d never be the same. My strength and endurance would never be the same“, dice a un certo punto e la lezione più importante che ha imparato da quei 4 mesi di prove è che non sottoporrà mai più il suo corpo a uno sforzo simile.

“You can’t be what you can’t see”
– Marian Wright Edelman, Spelman College 1959

Questa parole che appartengono all’attivista americana per i diritti dei bambini vengono subito seguite dalla voce di un’altra donna che è la nigeriana Edidiong Emah la quale dice che mai avrebbe pensato di poter prendere parte a quello show “perché troppo bassa e grossa”.
Questa è la parte di Homecoming che più di tutte parla alle donne e lo fa con una spinta motivazionale molto forte e radicata nella convinzione di Bey che ogni donna ha in sé un potenziale infinito.

Homecoming è la dimostrazione che le donne nere possono arrivare ovunque.
Basti pensare al fatto che la stessa Beyoncé è la prima donna nera che ha fatto da headliner al Coachella nella storia e questa è per lei l’occasione di rappresentare il black power.

It was important to me that everyone had who never seen themselves represented felt like they were on that stage with us. As a black woman, I used to feel like the world wanted me to stay in my little box. And black woman often feel underestimated. I wanted us to be proud of not only the show, but the process. Proud of the struggle. Thankful for the beauty that comes with a painful history and rejoice in the pain. Rejoice in the imperfections and the wrongs that are so damn right. I wanted everyone to feel thankful for their curves, their sass, their honesty – thankful for their freedom. It was no rules and we were able to create a free, safe space where none of us were marginalized.

Mentre lei si esibisce sul palco del Coachella, una voce fuori campo durante lo show dice in fila una serie di frasi tipo: “la persona cui si manca più di rispetto in America è la donna nera”, “la persona meno protetta in America è la donna nera”.

Ecco, nell’Homecoming di Beyoncé la donna nera ringrazia Dio per essere nera, per avere le curve, per la sua onestà e i suoi difetti. Non c’è spazio per l’emarginazione o il body shaming: Homecoming è “uno spazio libero e sicuro in cui nessuno è stato emarginato”.

“Keep going, no matter what”
– Reginald Lewis, Virginia State University 1965

In questo particolare segmento del documentario emerge il talento di Beyoncé come regista e direttrice creativa, maniaca del controllo, autoritaria, perfezionista. E un JAY-Z muto.

I personally selected each dancer, every light, the material on the steps, the height of the pyramid, the shape of the pyramid. Every patch was hand-sewn. Every tiny detail had an intention“, Beyoncé è l’unica a capo di tutto, l’unica che ha controllato ogni minimo dettaglio e che ha scelto miratamente ogni cosa con l’obiettivo di trasmettere la bellezza non tanto a quelli che avrebbero guardato dal vivo sotto al palco, ma a noi che avremmo visto tutto attraverso le telecamere.

E c’è un meraviglioso momento in cui, durante un brainstorming, Beyoncé parla a tutto il suo team spiegando forse per la trecentesima volta il mood, lo script e tutte le cose che restano da fare a ormai poche settimane dal festival. E a un certo punto un uomo dice “ok, buon anniversario” e capiamo che quello è il giorno dell’anniversario di matrimonio di Bey con JAY-Z che, seduto accanto a lei, non può fare altro che ascoltarla e assisterla in silenzio ed esclamare, soltanto alla fine del discorso di B., un esemplare “Ok, guys”.

Questa è anche la parte in cui, tornando allo show, finalmente sale sul palco con Beyoncé anche JAY-Z e insieme cantano “Déjà Vu”, sorridendosi e non perdendosi di vista nemmeno per un attimo.

“Without community, there is no liberation”
– Audre Lorde

Come la sorella Solange in When I Get Home, così Beyoncé in quest’ultima fatica rende omaggio a Houston, alle sue radici e alla sua gente.
Più in particolare, in questo segmento del documentario emerge il concetto di famiglia, intesa non soltanto come legame di sangue.

I suoi collaboratori parlano di Homecoming come di un’esperienza unica in cui si è creato un ambiente estremamente familiare e comunitario che ha messo insieme normali studenti delle HBCU coi ballerini e i musicisti dell’entourage di Beyoncé.

Sul palco Bey a questo punto fa salire quelle che definisce “la sua personale HBCU”, ovvero Kelly e Michelle delle Destiny’s Child con tutta la nostalgia che si portano dietro brani come “Say My Name” o “Lose My Breath”.

In un capitolo dedicato alla famiglia, non poteva mancare il duetto con la sorella Solange su “Get Me Bodied”, scivolone sul palco compreso.

Si avvicina il finale di questa lunga performance che ha preso il nome di Beychella e B. regala alla sua Beyhive (così si fanno chiamare i suoi fan) hit come “All The Single Ladies” e “Love on Top”.
Una delle ultime scene del documentario ha per protagonista un’adorabile Blue Ivy che nel backstage canta per sua mamma davanti alle telecamere e alla fine dell’esibizione dice “voglio farlo ancora, perché mi fa stare bene”.

E mentre ce la ridiamo su questa scena che ci fa capire un po’ di cose sulla genetica, arriva in voiceover proprio un monito per le generazioni future che appartiene alla scrittrice statunitense Maya Angelou:

Tell the truth, to yourself first, and to the children. Live in the present. Don’t deny the past… And know the charge on you is to make this country more than it is today“.

Di questa enorme lezione di cultura afroamericana diretta da Beyoncé con i contributi di tutta una serie di intellettuali di spessore di quel segmento culturale, ciò che ammiriamo è la straordinaria abilità di dosare entertainment e insegnamento.
Durante la visione del documentario non siamo mai annoiati e, dall’altro lato, neppure mai avvertiamo il senso di un divertimento fine a se stesso: ci rapisce ogni dettaglio, ogni riferimento a questa o a quell’altra cosa, ci fa riflettere ognuna di quelle citazioni, così come la ferma volontà di Beyoncé di voler superare ogni suo limite per creare qualcosa che le sopravvivesse.

I 22 anni di carriera che lei dice di aver messo in queste due ore di show, assieme ai suoi errori e alle sue vittorie, riusciamo a vederli tutti, così come vediamo cose che non ci aspettavamo di vedere e che, forse, nessuno mai e neppure lei stessa potrà ripetere.

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