Articolo di Floriana Savino
Lungo un orizzonte abitato dalla notte e impregnato di stelle, la galleria Document di Chicago ha aperto le porte alla personale statunitense di Dabin Ahn (Seoul, 1988). Riflettendo sull’idea della terza dimensione e accompagnando lo spazio pittorico all’essenza della più vivifica illusione, la tela di Dabin si popola di pennellate e giochi di luce, che traggono magia dalla possibilità di vivere un sogno ad occhi aperti.
Le lucciole, come la candela, sono il punto fermo di un viaggio che traghetta in arte tutta la bellezza di un vivere la vita pennello alla mano. Dipinti come Repose (2025) tracciano l’istantanea immortale di un tempo e una memoria abitati dalla pregnanza simbolica dell’oggetto. Inseguendo il minimalismo più sofisticato, l’illusione possente di una boccata d’aria invade uno spazio della visione, che motiva l’incontro e la persistenza di forti emozioni.



Un foglio bianco, baciato dalla matita ben affilata e silenziosa di Untitled (Dad), restituisce senza fronzoli tutto il dolore e il senso dello smarrimento di un figlio davanti alla malattia dell’amato padre. L’universalità di un vaso appena accennato come il più eterno degli abbracci, in accompagnamento all’illusione terrena di una superficie in legno pronta ad accogliere emozioni e parole, restituisce l’immagine somma di una memoria che non potrà mai venir meno o passare.


In Perdita e rigenerazione (2023), la filosofa Judith Butler evidenzia:
Sappiamo quant’è importante la pagina bianca nei testi di Roland Barthes, fogli vuoti su cui non compaiono parole né immagini. Già nel 1965, in Critica e verità, Barthes lasciò intenzionalmente vuote varie pagine, eccetto la frase: «pagina lasciata intenzionalmente vuota». D’accordo, non è proprio una pagina vuota, perché l’indicazione puramente referenziale si smentisce da sola, ma allora prendiamo Jean Genet, che in Un captif amoureux non solo lascia spazi vuoti, ma ritiene addirittura che il vuoto di una pagina bianca sia in grado di restituire le vite altrui meglio di un profluvio di parole.
Tracciando il volo umile e prezioso delle lucciole per la notte più aggraziata, Dabin Ahn intona l’ode del suo Nocturne (fruibile dal 27 marzo al 6 giugno 2026). Spazi del buio e frammenti di ceramiche orientali e dal respiro millenario invadono lo spazio di una tela che comprende scenografiche fratture. L’idea del dischiuso abita continuamente la possibilità di accompagnare la vista oltre il territorio del dato. L’idea feconda della discontinuità caratterizza un agire per l’arte che si nutre della poesia e del «vuoto più pieno». Come lucciole desiderose di un sobbalzo illuminato nel cuore della notte più profonda e vellutata, i dipinti di Dabin offrono l’itinerario di un generoso risveglio cucito dagli occhi del sogno.











