5 cose essenziali per capire When I Get Home di Solange

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6 Marzo 2019

Tutto quello che c'è da sapere sul nuovo album di Solange Knowles.

Lo scorso venerdì, a tre anni di distanza dal meraviglioso A Seat At The Table, Solange Knowles ha pubblicato il nuovo, attesissimo album When I Get Home.
Un disco che arriva a sorpresa e con una schiera di ospiti di un certo livello: in tracklist si leggono i nomi di Tyler, The Creator, Earl Sweatshirt, Panda Bear, Sampha (per citarne alcuni).
Insomma un disco che promette bene e che, in qualche modo questa promessa la deve mantenere.

In questi tre anni le aspettative su ciò che sarebbe venuto dopo A Seat At The Table sono diventate altissime e nel frattempo Solange ha fatto in modo di tenere sempre accesi i riflettori sulle sue doti artistiche, dirigendo video come quello di SZA per il brano The Weekend, annunciando la mostra Metatronia a Los Angeles e, ancora, collaborando con IKEA per la nuova collezione chiamata Objects, Space, Architecture e con Calvin Klein per la campagna #MyCalvins in cui ha posato con Kelela e Dev Hynes.

Del nuovo album ha dato qualche indizio qua e là, a partire dall’intervista per Billboard, uscita esattamente un anno prima della release ufficiale di When I Get Home. E, una volta che le sessioni di registrazione sono finite, ha fatto un paio di mosse misteriose sui social per farci capire che l’album era ormai dietro l’angolo, tipo quella di attivare un account sulla piattaforma social Black Planet contenente un form per iscriversi alla newsletter, un link alle date del tour e una serie di immagini e GIF in perfetto stile Solange.
Su Instagram, invece, ha pubblicato un numero di telefono (quello che un tempo apparteneva al rapper di Houston Mike Jones), invitando i follower a chiamare lì per ascoltare qualche snippet dal nuovo album.

E, ancora, una serie di teaser sono apparsi sui suoi profili social fino ad arrivare al rilascio ufficiale dell’album nella notte tra il 28 febbraio e l’1 marzo, esattamente all’intersezione tra la fine del Black History Month e l’inizio del Woman History Month.

Questo ed altri che elencheremo qui sotto sono i simboli che ci aiuteranno a capire meglio il concept album messo fuori da Solange connesso a un l’immaginario che elogia le origini, la blackness e l’orgoglio femminile in 19 tracce che esplorano la tradizione, la ripetizione, la memoria ma anche ciò che sarà il futuro della cultura pop post-Solange.

Le influenze

In un’intervista per il New York Times T Magazine, pubblicata lo scorso ottobre, Solange ha fornito i primi dettagli su When I Get Home facendo un po’ di chiarezza su cosa avremmo dovuto aspettarci.
There is a lot of jazz at the core” – disse – “But with electronic and hip-hop drum and bass because I want it to bang and make your trunk rattle“.
E aggiunse anche che sarebbe stato più fluido, caldo e sensuale del precedente A Seat At The Table.

Il seme del jazz è ben presente nelle 19 tracce che compongono When I Get Home: si sente l’influenza di Journey through the Secret Life of Plants di Stevie Wonder (da lei più volte citato), l’avant-jazz di Alice Coltrane, la ritualità della Sun Ra Arkestra.
Ma è pur vero che, accanto alla lezione dei classici, Solange fa sua anche la più moderna virtù di Tierra Whack (di cui assimila la leggerezza e la formula dei brani brevi) o di Noname, se vogliamo.

La stessa costellazione di collaboratori presi prevalentemente dal mondo hip-hop, contribuisce a svecchiare il classicismo del jazz (in My Skin My Logo in feat. con Gucci Mane, anche Solange tenta di rappare).
Allo stesso scopo servono le produzioni di Tyler, the Creator e Earl Sweatshirt del collettivo Odd Future: il loro intervento crea un gioco di alternanza di tessuti tra il setoso R&B di Solange e la texture più ruvida del rap. Il soul etereo che si sporca con dei beat più urban.
Così, l’intenzione “I want it to bang and make your trunk rattle” prende senso.
Come dice Craig Jenkins di Vulture: “When I Get Home is hip-hop that doesn’t tell you what to think. It’s soul music that doesn’t tell you what to feel. It’s the answer to the old Funkadelic question: “Who says a jazz band can’t play dance music?” 

