Br1, autore di poster di strada tanto socialmente impegnati quanto colorati, ha risposto alle mie domande spiegando le sue motivazioni e i suoi obiettivi. Buona lettura!
Hai studiato Giurisprudenza focalizzandoti soprattutto sulla cultura e le leggi islamiche, da cosa deriva questo interesse? C’è un evento in particolare che ti ha portato a questa scelta?
Diversi anni fa un sito francese anti islamico pubblicò una recensione sul mio lavoro. Larticolo, che si intitolava “Turin come Tehran”, era descrittivo e non aggiungeva nulla alle informazioni che già si potevano reperire sul web. Tuttavia erano apparsi centinaia di commenti e si accese un dibattito sul tema del velo nello spazio pubblico, che loro condannavano fermamente. Tutti quei commenti, aspri e violenti, mi fecero riflettere sulla responsabilità sociale che con la mia arte inconsapevolmente avevo assunto. Quindi iniziai a studiare il Corano e le altre fonti del diritto islamico per conoscere gli orientamenti sul velo e poter continuare a dipingere con una presa di coscienza più forte.
Quando hai deciso di provare ad esprimerti con i mezzi della Street Art? Com’è avvenuto questo avvicinamento?
Tutto è avvenuto nel più classico dei modi: i primi anni del liceo mi avvicinai allhip hop e al graffitismo. Vivevo a Biella. Quando con luniversità mi trasferii a Torino nel 2003 notai subito poster e stencil e capii che quella dei disegni su carta applicati al muro con la colla era la mia strada.
I protagonisti dei tuoi poster sono spesso immigrati africani o mediorientali alle prese con la cultura e i pregiudizi occidentali? Cosa pensi che suscitino nei passanti i tuoi interventi urbani? Qual è il messaggio che vuoi trasmettere?
Ognuno è libero di poter giudicare i miei poster come vuole, limportante è generare una riflessione nellosservatore. Personalmente seguo e mi appassiona larte che abbia un contenuto sociale. Credo fermamente nella missione sociale dellartista, sebbene fatichi a trovarla in gran parte dell’odierna street art, quasi come se fossimo di fronte ad una deriva decorativista. Ogni intervento che realizzo incorpora delle chiavi di lettura per indirizzare l’osservatore verso un determinato argomento. E’ capitato che alcuni dei miei lavori urtassero il limite di tolleranza, tanto da essere censurati, come accadde per lopera Proiettili che venne palesemente coperta dal Comune di Torino e persino i quotidiani locali presero posizione sull’accaduto. O come accadde a Madrid con lopera Allattare con coca cola, dove la lattina di coca-cola, utilizzata dalla madre per allattare un bambino, venne giudicata offensiva e fu strappata. O ancora, anni fa, attaccai un poster che ritraeva una famiglia marocchina a Porta Palazzo, quartiere multietnico della città di Torino. Qualche passante infastidito dal poster strappò le teste dei miei soggetti. Tanto fu il dispiacere del quartiere che una scuola mi contattò per dirmi che gli alunni avevano ridisegnato i volti della famiglia di proprio pugno.


Il tuo supporto prediletto sono i cartelloni pubblicitari. Espropri il loro territorio e dominio, lo invadi e lo sovverti. Qual è il tuo rapporto con la pubblicità? La consideri solo un mezzo di comunicazione di massa capace di plagiare le menti e indirizzare la pubblica opinione a proprio piacimento o ne vedi un possibile riscatto in senso sociale, cambiandone i temi e i messaggi, come fai per esempio attraverso i tuoi poster?
Oggi il confine tra arte e pubblicità sta diventando sempre più labile. La pubblicità commerciale tavolta è un problema sociale (a Roma ad esempio i cartelloni pubblicitari sono soffocanti). Per me la pubblicità è sia la longa manus delle aziende che mirano ad appiattire la coscienza dei consumatori esponendoli alla necessità di acquistare, sia un mondo dove lattivismo artistico rappresenta una forma di contrasto: spesso un semplice intervento che modifica uno slogan pubblicitario può creare un danno allazienda di notevole entità. Oppure un disegno modificato e incorporato in una pubblicità può essere più significativo di mille articoli di giornale.
Permettetemi di aggiungere, tuttavia, che il contrasto alla pubblicità è una cosa seria. Grandi aziende spesso cercano di comprarmi offrendomi allettanti proposte di lavoro. Penso che larte che contrasta la pubblicità perda di efficacia se lartista è allo stesso tempo un pubblicitario. E un continuo appropriarsi di idee e applicarle, la pubblicità insegue le evoluzione dell’arte e le fa proprie, e gli artisti utilizzano la pubblicità per modificarla ed esprimere la propria disapprovazione. Le azioni sui pannelli pubblicitari, inoltre, sono effimere, e l’intervento artistico finisce per essere oscurato dalla pubblicità stessa. Per questo spesso non capisco gli artisti che realizzano opere d’arte contro la pubblicità, ritrovandosi poco dopo a lavorare per agenzie pubblicitarie. E’ un controsenso. E’ come se fossero stati assoldati dalla pubblicità che criticano.
