BR1 – Intervista

BR1 – Intervista

Aurora Alma Bartiromo · 10 anni fa · Art

Br1, autore di poster di strada tanto socialmente impegnati quanto colorati, ha risposto alle mie domande spiegando le sue motivazioni e i suoi obiettivi. Buona lettura!

Hai studiato Giurisprudenza focalizzandoti soprattutto sulla cultura e le leggi islamiche, da cosa deriva questo interesse? C’è un evento in particolare che ti ha portato a questa scelta?

Diversi anni fa un sito francese anti islamico pubblicò una recensione sul mio lavoro. L’articolo, che si intitolava “Turin come Tehran”, era descrittivo e non aggiungeva nulla alle informazioni che già si potevano reperire sul web. Tuttavia erano apparsi centinaia di commenti e si accese un dibattito sul tema del velo nello spazio pubblico, che loro condannavano fermamente. Tutti quei commenti, aspri e violenti, mi fecero riflettere sulla responsabilità sociale che con la mia arte inconsapevolmente avevo assunto. Quindi iniziai a studiare il Corano e le altre fonti del diritto islamico per conoscere gli orientamenti sul velo e poter continuare a dipingere con una presa di coscienza più forte. 

Quando hai deciso di provare ad esprimerti con i mezzi della Street Art? Com’è avvenuto questo avvicinamento?

Tutto è avvenuto nel più classico dei modi: i primi anni del liceo mi avvicinai all’hip hop e al graffitismo. Vivevo a Biella. Quando con l’università mi trasferii a Torino nel 2003 notai subito poster e stencil e capii che quella dei disegni su carta applicati al muro con la colla era la mia strada. 

I protagonisti dei tuoi poster sono spesso immigrati africani o mediorientali alle prese con la cultura e i pregiudizi occidentali? Cosa pensi che suscitino nei passanti i tuoi interventi urbani? Qual è il messaggio che vuoi trasmettere?

Ognuno è libero di poter giudicare i miei poster come vuole, l’importante è generare una riflessione nell’osservatore. Personalmente seguo e mi appassiona l’arte che abbia un contenuto sociale. Credo fermamente nella missione sociale dell’artista, sebbene fatichi a trovarla in gran parte dell’odierna street art, quasi come se fossimo di fronte ad una deriva decorativista. Ogni intervento che realizzo incorpora delle chiavi di lettura per indirizzare l’osservatore verso un determinato argomento. E’ capitato che alcuni dei miei lavori urtassero il limite di tolleranza, tanto da essere censurati, come accadde per l’opera “Proiettili” che venne palesemente coperta dal Comune di Torino e persino i quotidiani locali presero posizione sull’accaduto. O come accadde a Madrid con l’opera “Allattare con coca cola”, dove la lattina di coca-cola, utilizzata dalla madre per allattare un bambino, venne giudicata offensiva e fu strappata. O ancora, anni fa, attaccai un poster che ritraeva una famiglia marocchina a Porta Palazzo, quartiere multietnico della città di Torino. Qualche passante infastidito dal poster strappò le teste dei miei soggetti. Tanto fu il dispiacere del quartiere che una scuola mi contattò per dirmi che gli alunni avevano ridisegnato i volti della famiglia di proprio pugno. 

BR1 - Intervista - Arte urbana negli spazi pubblicitari
BR1 - Intervista - Arte urbana negli spazi pubblicitari

Il tuo supporto prediletto sono i cartelloni pubblicitari. Espropri il loro territorio e dominio, lo invadi e lo sovverti. Qual è il tuo rapporto con la pubblicità? La consideri solo un mezzo di comunicazione di massa capace di plagiare le menti e indirizzare la pubblica opinione a proprio piacimento o ne vedi un possibile riscatto in senso sociale, cambiandone i temi e i messaggi, come fai per esempio attraverso i tuoi poster?

Oggi il confine tra arte e pubblicità sta diventando sempre più labile. La pubblicità commerciale tavolta è un problema sociale (a Roma ad esempio i cartelloni pubblicitari sono soffocanti). Per me la pubblicità è sia la longa manus delle aziende che mirano ad appiattire la coscienza dei consumatori esponendoli alla necessità di acquistare, sia un mondo dove l’attivismo artistico rappresenta una forma di contrasto: spesso un semplice intervento che modifica uno slogan pubblicitario può creare un danno all’azienda di notevole entità. Oppure un disegno modificato e  incorporato in una pubblicità può essere più significativo di mille articoli di giornale.