Le radici

When I Get Home è un’ode al Texas. Dalla tracklist, ai testi, ai samples utilizzati (ce n’è uno nell’interlude S McGregor tratto dal film del 1987 Superstars & Their Moms dove recitano dei famosi nativi di Houston), tutto parla della sua Third Ward (Houston) e delle sue radici. È proprio durante il soggiorno nella città in cui è cresciuta che ha iniziato a scrivere l’album, come ha spiegato domenica scorsa durante la presentazione del film di 33 minuti che accompagna l’album.

There were a lot of things that were happening with my body and my spirit,” – ha detto – “When you go through something like that, you yearn for things that remain same. And I know, any time in my life, I can come back home to Houston, Texas—to Third Ward. So I quietly rented a home in Third Ward off Wichita and started to write new music, but more than anything reflect on my journey. There’s nothing like coming home, getting off the plane, getting in the car, listening to 97.9 The Box. Nothing like it.”

Questo spiega anche perché il film e la maggior parte dei visual a corredo dell’album siano ambientati in Texas.

Le ripetizioni

Ascoltando e leggendo i testi di questo nuovo album, ci si accorge della presenza costante di frasi ripetute.
Si pensi alla traccia d’apertura che dall’inizio alla fine ripete “I saw things I imagined / Things I imagined” ma anche a Dreams in cui ascoltiamo spesso la frase “Dreams, they come a long way, not today” oppure al manifesto blackness che è Almeda, traccia in collabo con Playboi Carti e The-Dream dove Solange insiste sugli aggettivi brown / black per rimarcare l’orgoglio dell’identità nera.

Reiterare certi concetti, certe frasi, serve a fissarli nella mente, a ripeterseli come un mantra al fine di interiorizzarli per non lasciarli andare mai più via.

I think repetition is a very strong way to reinforce those mantras that we’re given and we say,” spiega Solange. “But, once we really repeat them and say them out loud and call them in our lives… I said, ‘I saw things I imagined.’ And the first four times I didn’t believe it. But by the eighth time, I felt it. It came into my body. The things I had to do to reinforce these things. It’s one thing to think through your spirit. It’s another to live it through your body

A Seat At The Table vs When I Get Home

Ho letto da qualche parte che When I Get Home continua il discorso laddove A Seat At The Table l’ha lasciato tre anni fa, rappresentando, così, la sua naturale appendice (o il capitolo numero due).
Io credo che non ci sia nulla di più sbagliato che quest’affermazione.

Anzitutto perché (e qui entriamo in una sfera soggettiva) il nuovo album di Solange purtroppo fa fatica a raggiungere i livelli di A Seat At The Table (e per l’imperdonabile mancanza di brani come Cranes In The Sky, e per l’assenza di guizzi che facciano gridare al miracolo, nonostante la lunghissima lista di collaboratori e producer).
Vero che anche qui ritroviamo la formula degli interludi, il filo tra biografia e storia, la rivendicazione del corpo femminile.

Ma la principale differenza tra i due album ce la dice la stessa Solange: “With A Seat At The Table, I had so much to say. With this album, I had so much to feel. Words would have been reductive to what I needed to feel, so we focused on the sonics. My heart and soul is production.”.

Tornare a casa per Solange significa fare i conti con una miriade di sensazioni, profumi, ricordi, tradizioni per le quali probabilmente non esistono parole appropriate.
Quello che ci viene reso del suo viaggio a Houston è più direttamente la celebrazione della cultura afroamericana e, ad un secondo livello, il sentimento di “quanto abbiamo abbandonato nel corso della nostra evoluzione” e che cerchiamo di far tornare nella nostra memoria attraverso la ripetizione.

Diventare Solange

“Becoming Solange”. È così che intitola la sua copertina numero 355 i-D al cui interno c’è una bellissima intervista a cura di Stevona Elem-Rogers.
Il titolo è emblematico e ci viene reso più chiaro dall’album When I Get Home.
Se in A Seat At The Table, Solange ha raccontato un processo di guarigione, cercato risposte a un periodo di merda, facendo i conti anche con una disautonomia neurovegetativa, in When I Get Home (ma chiaramente in tutto il processo creativo dell’album) ha fatto un viaggio introspettivo e fisico, rimpossessandosi del suo corpo, della sua libertà e di tutte le manifestazioni della sua essenza.

In Can I Hold The Mic canta: “I can’t be a singular expression of myself, there’s too many parts, too many spaces, too many manifestations, too many lines, too many curves, too many troubles, too many journeys, too many mountains, too many rivers, so many.”

La sua è un’identità in continua evoluzione: è un “becoming Solange” che rifiuta l’immobilismo di “being Solange”.

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