Oltre ai tuoi più noti poster di strada, hai sperimentato anche altre forme di espressione creativa (installazioni, fotografia, video e performance). Hai qualche nuovo progetto di questo genere in cantiere o per il momento ti stai dedicando totalmente alla “cartellonistica”?
La cartellonistica mi piace perché esiste un movimento internazionale di contrasto alla cartellonistica e negli ultimi anni penso di essere andato in quella direzione. E’ bello vedere che in ogni angolo del mondo qualcuno interviene sui pannelli pubblicitari, che sono quasi sempre spazi privati delle aziende. Questo movimento prende il nome di “adbusting”. Le azioni sono sempre libere, autogestite e non autorizzate. E ancora di più mi piace incontrare gli esponenti di questo movimento, coi quali si condividono collaborazioni. In altre parole, è bello credere in qualcosa e sapere di non essere soli.
Tuttavia voglio crescere artisticamente in ogni direzione. E sono convinto che ogni elemento presente in strada possa essere utile per realizzare un intervento artistico. Basta avere lidea, la scintilla, qualcosa che crei modifiche e disturbo allo status quo. Quindi video e fotografia diventano essenziali per documentare le mie azioni che sono prevalentemente effimere, scompaiono, muoiono
Certi concetti possono essere raccontati in modo più maturo con performance e installazioni piuttosto che con i poster, che restano un mezzo bidimensionale, illustrativo.

Il “decollage” come smembramento e rivelazione. Parlami di questa tecnica. Come si fa? Qual è il suo significato per te?
Premetto che lopera Annales realizzata a Roma ha aggiunto un tassello importante alla mia ricerca sui manifesti pubblicitari e sul decollage, in quanto può essere vista come un vero reperto storico. Si tratta, infatti, di lembi di manifesti così vecchi, così anneriti dallo smog, che raccontano anni e anni di costume sociale attraverso la pubblicità. Spesso la pubblicità è una sovrapposizione di strati. Io sono attratto dallo scoprire gli strati inferiori. Strappare e scavare per scoprire la storia di quei manifesti. A tal proposito è interessante lazione che realizzai a Berlino insieme ad ELFO: tracciammo un cerchio su uno strato di manifesti spesso dieci centimetri e iniziammo a scavare nei manifesti fino ad arrivare alla base di metallo. Lopera si chiama appunto Base zero, il vuoto di informazione pubblicitaria dentro la pubblicità stessa.
Ti definiresti un po’ l’Oliverio Toscani della Street Art?
Oliviero Toscani senza dubbio è un grande fotografo e creativo. Tuttavia uno dei ruoli professionali che riveste è quello di presentare alla platea di consumatori i prodotti di un’azienda, attraverso la pubblicità. Tanti altri creativi si trovano ad ideare pubblicità e slogan con i finanziamenti e il prestigio delle aziende che li hanno assoldati. Prova a dare agli artisti i finanziamenti che danno alla pubblicità e vedrai il risultato sbalorditivo…Insomma, con i budget elevati e il supporto tecnico e logistico che una multinazionale può darti si possono realizzare tante cose belle. Anche fare pubblicità provocatorie e artistiche per conto di multinazionali note per sfruttamenti, espropriazioni, soprusi. La differenza tra me e un pubblicitario risiede nel fatto che il pubblicitario deve lavorare dentro i limiti che il suo committente aziendale stabilisce, anche a costo di creare messaggi finti, l’importante è vendere. Come si possono concepire pubblicità che sfruttano temi delicati come la fame nel mondo, la disperazione dei bambini, o le malattie, se tanto il fine è quello esclusivo di vendere un prodotto e continuare a sfruttare popolazioni e terre per la propria sete di profitto, oltre che per creare modelli di vita deprecabili?
Progetti futuri?
Sto portando avanti il progetto Costumi da mare: una serie di installazioni realizzate in diversi punti del mar Mediterraneo, sponda sud e sponda nord. Il progetto, ispirato dai flussi migratori nellarea mediterranea, sarà incentrato sui costumi e sulle tradizioni tipiche dei popoli che si stanno mescolando con quelle di altri contesti sociali, dando lentamente vita a commistioni e nuove comunità. Ciò è ancora in netto contrasto con limmaginario collettivo, dove prevale la visione di uno spazio mediterraneo nettamente diviso tra Occidente e Islam. Forse dovremmo essere più attenti a chi vive dall’altra parte del Nostro Mare, anziché inseguire alleanze e mercati altrove.