Permettetemi di aggiungere, tuttavia, che il contrasto alla pubblicità è una cosa seria. Grandi aziende spesso cercano di comprarmi offrendomi allettanti proposte di lavoro. Penso che l’arte che contrasta la pubblicità perda di efficacia se l’artista è allo stesso tempo un pubblicitario. E’ un continuo appropriarsi di idee e applicarle, la pubblicità insegue le evoluzione dell’arte e le fa proprie, e gli artisti utilizzano la pubblicità per modificarla ed esprimere la propria disapprovazione. Le azioni sui pannelli pubblicitari, inoltre, sono effimere, e l’intervento artistico finisce per essere oscurato dalla pubblicità stessa. Per questo spesso non capisco gli artisti che realizzano opere d’arte contro la pubblicità, ritrovandosi poco dopo a lavorare per agenzie pubblicitarie. E’ un controsenso. E’ come se fossero stati assoldati dalla pubblicità che criticano.

Oltre ai tuoi più noti poster di strada, hai sperimentato anche altre forme di espressione creativa (installazioni, fotografia, video e performance). Hai qualche nuovo progetto di questo genere in cantiere o per il momento ti stai dedicando totalmente alla “cartellonistica”?

La cartellonistica mi piace perché esiste un movimento internazionale di contrasto alla cartellonistica e negli ultimi anni penso di essere andato in quella direzione. E’ bello vedere che in ogni angolo del mondo qualcuno interviene sui pannelli pubblicitari, che sono quasi sempre spazi privati delle aziende. Questo movimento prende il nome di “adbusting”. Le azioni sono sempre libere, autogestite e non autorizzate. E ancora di più mi piace incontrare gli esponenti di questo movimento, coi quali si condividono collaborazioni. In altre parole, è bello credere in qualcosa e sapere di non essere soli. 

Tuttavia voglio crescere artisticamente in ogni direzione. E sono convinto che ogni elemento presente in strada possa essere utile per realizzare un intervento artistico. Basta avere l’idea, la scintilla, qualcosa che crei modifiche e disturbo allo status quo. Quindi video e fotografia diventano essenziali per documentare le mie azioni che sono prevalentemente effimere, scompaiono, muoiono…

Certi concetti possono essere raccontati in modo più maturo con performance e installazioni piuttosto che con i poster, che restano un mezzo bidimensionale, illustrativo. 

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Il “decollage” come smembramento e rivelazione. Parlami di questa tecnica. Come si fa? Qual è il suo significato per te?

Premetto che l’opera “Annales” realizzata a Roma ha aggiunto un tassello importante alla mia ricerca sui manifesti pubblicitari e sul decollage, in quanto può essere vista come un vero reperto storico. Si tratta, infatti, di lembi di manifesti così vecchi, così anneriti dallo smog, che raccontano anni e anni di costume sociale attraverso la pubblicità. Spesso la pubblicità è una sovrapposizione di strati. Io sono attratto dallo scoprire gli strati inferiori. Strappare e scavare per scoprire la storia di quei manifesti. A tal proposito è interessante l’azione che realizzai a Berlino insieme ad ELFO: tracciammo un cerchio su uno strato di manifesti spesso dieci centimetri e iniziammo a scavare nei manifesti fino ad arrivare alla base di metallo. L’opera si chiama appunto “Base zero”, il vuoto di informazione pubblicitaria dentro la pubblicità stessa.

Ti definiresti un po’ l’Oliverio Toscani della Street Art?

Oliviero Toscani senza dubbio è un grande fotografo e creativo. Tuttavia uno dei ruoli professionali che riveste è quello di presentare alla platea di consumatori i prodotti di un’azienda, attraverso la pubblicità. Tanti altri creativi si trovano ad ideare pubblicità e slogan con i finanziamenti e il prestigio delle aziende che li hanno assoldati. Prova a dare agli artisti i finanziamenti che danno alla pubblicità e vedrai il risultato sbalorditivo…Insomma, con i budget elevati e il supporto tecnico e logistico che una multinazionale può darti si possono realizzare tante cose belle. Anche fare pubblicità provocatorie e artistiche per conto di multinazionali note per sfruttamenti, espropriazioni, soprusi. La differenza tra me e un pubblicitario risiede nel fatto che il pubblicitario deve lavorare dentro i limiti che il suo committente aziendale stabilisce, anche a costo di creare messaggi finti, l’importante è vendere. Come si possono concepire pubblicità che sfruttano temi delicati come la fame nel mondo, la disperazione dei bambini, o le malattie, se tanto il fine è quello esclusivo di vendere un prodotto e continuare a sfruttare popolazioni e terre per la propria sete di profitto, oltre che per creare modelli di vita deprecabili?

