Se si parla di look e di sport olimpici invernali, ciò che viene subito in mente è il pattinaggio artistico. Eppure c’è una disciplina che spicca nella lunga lista di sport che merita un’attenzione particolare: lo skeleton.
Se vi è capitato di vedere le gare in questi giorni – dal vivo o in televisione – è possibile che abbiate provato a indovinare o a capire come è nato uno sport del genere. La risposta è più semplice del previsto e abbastanza intuitiva: nella seconda metà del 1800 alcuni turisti inglesi in vacanza nelle Alpi svizzere cominciarono, per gioco, a lanciarsi a testa in giù lungo le discese innevate. Qualche anno dopo si iniziò a costruire delle vere e proprie piste. Nel 1928 venne dichiarato sport olimpico, ma solo nel 2002 è diventato una presenza fissa nel palinsesto di gare.
Ma cosa c’entra l’estetica? Ebbene, la divisa da skeleton prevede un casco che – forse sotto l’influenza di altri sport come la F1, l’hockey o il ciclismo – negli anni è diventato un simbolo di ogni singolo atleta e un modo di espressione personale. La struttura realizzata in fibra di carbonio prevede ovviamente una copertura integrale del volto e una visiera protettiva, quello che poi viene stampato o dipinto è a discrezione di chi lo indossa, libero da contratti o sponsor.
Così, guardando gli allenamenti di ieri, oltre alla spettacolarità dello skeleton siamo rimasti affascinati dall’estetica dei caschi che hanno sfilato sulla pista ghiacciata.


Dalla reinterpretazione del tricolore di Amedeo Bagnis al pattern invernale di Valentina Margaglio, dalla celebrazione dei simboli aztechi sul casco della portoricana Kellie Delka all’omaggio a Venom dell’americano Austin Florian.
C’è anche chi ha deciso di utilizzare lo spazio messo a disposizione dal casco per togliere un po’ di attenzione dalle gare e riportarlo a ciò che succede fuori dai palazzetti. L’ucraino Vladyslav Heraskevych ha, infatti, deciso di omaggiare gli atleti uccisi durante la guerra in Ucraina, con un casco che ne raffigura i volti in bianco e nero.
Il CIO (Comitato Olimpico Internazionale), rifacendosi alla Regola 50 della Carta Olimpica che preclude la manifestazione di opinioni politiche e la propaganda durante i Giochi, ha ribadito il divieto a Heraskevych di indossare il casco. Divieto che l’atleta ucraino ha deciso di non rispettare, indossandolo comunque e onorando i suoi colleghi uccisi a causa della guerra.
Noi non siamo di certo nella posizione di dire se l’azione di Vladyslav Heraskevych o quella CIO siano giuste o sbagliate, ma da sempre ammiriamo come uno spazio bianco, che sia una tela, un muro o un casco da gara, possa diventare un luogo di espressione personale o un manifesto di valori e ideali.







