Impariamo a stare al mondo prima ancora di capire cosa significhi farlo, impariamo come sederci, come sorridere, come apparire, cosa mostrare e cosa invece trattenere. Il corpo diventa così il primo luogo in cui le regole sociali vengono scritte, corrette e ripetute.
È proprio da questa educazione silenziosa che prende forma Feral Kindness, la mostra che riunisce le opere di Galamb Thorday e Claudia Petraroli, a cura di Giorgia Aprosio, inaugurata il 24 settembre 2026 da Anni Wu Gallery a Milano, dove sarà visitabile fino al 31 ottobre.


Il titolo contiene già una contraddizione. Feral rimanda a ciò che è selvatico, animale, a qualcosa che è sfuggito alla domesticazione; kindness richiama invece la gentilezza, la cura, la disponibilità. Mettendole insieme, le due parole fanno emergere una domanda meno rassicurante: quanto di selvatico rimane dentro un corpo che ha imparato perfettamente come comportarsi?
La mostra non cerca una risposta definitiva. Piuttosto, costruisce una situazione in cui quella domanda diventa fisica. Il primo incontro è con Host of Guests (2026) di Galamb Thorday. La scena potrebbe sembrare quella di una festa elegante, se non fosse per il corpo nudo di un uomo disteso al centro, trasformato in una superficie sulla quale viene servito il sushi. Intorno a lui, un gruppo di donne in abito da sera forma una composizione circolare, sospesa tra convivialità e aggressività.
L’opera riprende e ribalta l’immaginario del nyotaimori, pratica nella quale il cibo viene tradizionalmente servito sul corpo nudo di una donna. Qui sono i ruoli a cambiare, ma non scompare la componente di violenza contenuta nell’essere trasformati in qualcosa da guardare, usare, consumare.

Thorday non ha bisogno di costruire una scena esplicitamente mostruosa. È sufficiente alterare leggermente qualcosa che conosciamo. I corpi restano riconoscibili, gli oggetti appartengono alla quotidianità, l’ambientazione conserva una certa eleganza. Eppure tutto sembra essere scivolato fuori asse. È una caratteristica che attraversa la sua pittura, frammenti realistici vengono combinati attraverso associazioni inattese, fino a generare immagini sospese tra il familiare e il perturbante.
Anche i bicchieri diventano protagonisti di questa ambiguità. In Fizz and Feathers (2025) e The Master of Margaritas (2025), due piramidi di calici si fronteggiano come due momenti opposti della stessa situazione. Da una parte i bicchieri sono ancora pieni e rivolti verso l’alto, dall’altra sono capovolti. La compostezza lascia progressivamente spazio a un’energia più istintiva, quasi animalesca. La festa diventa un luogo in cui le regole della socialità iniziano a perdere stabilità.
Nella seconda sala il tono cambia, ma il tema rimane lo stesso, perchè se la prima parte della mostra racconta il corpo nel momento in cui viene esposto agli altri, qui si entra nello spazio precedente alla rappresentazione, cioè quello della preparazione.


Creme, massaggi, trattamenti, rituali di bellezza, tutti gesti che siamo abituati a considerare spontanei o persino piacevoli e che, osservati da vicino, rivelano invece una componente di ripetizione e disciplina.
Le sculture di Claudia Petraroli nascono proprio da questa ambivalenza. Strumenti legati al benessere vengono ingranditi e trasformati in ceramica, privati della loro funzione pratica, gli oggetti assumono forme quasi arcaiche e antropomorfe, evocando anche le cosiddette “Veneri” paleolitiche.
È interessante che a cambiare non sia soltanto la scala dell’oggetto, ma il nostro modo di guardarlo. Ciò che normalmente utilizziamo per prenderci cura di noi stessi diventa una presenza da osservare. Uno strumento apparentemente innocuo si trasforma così in una domanda sul perché sentiamo continuamente il bisogno di intervenire sul nostro corpo. Il rilassamento diventa allora qualcosa di ambiguo: non più necessariamente una liberazione, ma un’altra pratica attraverso cui impariamo a controllare il corpo.
Il percorso arriva al suo punto più immersivo con At some point, you will notice a gentle breeze stirring behind your eyes (2026), installazione video di Petraroli che porta la riflessione dalla superficie del corpo alla dimensione psichica.

Lo spettatore entra in una sorta di sessione guidata dal tono calmo di una voce femminile. Le immagini mostrano rituali di bellezza, corpi femminili e pose costruite per essere osservate. Ma la promessa di rilassamento si incrina lentamente: le istruzioni lasciano spazio a testi di Valerie Solanas, Virginie Despentes e Sara Ahmed, che affrontano gli standard estetici, il dominio maschile, il lavoro e la prostituzione. La voce continua a essere rassicurante mentre ciò che dice diventa sempre più scomodo.
Nel finale, rossetti, matite kajal e rotoli di carta igienica invadono lo schermo. Il riferimento è a Nawal El Saadawi, che durante la prigionia nel 1981, privata di carta e penna, scrisse clandestinamente le sue memorie utilizzando un rotolo di carta igienica e una matita per sopracciglia. La cura, la bellezza e gli oggetti della femminilità vengono così sottratti alla loro funzione abituale e trasformati in strumenti di resistenza.
Il dialogo tra Thorday e Petraroli funziona proprio perché le loro pratiche sono differenti. Galamb Thorday, nata a Keszthely nel 1990 e residente a Lipsia, lavora principalmente con la pittura. Le sue immagini nascono senza disegni preparatori, attraverso una sorta di collage mentale in cui corpi, animali e oggetti riconoscibili vengono assemblati fino a perdere la loro logica originaria.
Claudia Petraroli, nata a Teramo nel 1987 e attiva a Milano, attraversa invece fotografia, ceramica, video e modellazione 3D. La sua ricerca osserva i comportamenti collettivi, il consumo e il modo in cui gli oggetti e i rituali quotidiani contribuiscono a costruire le identità contemporanee.
Una lavora soprattutto attraverso la deformazione dell’immagine, l’altra attraverso la trasformazione degli oggetti e dei rituali. Ma entrambe arrivano allo stesso punto: quello spazio in cui ciò che chiamiamo normale comincia a sembrare stranamente costruito. Feral Kindness è un modo per osservare da vicino tutto ciò che abbiamo interiorizzato, le buone maniere, la bellezza, la cura, il rilassamento, la disponibilità: gesti apparentemente innocui che possono nascondere una lunga storia di addestramento. Alla fine, ciò che resta non è la contrapposizione tra il selvatico e il gentile. È il dubbio che anche la gentilezza, quando diventa una performance continua, possa avere qualcosa di ferale.