 Progetti futuri?

Sto portando avanti il progetto “Costumi da mare”: una serie di installazioni realizzate in diversi punti del mar Mediterraneo, sponda sud e sponda nord. Il progetto, ispirato dai flussi migratori nell’area mediterranea, sarà incentrato sui  costumi e sulle tradizioni tipiche dei popoli che si stanno mescolando con quelle di altri contesti sociali, dando lentamente vita a commistioni e nuove comunità. Ciò è ancora in netto contrasto con l’immaginario collettivo, dove prevale la visione di uno spazio mediterraneo nettamente diviso tra Occidente e Islam. Forse dovremmo essere più attenti a chi vive dall’altra parte del Nostro Mare, anziché inseguire alleanze e mercati altrove. 

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Il riavvicinamento alla natura di Giulia Frump

Il riavvicinamento alla natura di Giulia Frump

Collater.al Contributors · 1 giorno fa · Photography

Di Giulia Frump ne abbiamo già parlato qui ma non potevamo non parlare di MAPS, il progetto della fotografa risalente al 2019 oggi in mostra da MIA Photo Fair, fino al 14 aprile. L’intenzione di questo racconto visivo è quella di ricostruire questo legame apparentemente invisibile col mondo naturale attraverso fotografie, mettendo a confronto elementi tanto diversi quanto simili. Questa riflessione nasce dal mondo in cui viviamo, fatto di connessioni sempre più frequenti e facilitate dove il contatto fisico viene meno ogni giorno di più. Una considerazione fatta da moltissimi, sopratutto post COVID-19, ma che continua ad affascinarci.

Quello di Giulia Frump è un progetto che parla anche di accettazioni verso il corpo che cambia, sull’invecchiamento e sul dover sapersi fermare. I soggetti sono tutti femminili: donne che «hanno scelto di mostrare senza timore quelli che socialmente possono essere visti come difetti (macchie della pelle, rughe, capelli bianchi, cicatrici, vene e altro), offrendo un’immagine genuina dei numerosi cambiamenti che avvengono durante la vita, abbracciandoli e lasciando che la fotografia le aiutasse a compiere un processo di accettazione» come ci racconta la fotografa.

Insomma, questa nuova realtà ci avvicina a mondi lontanissimi ma simultaneamente mette in disparte la nostra appartenenza al mondo naturale, ormai relegata a pochi momenti della nostra quotidianità. Questo snaturamento ha dato però il via a MAPS che già nel 2019 ragionava su queste tematiche.

Il riavvicinamento alla natura di Giulia Frump
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Le foto di Cecilie Mengel sono un dialogo interiore

Le foto di Cecilie Mengel sono un dialogo interiore

Tommaso Berra · 24 ore fa · Photography

Basta ascoltare le conversazioni che nascono dentro la propria testa a Cecilie Mengel per immaginarsi come potrebbero essere rappresentate fotograficamente. L’artista danese e ora residente a New York realizza scatti che sono dialoghi interiori nati dagli stimoli che lei stessa riceve da ciò che la circonda e dalle persone con cui si trova a vivere momenti molto quotidiani.
Il risultato è una produzione artistica che è contraddistinta da una forte varietà nei soggetti e nelle ambientazioni, così come nello stile, una volta documentaristico, altre volte più vicino a una certa fotografia posata e teatrale. Si passa da scatti rubati in casa durante una conversazione a dettagli di una latta di salsa Heinz trovata nel porta oggetti di un taxi, tutto ricostruisce una storia comune e quotidiana.
Anche la tecnica di Cecilie Mengel rispecchia questa stessa idea di varietà. L’artista infatti combina fotografia digitale e analogica, in altri casi la post produzione aggiunge segni grafici alle immagini. Le luci talvolta sono naturali altre volte forzatamente create con il flash, creando un senso d’insieme magari meno omogeneo ma ricco di suggestioni e raconti personali.

