La storia del camuffamento militare ha origini lontanissime. A quanto pare la prima testimonianza in assoluto di un tentativo di camuffamento militare, la riporta il funzionario e scrittore romano Publio Vegezio Renato che, nel IV secolo d.C., diede notizia delle navi di Giulio Cesare che nel 56-54 a.C. si lanciarono alla conquista della Gallia, erano verniciate in quello che venne definito come “blu veneziano” – una sorta di verde marino – lo stesso colore delle divise delle truppe imbarcate.

Non essendo una disquisizione sulla storia del camouflage mimetico (Disruptive Pattern Material), facciamo un salto temporale e arriviamo fino al 1892, quando un artista e zoologo amatoriale statunitense, Abbott Handerson Thayer, scrisse e pubblicò il libro Concealing colouration in the Animal Kingdom (Colorazione nascosta nel regno animale) che, letto da tantissimi capi militari, fece da scintilla per l’inizio dell’utilizzo sistematico in ambito militare con la prima Unité de Camoufleurs, che nacque in Francia nel febbraio del 1915. Una volta diffusosi in campo militare, divenne di uso comune anche tra i civili, e i motivi sono molteplici.

Già dopo la prima guerra mondiale, le giacche e le tute mimetiche iniziarono ad essere un capo indossato anche dai civili durante feste e celebrazioni. Ma è con la guerra del Vietnam, terminata nel 1975, che gli indumenti camo indossati dai civili e dai reduci acquisirono un significato completamente diverso. Già con le proteste contro la guerra in Vietnam della seconda metà degli anni ’60, il camouflage divenne un simbolo della controcultura anti-establishment, pacifista e anti-militarista, in una sorta di capovolgimento del significato e anche, in qualche modo, di una dissacrazione del simbolo.


Ed è proprio in questo periodo che il camo fa il suo definitivo sbarco nel mondo dello street style nudo e crudo, prima come elemento sovversivo, per poi negli anni perdere quasi del tutto questa accezione.
Se esiste però un mondo per eccellenza che è nato in strada e che ha fatto della strada il suo habitat naturale e il luogo in cui è cresciuto e si è evoluto, è quello hip-hop coinvolgendo naturalmente gli artisti della scena rap. In realtà l’ingresso del camouflage nell’hip-hop è stato graduale. I motivi dietro il grande successo del camo tra gli artisti rap sono molteplici: il significato anti-establishment che il pattern mimetico aveva ormai assunto; il loose-fit degli item militari; il richiamo alla durezza e all’immaginario che in automatico la divisa militare porta immediatamente alla memoria.

Pensiamo alla copertina dell’album d’esordio del duo Capone-N-Noreaga, The War Report, oppure la famosissima foto di Nas in giacca e cappellino mimetici (quest’ultimo un vero appassionato del pattern camo), o ancora quella di Notorious B.I.G. o di Tupac, insomma tutti i più forti e importanti rapper di ogni epoca hanno indossato e indossano tuttora item camouflage. Anche perché la moda contemporanea ha attinto e continua ad attingere dal mondo militare e, in alcuni casi, facendone proprio un tratto distintivo: si pensi a BAPE ad esempio, che ha fatto del proprio pattern camo una peculiarità estremamente riconoscibile; a Carhartt; al brand inglese di ispirazione giapponese Maharishi, e potrei continuare all’infinito solo citando streetwear brand. Alla fine è tutta una questione di significati e rimandi, di opportunità e momenti storici favorevoli, di ideali e di semplicissima “moda del momento” che però, per quanto riguarda il pattern camo, non sembra avere fine.