Cecilie Mengel è stata ospite della mostra collettiva ImageNation a New York, dal 10 al 12 marzo 2023 a cura di Martin Vegas.

Cecilie Mengel | Collater.al
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Le foto di Cecilie Mengel sono un dialogo interiore
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I non-luoghi di Nanni Licitra

I non-luoghi di Nanni Licitra

Giorgia Massari · 2 giorni fa · Photography

Le fotografie di Nanni Licitra (1988) si concentrano principalmente sui non-luoghi, spazi anonimi e impersonali che costellano le periferie urbane. Licitra trasforma queste zone marginali in scenari altri, che acquistano un nuovo significato. Stiamo parlando della serie Hell end in Hell, le cui immagini sono riflessi emblematici di una società in trasformazione, dove l’individuo lotta per trovare un senso di appartenenza e identità in un contesto sempre più caotico e alienante. La serie, vincitrice del Grant di Liquida Photofestival, in mostra a Torino dal 2 al 5 maggio, è una vera e propria analisi socio-culturale che riflette in toto le contraddizioni della società contemporanea.

nanni licitra

Nanni Licitra ha iniziato la sua ricerca fotografica nel 2008 concentrandosi esclusivamente sulla fotografia analogica. Questa scelta non è casuale; infatti, la fotografia analogica richiede una pazienza e una precisione che si riflettono nel suo approccio distaccato e contemplativo. Licitra si pone come uno spettatore attento delle realtà che lo circondano, privilegiando uno sguardo che va oltre le apparenze per cogliere l’essenza delle cose. L’utilizzo dell’analogico da parte di Licitra non è solo una scelta tecnica, ma rappresenta anche una dichiarazione di intenti. In un’epoca dominata dalla velocità e dall’effimero delle immagini digitali, il fotografo siciliano opta per un ritmo più lento e contemplativo, che permette di approfondire le tematiche trattate e di trasmettere un senso di nostalgia e malinconia tipico dei non luoghi.

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Courtesy Nanni Licitra

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Alec Gill e la storia di Hessle Road

Alec Gill e la storia di Hessle Road

Anna Frattini · 3 giorni fa · Photography

Alec Gill è un fotografo, storico e psicologo inglese nato a Hull, una città nella contea dell’East Riding dello Yorkshire, notoriamente portuale. Qualche anno fa è partita una raccolta fondi su Kickstarter per celebrare i cinquant’anni dalla prima foto realizzata per il progetto dedicato a Hessle Road con un libro e ne parliamo qui oggi. L’archivio di 7,000 fotografie – scattato con la sua Rolleicord twin-lens reflex – risale al decennio fra il 1970 e il 1980. Sono 240 le immagini finite in The Alec Gill Hassle Road photo archive e in ognuna di queste si respira a pieni polmoni l’atmosfera di un momento storico difficilissimo per gli abitanti. Si tratta del declino dell’importazione della pesca e le demolizioni della mass housing nella zona.

alec gill photo archive

The Alec Gill Hassle Road photo archive

Il libro, lanciato il 18 maggio scorso, è stato scritto e pensato a Iranzu Baker e Fran Méndez. In questa intervista di Port, Baker racconta alcuni aspetti del lavoro con Alec Gill. Il fotografo – nel corso della stesura del libro – si è infatti dimostrato «estremamente curioso, determinato e dedicato». In quegli anni, Gill si è concentrato anche sulla mancanza di aree gioco per i bambini e sul modo in cui le generazioni più giovani si sono adattate ai cambiamenti nella zona. Un altro obbiettivo è sicuramente stato quello di fermare il tempo prima della fine di un’era. Quella della pesca nella zona, terminata con le Cod Wars a partire dal 1958 fino al 1972 e al 1975. Un pezzo di storia che grazie a Gill non è stato dimenticato.

Quella di Gill è una vera e propria propensione per le storie degli underdog. La volontà è stata quella di assicurarsi che le storie di questi venissero raccontate, sia adesso che al tempo degli scatti. The Alec Gill Hassle Road photo archive non è solo uno studio sociale, quindi. Si tratta della testimonianza del rapporto che Gill ha instaurato a livello umano con i suoi concittadini. Le loro storie sembrano raccontarsi da sole davanti all’obbiettivo del fotografo. Ancora, la naturalezza degli scatti non solo riprende il tema infantile ma comunica in modo estremamente funzionale momenti della vita quotidiana degli abitanti di Hassle Road.

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